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       <title>DeriveApprodi 2.0 +++ Novita' Editoriali</title>
       <link>http://deriveapprodi.org/</link>
       <description>le ultime novita' editoriali di DeriveApprodi</description>
       <language>it-it</language>
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       <managingEditor>redazione@deriveapprodi.org (Redazione DeriveApprodi)</managingEditor>
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				<title>				Abecedario di Andrea Camilleri				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=243</link>
				<description>				<![CDATA[<p><b>Dal 9 giugno in libreria</b>: <i>Abecedario di Andrea Camilleri</i>, a cura di Valentina Alferj e per la regia di Eugenio Cappuccio (316 minuti in 2 DVD   libro a 26,00 euro)</p>
<p>Un abecedario di parole chiave attraverso le quali un grande autore sceglie un proprio lessico, per parlare di letteratura, politica, lingua, teatro, regia, autori, opere, personaggi, incontri... Dal generale Patton a Vittorini, da Robert Capa a Sciascia. <b>Un'opera in video il cui protagonista, con il suo pensiero, è Andra Camilleri</b>.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				redazione DeriveApprodi				</dc:creator>
				<dc:date>				2010-06-08				</dc:date>
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				<title>Abecedario di Andrea Camilleri</title>
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				<title>				Il paradiso Ã¨ chiavare nel sole, forse pieni di Saint-Emillion				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=241</link>
				<description>				<![CDATA[<p>(io sono le mie lettere, in sostanza: e sono il mio scartabello): io sono il surrogato di me stesso:<br>
<br>
A 79 anni, è scomparso il poeta Edoardo Sanguineti. Qualche anno fa, con lui e la sua allieva e oggi scrittrice affermata Rossana Campo (e per la regia di Uliano Paolozzi Balestrini), abbiamo realizzato un video-abecedario. 21 parole chiave attraverso le quali ripercorrere la sua vita, le sue passioni, i suoi autori, la sua opera, il suo pensiero, la sua poetica. Con l'Abecedario di Edoardo Sanguineti rendevamo omaggio al suo lavoro e alla sua biografia. Lo ribadiamo oggi in occasione della sua scomparsa, ricordandolo con questa sua citazione:â€¨<br>
«E ho concluso che il paradiso è chiavare nel sole, forse pieni di Saint-Emillion».</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				redazione DeriveApprodi				</dc:creator>
				<dc:date>				2010-05-18				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il paradiso Ã¨ chiavare nel sole, forse pieni di Saint-Emillion</title>
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				<title>				Primo Maggio				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=240</link>
				<description>				<![CDATA[<p><b>1973-1989, sedici anni di pubblicazioni per 29 numeri di una delle riviste di critica, storia e analisi teorica più importanti del '900 italiano</b>. Oggi, in occasione di un altro primo maggio, un semplice anniversario, la casa editrice DeriveApprodi la rende di nuovo disponibile: in DVD e allegata a un libro che fa un bilancio di quell'esperienza.</p>
<p>«Una storia militante. Obiettivi di lotta, parole d&rsquo;ordine, forme organizzative che in questi anni abbiamo usato nella lotta politica, diventano categorie di interpretazione del passato e, viceversa, la storia passata del movimento operaio diventa modello per la tattica di oggi. <br>
Una rivista di storiografia militante non solo sceglie i temi entro periodi ben definiti della lotta di classe, ma scopre in quelli un filo conduttore che li porta immediatamente ai problemi del presente. Lo schiavismo e la rivoluzione industriale, l&rsquo;emigrazione, le lotte negli Usa e l&rsquo;industrial Workers of the World, l&rsquo;ondata consiliare degli anni Venti, il sistema sovietico di industrializzazione e di gestione della forza lavoro non sono temi scelti a caso ma imposti dalle lotte nei ghetti americani, dalle lotte autonome delle grandi fabbriche europee di questi anni.<br>
Molti criteri tradizionali del cosiddetto materialismo storico sono entrati in crisi. Basti pensare al concetto di classe a quello di Lumpenproletariat, all&rsquo;esercito industriale di riserva. Molti criteri nuovi si sono formati. Basti pensare al rifiuto del lavoro, al ruolo della donna, alla repressione tecnologica delle lotte. Allora la storia della tecnica, per esempio, non è mera storia dell&rsquo;invenzione o della meccanizzazione, ma lotta di classe, repressione.<br>
E così la storia del proletariato italiano. Perché restringerla ai confini del nostro paese? Perche non seguire il cammino degli emigranti, che si portano dietro la sconfitta di lotte contadine, per diventare agitatori negli scioperi industriali di massa delle due Americhe? E così la storia dei partiti e dei sindacati. Perché farne una storia delle burocrazie, una storia delle istituzioni, e non invece una storia dei rapporti tra classe e organizzazione, tra spontaneità e direzione? I criteri leninisti diventano allora l&rsquo;unica categoria corretta per una storiografia dei partiti.<br>
&ldquo;Primo Maggio&rdquo; vuol essere questa storia di classe, con saggi, documenti, recensioni, testimonianze dei protagonisti delle lotte. Non vuole archiviare dati, né catalogare dei fatti, ma innescare un meccanismo di interessi e una ricerca militante» [ Dalla quarta di copertina del primo numero].</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				redazione DeriveApprodi				</dc:creator>
				<dc:date>				2010-04-30				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Primo Maggio</title>
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			</item>
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				<title>				Tariffe ridotte editore: un bel taglio di Tremonti				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=239</link>
				<description>				<![CDATA[<p>All'inizio abbiamo pensato a un pesce d'aprile: "abolite le tariffe editoriali agevolate". Forse non tutti lo sapevano, ma se potevamo spedire un pacco postale in contrassegno a un prezzo relativamente accettabile era in virtù di questo. Il 31 marzo, Scajola e Tremonti firmano un decreto che semplicemente le abolisce. Non informano nessuno, né Poste italiane (almeno è ciò che sostengono), né i sindacati editori, né chi con quelle tariffe fa i conti e le usa tutti i giorni. Così, da oggi, se vogliamo spedire un pacco postale contrassegno lo paghiamo (solo di spedizione) quasi 9 euro. Un pacco ordinario 7.</p>
<p>Un taglio che colpisce gli editori, ma anche chi compra direttamente dalle case editrici. Che rende impossibile i vantaggi della "filiera corta". Che obbliga i lettori ad andarsi a cercare libri in librerie massificate che non curano i cataloghi, che danno per esauriti libri disponibili, che non tengono libri più vecchi di tre mesi...</p>
<p>Per questo da oggi, siamo obbligati a rivedere le tariffe e a eliminare la possibilità di acquisto con contrassegno postale. Chi non ha una carta di credito o un conto paypal, potrà solo scegliere il contrassegno SDA (che non è economico, ma almeno consegnano in 24 ore). <b>Chi ha una carta di credito o un conto paypal potrà continuare a ricevere libri a un costo contenuto</b>. Noi spediremo una semplice busta (e non più un pacco) priva di tracciabilità e di certezza dell'avvenuta consegna, sperando che il postino non la butti nel cassonetto o che un vicino di pianerottolo non se la freghi.</p>
<p>Un taglio che indubbiamente rappresenta bel passo in avanti per la difesa dell'editoria indipendente e la valorizzazione dei prodotti culturali. Un bel passo in avanti per il contenimento dei costi di chi acquista cultura. Ringraziamo per questo Giulio Tremonti e il sottosegratario all'editoria Bonaiuti.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				redazione DeriveApprodi				</dc:creator>
				<dc:date>				2010-04-02				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Tariffe ridotte editore: un bel taglio di Tremonti</title>
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				<title>				L'editoria indipendente: un bilancio del 2009				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=238</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il 2009 è stato un anno difficile. Ha segnato un ulteriore peggioramento delle condizioni imposte all&rsquo;editoria medio-piccola e in generale all&rsquo;editoria indipendente. I grandi gruppi editoriali si contendono gli spazi di mercato e l&rsquo;accesso alle librerie. Le librerie si vanno progressivamente concentrando in librerie di catena, configurando una filiera di tipo monopolistico che dai gruppi editoriali passa per distribuzione e scende fino al punto vendita. L&rsquo;editoria indipendente è costretta ad accettare condizioni sempre peggiori: diminuzione delle copie distribuite, aumento degli sconti concessi ai librai (che quasi mai si risolvono in altrettanti sconti al pubblico), condizioni di pagamento diluite in un anno.<br>
Non è una questione di crisi. La crisi dell&rsquo;editoria indipendente non è legata alla diminuzione complessiva della vendita dei libri. Dipende dal fatto che tutte le librerie tendono a vendere lo stesso tipo di libro, si formattano rivolgendosi a un medesimo pubblico e adottano le stesse strategie di marketing: vendere meno titoli (e meno editori) in maggiori quantità, smetterla di fare i librai e diventare dei bravi manager di grandi superfici.<br>
È una tendenza ormai chiara e consolidata, alla quale sarà difficile sottrarsi (o resistere?) nei prossimi anni. Quale sarà il destino di realtà come la nostra? Farsi assorbire da un marchio più grande e più capace di difendere il proprio accesso al mercato? O immaginare di costruire canali di vendita alternativi che magari accorcino la filiera, consentendo al pubblico di avere libri a un prezzo minore? È in questa prospettiva che cercheremo di muoverci. <br>
Oltre alle promozioni, nei prossimi mesi vorremmo implementare le attività rivolte alla vendita diretta, dalle prevendite alla creazione di «GAS» del libro, dalle fiere Critical book&wine di cui siamo tra i promotori a pacchetti di offerte speciali. Vi terremo informati...</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				redazione DeriveApprodi				</dc:creator>
				<dc:date>				2010-01-22				</dc:date>
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				<title>L'editoria indipendente: un bilancio del 2009</title>
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				<title>				Circo enoico				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=236</link>
				<description>				<![CDATA[<p><i>Proponiamo un testo di Luigi Ananìa, scrittore e vignaiolo, che alla III edizione del Critical Book&Wine ha presentato il suo Rosso, il suo Brunello di Montalcino e il suo Ampelio. </i><br>
<br>
Quel che è avvenuto di recente nel mondo del vino ha cambiato il paesaggio nonché l&rsquo;antropologia degli esseri che vi vivono. Le campagne sono passate da colture promiscue a colture intensive che hanno condizionato i pasti e i percorsi degli animali, gli uomini sono cambiati per la frantumazione della species contadina in molteplicità di psicologie  mai viste prima sui terreni impervi della viticoltura italica. Nel corso degli anni sono apparsi abiti da allegri professionisti che si sono accostate  alle erre mosce degli agricoltori di lungo retaggio; fra di essi si aggirano anche identità intercambiabili che vestono a turno figure di matrone, divi, divini e di artista. Le giovani matrone hanno radici in una essenza antica che porta avanti la vigna, le bestie e l&rsquo;intera casa con un arredo d&rsquo;altri tempi frammisto ad opere d&rsquo;arte moderna; il loro estro defluisce dagli sguardi alle mani che cingono ogni cosa con un amore di madre. L&rsquo;artista vede nelle onde del bicchiere e nel colore del vino le variazioni di armonie che coglie nelle situazioni intorno; nel suo salotto s&rsquo;investe di teofanie che si espandono sulle pareti frantumandosi in galassie di pensieri illuminanti. I divi e i divini hanno cravatte alla moda, occhiali da sole e un modo di ridere che intercala i discorsi come un consenso; a volte si presentano come enologi volanti che dagli aeroplani concedono parole e gesti di mano levantina a schiere di questuanti preoccupati di dividere redditi tra vanità, automobili e passerelle. Le diverse tipologie si ritrovano nei giorni di festa nelle loro case a degustare pietanze cucinate nei loro forni e passarsi calici ed identità fra i bagliori vermigli; alle cene di rappresentanza giunge spesso una persona celebre, uno sciatore appassionato di vino che ostenta una lingua sportiva che si sposa d&rsquo;incanto con il vocabolario enoico. A fine sera tutti quanti diventano un&rsquo;unica mole  indecisa tra televisori e stelle; poi all&rsquo;alba ritornano popolo brulicante fra aziende ed aeroporti confondendosi alle pance trasbordanti dei contadini in atmosfere deodorate e linde. I corpi dei cari bifolchi depauperati di odori e bestemmie  reagiscono al tenore costante di umidità e cortesia con cambiamenti improvvisi di dimensione e traspirazioni inondanti. Nelle hall degli alberghi internazionali ciondolano elargendo sarcasmo antico e parvenze di ingiurie in cambio di parole a la page e modi inediti di disporre le labbra al riso; all&rsquo;ora dell&rsquo;aperitivo si addensano intorno ai bar con enologi e giornalisti e colti da una forza centripeta avviano uno scambio di mise, motti ed attitudini al ritmo di un commercio veloce ed equo; poi fra le scenografie di piatti e il tintinnare di bicchieri appare un individuo unico in cui lo spirito del ventre è racchiuso in un abito da professionista. Al ritorno nelle loro terre sono schiere adeguate per le notti di Londra e per i bar di piazza, schiere che producono stessi movimenti, stesse parole e vini del medesimo colore in tutto il mondo. Fra di loro cammina un filosofo che guarda e cerca di ritrovare la lingua, lo spirito e l&rsquo;incedere del contadino nascosto nelle posture del professionista; ne vuole riscoprire l&rsquo;identità,  la storia e quel modo di raccontare incurante del tempo che arreca lo stesso conforto di una religione; vaga nelle piazze colmo delle idee di simposi dove si parla con le mani rivolte al cielo dell&rsquo;essere contadino oggi; con occhi ispirati sostiene che il contadino con il suo mero vivere è un esempio di essere umano che ha trovato risposte alle domande del corpo e dello spirito. La sera, dopo aver girovagato per le piazze osservando volti, parole e gesti, parla di un progetto di luoghi di raccolta del contadino per preservarlo dall&rsquo;estinzione; i contadini che lo ascoltano sono colti da sintomi di imbarazzo; ma come! dopo tanto tempo dedicato ad apprendere comportamenti stravaganti vi è qualcuno che rimpiange la povera vita dell&rsquo;origine. Un uomo piccolo con le ossa prominenti si presenta come Ghelisardo ed incomincia a vibrare le ciglia in un viso impietrito; si guarda intorno e teme che gli altri lo vedano; lungo il suo corpo angoloso avvengono improvvisi sobbalzi che coinvolgono anche il capo. I sussulti aumentano ogni volta che legge una targa del comune che elogia i contadini che hanno trasformato una terra di paludi in un giardino rifiorente; quando finisce di leggere la crisi sussultoria peggiora e le ossa battono sugli astanti e sul tavolo; poi d&rsquo;improvviso si acquieta e trova il coraggio di rivolgere la parola al filosofo: «Mio caro dottore io cammino da tempo sulle zolle ma sono apparso in proiezioni notturne dove il mio vino è stato definito cardinalizio e di spalla larga. Io pur strusciando parquet sparsi di microfoni mantengo l&rsquo;incedere modellato dalle asperità del mio terreno. Come il mio vino risente della composizione del mio terreno il mio passo tramanda il travaglio della comunità d&rsquo;origine e di questo non mi vergogno»; dicendo non mi vergogno la crisi sussultoria riprende e lo scheletro ricomincia a battere sul tavolo. Il filosofo si scompiglia la chioma e ignorando l&rsquo;agitazione risponde: «Dunque il suo incedere si adegua ad altre superfici e questo è degno di orgoglio ma mi domando se anche lei non abbia dimenticato il suo passo originario e viva in un tempo universale che non considera il luogo, la psiche e la fenologia, un tempo in cui le identità e i vini sono mescolati in un&rsquo;immensa lavatrice e ne fuoriescono eguali ed omologati; ad esempio anche adesso che stiamo parlando in questa antica piazza non le sembra che i minuti che passano siano recepiti come frazioni biodegradanti ogni singola identità?». Ghelisardo incomincia a dimenarsi così tanto che non riesce a rispondere; al suo fianco un tedesco con i capelli grigi e gli occhi sognanti dice: «Certo non è più come una volta quando assaggiando i vini e guardando volti e architetture s&rsquo;intendeva l&rsquo;identità del luogo ma io mi chiedo a cosa serva crogiolarsi nel passato; vi consiglio piuttosto di ammirare oggi la bellezza di un&rsquo;identità transmigrante che proviene come un afflato dalla volta celeste e vaga da un essere all&rsquo;altro; grazie a cotesta identità noi esistiamo quando essa è in noi e quando non è in noi la riconosciamo d&rsquo;incanto in chi la ospita»; poi colma un calice e aggiunge: «quando non è in noi siamo quel tanto che è dato dall&rsquo;atto del riconoscimento». Intanto fra lo sbalordimento generale si diparte una voce di un uomo grasso  che racconta la storia di Marsilia, una ragazza soave che fu rapita dai Mori vicino alla costa; racconta dei suoi occhi turchesi che si intonavano con i colori della macchia e del mare e di come la sua bellezza diventò crudele quando uccise le altre donne della casa del sultano. La voce di quell&rsquo;uomo obeso dallo sguardo sbadato diviene un canto che conduce gli altri in uno stato di incoscienza in cui le parole si perdono. Il filosofo riprende a parlare di identità e vini e si confonde mentre intorno c&rsquo;è chi guarda il bar, il cielo, le case intorno. Quando la discussione ricomincia Ghelisardo alza il braccio tremante ed indica l&rsquo;altro lato della piazza; in quel momento un uomo che si muove con grazia di potatore e d&rsquo;artista salta sugli orli delle sedie abbassandosi le falde del cappello; poi balza sull&rsquo;insegna del bar e cade frangendosi in frammenti sparsi d&rsquo;identità. <br>
<br>
<br>
Luigi Ananìa scrive e fa vino rosso (Ampelio, Rosso e Brunello di Montalcino presso l&rsquo;azienda La Torre a Montalcino). Nel 2000 ha pubblicato <i>il signor Ma</i> (Pequod), nel 2004 ha scritto e curato con Silverio Novelli l&rsquo;antologia di racconti sul vino <i>Confesso che ho bevuto</i> (DeriveApprodi), nel 2005 ha partecipato all&rsquo;antologia su Roma <i>Allupa Allupa</i> (DeriveApprodi), nel 2009 ha scritto e curato il libro fotografico <i>Anvant&rsquo;ieri. Storie di emigrazione e cultura contadina tra la Sila, Torino e Buenos Aires</i> (DeriveApprodi). In passato ha scritto racconti per «Maltese narrazioni», «Il Semplice», «Nuovi Argomenti». Collabora con la rivista poetica e civile «Il Fuoco».<br>
</p>]]>				</description>
				<dc:creator>								</dc:creator>
				<dc:date>				2009-12-21				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Circo enoico</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/236_A.jpg</url>
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			</item>
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				<title>				Santi e mostri istantanei, ecco lâ€™Italia di oggi				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=235</link>
				<description>				<![CDATA[<p>«Santo subito». Come dimenticare gli striscioni con questa scritta apparsi fin dai primi giorni tra la folla accalcata che sfilava davanti alle spoglie di Giovanni Paolo II? E come dimenticare il lampeggiare continuo dei flash dei telefonini branditi dai rispettosi fedeli prima di genuflettersi? A oggi il reazionario pontefice è senz'ombra di dubbio il cadavere più fotografato della storia.<br>
Per secoli l'istituzione ecclesiastica ha elaborato gravi e lente procedure destinate a legittimare l'ingresso del semplice mortale al pittoresco esercito di sotto-divinità dal puzzo pagano, che la Chiesa è andata man mano costruendo nei secoli. Trascurando senza vergogna alcuna quel tanto di vecchiume, l'esigenza di santità istantanea sorgeva dalla folla con l'urgenza di quei bisogni che stanno all'immaginario come gli Ogm stanno al biologico: una volta che l'hai fabbricato diventa difficile farlo sloggiare. Il santo subito è il risultato perfettamente coerente di un mondo che si vive «in tempo reale», di un tempo che esclude qualunque cesura, il tempo privo di tempo dell'informatica e dei media dominanti. Di fronte a questa figura obbligatoria dello spettacolo non poteva mancare la figura opposta del mostro istantaneo.<br>
Due icone diametralmente opposte, dove l'una incarna il culmine della perversione, l'altra dell'eroismo: il mostro Battisti e il santo Saviano sono probabilmente il duo più rappresentativo dell'Italia di oggi. La velocità con la quale sono entrati nei rispettivi ruoli dà le vertigini. Ma che le cose siano forse più complicate di quanto sembrino nel cielo dei media? Lo sapevate che nel 2004 Saviano ha firmato il testo di solidarietà a Cesare Battisti lanciato in Italia da Carmilla online?<br>
I miei amici editori di DeriveApprodi mi raccontavano di recente il loro stupore nel constatare le recensioni apparse al momento della pubblicazione in italiano dell'Ultimo sparo, il romanzo autobiografico di Cesare: nel 1998 gli articoli dei giornali parlavano dei meriti del libro e si riferivano al passato dell'autore senza farne una questione di Stato. Sei anni dopo, quando il governo italiano si è messo in testa di reclamare di nuovo un'estradizione tempo prima rifiutata, si è iniziato a evocare Cesare come un mostro «dal sorriso beffardo» (sottinteso: nei confronti delle sue vittime).<br>
La forza e il grandissimo merito di Gomorra risiede in quella cosa così difficile da definire che porta il nome di letteratura. Ma la trasformazione del suo autore in un'icona della lotta anti-camorra, ruolo che riveste con grande coraggio e grande devozione, ha forse attutito di molto la portata del libro e la sua carica di critica sociale. E la forsennata mediatizzazione si è forse rivelata, per la creatività e la riflessione di questo trentenne, una prigione altrettanto costrittiva della vita in una caserma dei carabinieri cui è ormai condannato. Gomorra dipinge una dimensione sociale che dal nord al sud dello Stivale e ben oltre le frontiere è sfociata in quel fenomeno transnazionale che è l'odierna Campania.<br>
L'iper-mediatizzazione di Saviano e le campagne in cui si è lanciato l'hanno trasformato nel portavoce di una visione che per la sinistra istituzionale italiana fa le veci della politica: l'idea che la legalità e il suo rigido rispetto siano la soluzione a qualunque male del paese. Se c'è una cosa di cui Gomorra non fatica a convincere è che la Campania, l'Italia e il resto del mondo hanno urgente bisogno di trasformazione sociale. E non si è mai visto nascere una nuova società dal rigido rispetto delle regole di quella vecchia. L'anti-Stato della camorra esiste nella misura in cui esiste lo Stato capitalistico-parlamentare, con il quale continuamente tesse legami di ogni tipo. La potenza della camorra, come quella dello Stato che gli è consustanziale, si poggia sulla convinzione quotidianamente accertata che esistano dei poteri al di fuori della portata del semplice cittadino, coi quali più che scontrarsi occorre scendere a patti. I giovani dell'Onda, che rifiutandosi di adeguarsi alle regole del sindaco di Roma sono scesi in strada per affermare il rifiuto della precarizzazione di un'intera generazione, precarizzazione che li consegna alla mercé di poteri di stampo mafioso, quei «ragazzi» dal grande genio associativo hanno fatto di più contro le radici culturali delle mafie di qualunque maxi-processo mediatico.<br>
Cesare Battisti ha il torto di aver fatto parte di una generazione che ha vissuto un'esperienza di scontro con la vecchia società italiana, attraverso un radicalismo che non ha equivalenti nell'Europa occidentale del Dopoguerra. Uno scontro che si è smarrito nella mimica della guerra, lavoro nel quale gli Stati saranno sempre meglio armati dei popoli. Ma la violenza del movimento degli anni Settanta era il prodotto della società di quel periodo, era presente nei rapporti sociali, in quelli di lavoro e nei comportamenti dei guardiani della pace sociale. Inutile tornare sui bilanci, sappiamo che i morti provocati dai complotti fascisti legati a settori dello Stato sono stati di molto superiori a quelli delle azioni armate dell'estrema sinistra. Questa violenza, distillata dalla stessa società, è stata rimossa al costo di una repressione poliziesca di massa e di una legislazione di emergenza, per poi essere ricoperta dall'ondata consumista degli anni Ottanta. Di questa rimozione Cesare Battisti è il capro espiatorio, fabbricato di sana pianta da frenesie politiche post-11 settembre. La sinistra istituzionale che alla rivolta degli anni Settanta non ha perdonato di aver minacciato il proprio monopolio sulla classe operaia e la cultura (mentre la democrazia cristiana era intenta a governare) è stata l'avanguardia del programma applicato nei confronti di Cesare: mostro subito!<br>
L'operazione non sarebbe riuscita talmente bene se nel frattempo non si fosse prodotto un immaginario sociale in cui la storia non si presenta più come una scienza critica, né come un'esperienza da comunicare. Per chi è affetto da «amnesia del tempo reale» il passato esiste solo nella misura in cui ne parlano i media e nelle forme in cui questi ne parlano: dagli anni Settanta ribattezzati «di piombo» si è cancellata una violenza sociale oggi inimmaginabile, proprio come oggi dai manifesti del metro di Parigi si cancellano le sigarette degli scrittori di prima del proibizionismo anti-tabagista. Quando scompare la comprensione storica e restano solo appelli a reazioni emotive, quando sull'insieme delle sofferenze veicolate da un'epoca si scelgono solo quelle utili in quel preciso momento (conservando ad esempio solo quelle provocate dai «terroristi rossi», «dimenticando» tutte quelle sofferenze scomode subite da milioni di persone nelle fabbriche, nelle metropoli, nelle università, nelle prigioni, «dimenticando» tutte le sofferenze inferte dalla repressione), quando una tale riformattazione è finita, non è difficile trasformare la comparsa del nome di «Cesare Battisti» in una seduta di odio di massa di tipo orwelliano. Sono i tre minuti dell'odio di 1984. Nel 2009, in Italia, sono le tre ore di svariati programmi televisivi orientati in modo assolutamente univoco a suscitare l'odio del mostro.<br>
Saviano vive nella sua caserma fisica e mentale, mentre Battisti subisce una duplice reclusione, dietro le sbarre e dietro un caricatura che lo riduce a una smorfia: con queste premesse non stupisce che qualche mese fa il primo abbia finito col ritirare la firma di sostegno al secondo. Ciò che stupisce di più, e che riconforta, è che se si esclude qualche piccola eccezione sia stato così poco imitato.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Serge Quadruppani				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-11-27				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Santi e mostri istantanei, ecco lâ€™Italia di oggi</title>
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				<title>				Miccia corta				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=233</link>
				<description>				<![CDATA[<p><b>La storia di un libro, la storia di un film</b></p>
<p>Imminente è l'uscita del film <i>La prima linea</i>, diretto da Renato De Maria e interpretato da Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, ispirato al libro di Sergio Segio <i>Miccia corta</i>. Libro pubblicato per la prima volta dalle nostre edizioni nel febbraio 2005 e ora disponibile in una nuova edizione.</p>
<p>Integrano la nuova edizione una postfazione di Cristina Piccino e Roberto Silvestri, crititici cinematografici del quotidiano «il manifesto», e una nota di Sergio Segio (<a href="http://www.deriveapprodi.org/articoli.php?art=234"><b>per leggerne uno stralcio clicca qui</b></a>).</p>
<p>Un film che ancora prima di uscire nelle sale ha fatto discutere, suscitando polemiche e fraintendimenti. Un libro che merita una rilettura e per questo lo restituiamo ai lettori in una nuova edizione rivista e aggiornata.</p>
<p><b>Il libro è disponibile in libreria dal 27 ottobre. </b></p>
<p><a href="http://www.deriveapprodi.org/estesa.php?id=384"><span style="color: rgb(255, 0, 0);"><b>Per acquistarlo direttamente dal sito, clicca qui.</b></span></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				redazione DeriveApprodi				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-11-03				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Miccia corta</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/233_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				KalipÃ¨				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=232</link>
				<description>				<![CDATA[<p>racconto 1<br>
<br>
«&rsquo;Ndo sta?!».<br>
Un calcio in faccia che non scuote più il corpo già saturo.<br>
«Io quelli senz&rsquo;ano li brucerei tutti!». Un altro calcio, in faccia, un altro gli arriva da dietro, tra le gambe. Ridono. <br>
Silenzio là addosso, si sente il fiume, le macchine sopra che sfrecciano cariche di cosce, redbull, coca, facce abbronzate, capelli rasati, coccarde imperiali, bassi ritmati.<br>
Tito si è seduto, fuma appoggiato ad un cartellone uscito dalle mani di un rotella per caso, beve la birra, rutta, si alza. Fissa il corpo. «Allora?» si china faticosamente sulla faccia, un frutto maturo fradicio, che si sta sbucciando da solo urtando altri frutti diversi e più duri. «Ahò? Voi risponne?» sputa sul frutto sbucciato che non reagisce. <br>
Pietro si è messo a rovistare tra le miserie dentro ad una cassetta di frutta «Peras argentinas» fissata con due chiodi al tronco di un platano rinato da una radice lungo il bordo dell'argine. Curioso destino di questi alberi romani figli di piante minori. Radici avventurate tra vecchie terre di riporto, resti di archeologie, strati di cocci e sabbie e schegge di cessi, occhi blu di bambole lebbrose, che hanno cercato l&rsquo;acqua del fiume per finire a far da diga a fazzoletti stracciati di plastiche rigurgito dalle piene, assurdi stendardi del prodotto che galleggia impunito sulle acque massime dello scolo biondo. «Rompemoje er culo». «E come famo a rompeje er culo si nun c&rsquo;ha l&rsquo;ano?!» urla ridendo Pietro sventolando in faccia a Tito che si fa un piccolo tiro dalla narice destra, una carta di identità del corpo che sembra un sudario concio. La butta sul corpo. La terra è umida. Stagno, decomposizione, alghe, dolciastro e oleoso, qualche cosa che gli cola da dietro l&rsquo;orecchio mezzo staccato dal cranio, gli scorre piano in bocca e finisce sulla carta di identità che gli è caduta davanti. Non conta più i respiri, né i battiti contro il fango che gli preme freddo la gola quasi tranciata solo la macchia della Maglite in mano a Tito che gioca davanti al suo occhio mezzo chiuso e appannato di rosso, lampi opachi e né conta più il suo desiderio di restare solo, non crede più che oramai soddisfatti dello scempio lo lasceranno finalmente solo attendere il giorno, risentire solo il rumore familiare del fiume, il rovistare dei topi là attorno alla ricerca dei rifiuti del rifiuto. I desideri vanno e vengono, gli diceva sempre il padre mentre aggiustava la carne da arrostire sulla vecchia graticola, i desideri vanno e vengono e devi stare attento ai desideri, possono ucciderti i desideri, ma se ti rassegni ti salvi. Diceva alzando lo sguardo al cielo cupo e carico di pioggia e che avrebbe costretto tutti a lasciare quel posto perché anche là un fiume voleva riconquistare il suo mortale spazio vitale. «Me stai a fa&rsquo;arrabbia&rsquo;...» dice Tito alzandosi con il tono di chi si ricorda il professore che alle medie stava per buttarlo fuori dalla classe con la nota dell&rsquo;accompagno del genitore. Quel tono significava un procedimento che si sarebbe concluso con le inutili mazzate del padre, le bestemmie e la furia che non avrebbe lasciato segni dentro, perchè a lui non gliene fregava un cazzo, né della scuola, né delle mazzate, perchè lui stava meglio per i cazzi suoi con la faccia gonfia e gli amici se ne stavano manzi appoggiati ai motorini e capivano chi davvero c&rsquo;aveva le palle là in mezzo sotto la fibbia brillante DG.<br>
Tito punta l&rsquo;alogena della Maglite. La pupilla dietro il velo di sangue non reagisce.<br>
«Mo me devi dì ndo sta, mo me devi di ndo tieni tutta quella robba che ve fregate hai capito fijo de na mignotta!». La Maglite piomba con un rumore sordo sulla testa in terra, due volte in successione ravvicinata, sembra l&rsquo;eco secco di ramo secco spezzato. E il dolore si allontana rapido come l&rsquo;eco. Lo sparo che quella notte divagò alle sue spalle fuggendo con Adina, mentre scuri poliziotti in borghese scesi dalla Punto presero a corrergli dietro lungo la vena sterrata oltre la periferia che portava alle cave di tufo. Il proiettile gli si conficcò nella spalla, ma gli sembrò uscire davanti, ed era sicuro di averlo visto quel piccolo siluro argentato, era sicuro di averlo visto uscire e portarsi dietro della polvere dorata da dentro la sua spalla mentre correvano lui e la ragazza verso le grotte dove non li avrebbero più trovati. Ridevano quando al campo raccontava la storia del siluro e dell&rsquo;oro che gli aveva trapassato la spalla e che era riuscito a vedere, ridevano e dicevano che era un ubriacone drogato. Con quel buco in corpo riuscì a precipitarsi in un pozzo di tufo che Adina conosceva bene e che finiva come uno scivolo sul morbido letto della fungaia e nessuno, nemmeno lo sbirro più incazzato si sarebbe mai avventurato là dentro, neppure uno dei loro cani c&rsquo;avrebbe provato, nessuno avrebbe adesso potuto raggiungerli, per di là almeno, in quell&rsquo;utero nero e senza fondo. Adina sapeva dove correva il filo elettrico dei fungaroli e accese la luce che dilagò nella galleria a venti metri sottoterra, e si guardarono con il fiato a martello, lei fissò la spalla, si tolse lo scialle, e lo appoggiò alla ferita vicino la scapola. E sollevandolo si accorse che qualche cosa premeva davanti sotto la clavicola del ragazzo, e come un foruncolo maturo bastò premere perchè le rotolasse in mano l&rsquo;aculeo di piombo con una scia di sangue trasparente, il proiettile era diventato lungo e sottile e curvo. Glielo mostrò, lui lo prese, mentre Adina gli bendava la spalla forte, con un nodo dietro e che passava sotto l&rsquo;ascella. Rimasero fermi sulla terra morbida e profumata di muffa, mentre i cuori rallentavano e il sapore dell&rsquo;aria che entrava nei polmoni si scambiava con i sapori della saliva e delle lingue che riuscivano anche là sotto ad accarezzarsi.<br>
Bastava quello ad accenderli e fargli dimenticare il buco della 7,65 che pulsava sotto la stoffa colorata di Adina. Bastava il contatto della pancia di Adina sulla sua ad accendere il desiderio più forte e a cancellare in un attimo gli antichi moniti e le paure, stava male, ma non si sarebbe rassegnato. Ora lei lo avrebbe spogliato, gli avrebbe passato le mani dappertutto e avrebbe fatto correre la sua bocca dove sapeva lui desiderava e nessun posto gli sarebbe sembrato migliore di quella fungaia nel tufo romano sulla Prenestina, venti metri sottoterra, con una spalla bucata da un anello di piombo e la sua bellissima fidanzata che su di lui mormorava certe parole incomprensibili che si portavano dietro il piacere e muovendosi come un onda con la sua collana di vetro, oltre quei riflessi evocava una specie di buio e di sonno così forti e dolci da farlo svenire. «&rsquo;Sto stronzo» dice Pietro. «&rsquo;Sto zinghero de mmerda» si chinano tutti e due sul ragazzo. L&rsquo;occhio è aperto e fissa oltre, oltre la miseria schifosa là intorno, oltre Pietro e Tito che ancora brandeggia la Maglite comprata a Porta Portese quella mattina, in cui hanno adocchiato una bella ragazza rom e il suo amichetto che vestiti come «alberi de natale» se ne andavano a cercare due valige cinesi per andarsene da Roma. Tito si alza. Caccia da una tasca uno zippo. Lo accende. «Buttacelo tutto sopra a &rsquo;sto stronzo vedrai che se sveglia». Pietro lo guarda stranito. Esita. «Ma che voi fa&rsquo;? Annamosene». «Che cazzo te frega?! Chi ce dice gnente?! Ce fanno er monumento...!». dice Tito. Pietro abdica subito e versa da una latta il residuo. «Com&rsquo;è a storia? Je manca l&rsquo;ano, ma come cazzo te vengono in mente... malimortè!?!» scoppia a ridere Tito. Pietro sorride soddisfatto per il complimento del capo. Ridono, ridono, sempre più forte, ridono mentre Tito quasi scivola sul kerosene, ridono, mollano calci al corpo come un balletto a tempo. Passa una macchina a sirene spiegate sopra. «Sei un rom, te manca l&rsquo;ano pe esse romano e noi te ammazzamo!» ridono fino a tossire. «Se lo sarà magnato...» dice Pietro. «Giusto porca troia c&rsquo;hai raggione! Spanzamolo!» dice Tito. Pietro lo fissa ridacchiando meno. «Ma che stai a di?...» dice Pietro. «E che je lascio in corpo quel brillocco! A scemo, che ce vò!» Caccia dallo stivale un coltello a serramanico con una lama di otto dita. Pietro lo fissa ebete. Tito si china sul corpo. Pietro raccoglie la Maglite, Tito gira il corpo, Pietro illumina il corpo, Tito gli slaccia la cintura bagnata dei pantaloni. <br>
«A Ti&rsquo;...» biascica Pietro.<br>
«Nun me rompe er cazzo. Ammazza che puzza! Se cagato sotto sto fijo de na mignotta!». Grigna Tito. Pietro fissa Tito che alza la maglia infangata, strappa la canottiera, libera il ventre. Tito passa la lama sulla pancia alla ricerca del punto di partenza. «Eccolo!» urla Pietro puntando la maglite un metro a destra. La luce cade su un anello. «Evvai!« urla Tito. <br>
Tito si allunga, lo prende. Strappa la Mag dalle mani di Pietro. Se lo rigira sotto la luce della torcia. Osserva il gioiello. Quindi morde l&rsquo;anello. «Ma che cazzo...!?» dice.<br>
«Che d&rsquo;è?».<br>
Tito sputa dei frammenti.<br>
«Sto bastardo demmerda! Nun è oro!».<br>
«Ma che stai a di?!».<br>
«E che sto a di?!... È piombo!" <br>
«Er diamante?!».<br>
«Diamante er cazzo... è de vetro!».<br>
Lo frantuma con la Mag.<br>
Caccia un urlo furibondo che riempie il fiume. <br>
Giù il coltello fino al manico a due mani.<br>
Giù una inutile raffica di coltellate.<br>
Giù lo zippo.<br>
Su le fiamme.<br>
Una polvere che sembra oro si alza verso le cime dei rami, l&rsquo;onda di calore improvvisa smuove gli stracci di plastica, come vessilli in fuga. <br>
Né desideri né rassegnazione, solo il vuoto di un colpo mancato a Roma stanotte.<br>
Il fiume non mostrerà la sua rabbia stanotte. Né il traffico indifferente.<br>
Domani sarà solo kalipè.<br>
Lutto rom.<br>
<br>
</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Eugenio Cappuccio				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-09-18				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>KalipÃ¨</title>
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				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Ferie estive				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=230</link>
				<description>				<![CDATA[<p>La nostra redazione chiude per ferie. <b>Dal 1 al 31 agosto non troverete nessuno</b>. <b>Tutti gli acquisti, quindi, saranno evasi (o rimborsati se richiesto)</b> dal 1 settembre.</p>
<p>Nel frattempo, potete godervi le novità estive: il romanzo sulla camorra di <b>Nanni Balestrini</b> <i>Sandokan</i> (con prefazione di Roberto Saviano), il romanzo d'esordio di <b>Paolo Nori </b><i>Le cose non sono le cose</i> e il manifesto politico di alcune prostitute francesi <i>Fiere di essere puttane</i>.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				redazione DeriveApprodi				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-07-29				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Ferie estive</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/230_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				L'onda, il G8, gli arresti				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=228</link>
				<description>				<![CDATA[<p>L&rsquo;ondata di arresti a scoppio ritardato per le contestazioni del G8 universitario torinese del 19 maggio è caduta non a caso alla vigilia dei tre giorni aquilani del G8 complessivo, tanto che la misura eccezionale dell&rsquo;arresto ben fuori flagranza è stata giustificata con il timore della reiterazione dei reati, cioè del coinvolgimento in altre contestazioni del summit. Molti hanno rilevato che misure così spropositate miravano, ben al di là della kermesse aquilana e dell&rsquo;intenzione di sviare l&rsquo;attenzione dalle disgrazie mediatiche di Berlusconi, a intimidire preventivamente i movimenti di lotta in previsione di un autunno che si annuncia assai problematico a causa della crisi e dei suoi effetti occupazionali, in probabile concomitanza con quegli &ldquo;scenari imprevedibili&rdquo; che sono stati evocati per il possibile collasso della compagine governativa.<br>
L&rsquo;elemento più rilevante è tuttavia un altro: che la raffica di mandati di cattura non viene da Maroni, probabilmente irritato dal benefico contraccolpo di mobilitazione che ha portato nel giro di 24 ore al risveglio dell&rsquo;Onda anomala e all&rsquo;occupazione dei rettorati dei principali Atenei italiani, ma da un&rsquo;autonoma iniziativa della magistratura torinese, sponsorizzata dal Procuratore capo Giancarlo Caselli, giudice storicamente in quota Pci poi Ds, creatura di Violante e Fassino. L&rsquo;esimio giudice ha cercato di separare il movimento buono dall&rsquo;avanguardia cattiva (la cui consistenza obbligata è 300 come 666 il numero della Bestia), accusando la seconda di organizzazione para-militare (senza contestazione di reati associativi!) e premurandosi di spiegare che in tal modo si intendeva salvaguardare la libertà di manifestazione del movimento imprigionandone la leadership violenta.<br>
La prima domanda che viene in mente è se si tratti di una mossa intelligente. Risposta negativa, anche in base ai precedenti che ci indicano non essere, il grande eroe nazionale, precisamente una volpe, tanto che, quando passò dall&rsquo;inquisizione di rei conclamati quali i brigatisti rossi degli anni &rsquo;70 alle indagini di mafia, cadde in tutti i tranelli possibili. Fin quando incontrò una vera volpe, Andreotti, e riuscì a gestire il suo processo centrandolo tutto sul famoso bacio scambiato con Totò Riina &ndash;un classico falso indizio seminato da accorti &ldquo;pentiti&rdquo; per sabotare di un solo colpo ricostruzione processuale e credibilità della collaborazione di giustizia. Finì come sappiamo e Andreotti sentitamente ancora ringrazia. A dire il vero, in quel caso, il clamore processuale servì, ma non a sconfiggere la mafia o Andreotti, ma solo a impedirgli di accedere alla presidenza della Repubblica. Caselli fu mandato avanti e poi abbandonato senza tanti complimenti.<br>
La seconda domanda, allora, è chi gli stia dietro. Supponiamo una certa sinistra, come negli anni &rsquo;70 torinesi di Violante, Pecchioli, Fassino e Giuliano Ferrara, quando distribuivano questionari nei condomini per stanare i terroristi. Il ministro della giustizia Fassino nel periodo siciliano. Forse il medesimo oggi. Con l&rsquo;idea di presentare il Pd (e il suo nucleo franceschiniano-torinese-rutelliano) come il vero argine, una volta caduto Berlusconi, all&rsquo;insorgenza moltitudinaria e al vecchio nemico, l&rsquo;autonomia (sapete come farneticano i vecchi rincoglioniti con i fantasmi della giovinezza). Solo che i tempi sono sbagliati, doveva aspettare almeno che Berlusconi avesse un piede dentro la fossa, non che semplicemente incespicasse e potesse utilizzare magari la cospirazione come un appiglio per durare. Mi pare che una mossa così stupida il rivale D&rsquo;Alema non l&rsquo;avrebbe fatta e il timbro di Caselli e Fassino sia invece evidente. Posso sbagliarmi, s&rsquo;intende; comunque il colpo viene da sinistra ed è miseramente fallito &ndash;anche se degli innocenti o meglio dei protagonisti di una lotta giusta stanno passando i loro guai, speriamo per pochi giorni.<br>
</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-07-09				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>L'onda, il G8, gli arresti</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/228_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Dinamo n. 0				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=224</link>
				<description>				<![CDATA[<p><b>È nata DINAMO</b><br>
E' nato un nuovo progetto editoriale. Una free-press mensile, romana. Un modo nuovo di raccontare la città, la crisi e le trasformazioni che la attraversano. Roma vista nel mezzo degli sconvolgimenti tellurici che la stanno ridisegnando: dalla politica alla cultura, dai movimenti alle istituzioni, dalle periferie ai nuovi poteri. Un esperimento definito dal lavoro comune di collettivi e singoli, di attivisti e di lavoratori della cultura e della comunicazione. Un esperimento nel segno dell'indipendenza, l'unico modo di restituire all'informazione peso e dignità.</p>
<p>Info: dinamofp@gmail.com</p>
<p><b>Ecco l'editoriale del n. 0 </b></p>
<p>Bankers ryhmes with wankers&ldquo; (&rdquo;Banchieri fa rima con mezze seghe&ldquo;), dalla City di Londra un nuovo grido racconta le rivolte anti-crisi. Un'epoca di crisi, la nostra, un'epoca di rivolte, di rabbia: cadono le vetrine delle banche, mentre manager o dirigenti d'impresa vengono assediati, ritenuti responsabili di una catastrofe economica senza precedenti.<br>
Il dogma infallibile del mercato ha fallito, il neoliberismo salta in aria mentre procede la nazionalizzazione delle banche e delle perdite e il debito pubblico ricomincia a salire. Misure-tampone, provvisorie, prive di speranza: nessuno riesce a prevedere quanto la crisi durerà, quanto tempo ci vorrà per riattivare la domanda e far ripartire l'occupazione. Intanto cresce la paura, il timore di perdere tutto, lavoro, sicurezza, futuro; e c'è chi questa paura vuole farla divampare, chi la trasforma in una arma spietata, razzista e xenofoba. La paura si sa non aiuta mai l'azione politica e la libertà, semmai produce nuove schiavitù, nuova ingiustizia.<br>
Eppure questo mondo che cambia è una grande opportunità. Le bussole di un tempo non funzionano più, per nessuno. La politica è in crisi, una crisi più dura e più profonda di quella economica. Crisi della rappresentanza e fine della sinistra, due processi che si sono dispiegati negli ultimi mesi, potenti e inesorabili; un fiume in piena che si è immesso nel maremoto della recessione. D'altronde quale spazio oggi per il riformismo di sempre? Quando Obama &rdquo;nazionalizza&ldquo; una banca qualcuno pensa al socialismo e il Corriere della sera grida allo scandalo, ma la scena è assai più complessa: si chiede alla politica di fare in fretta, sanare i buchi, spremere i contribuenti, assistere il malato (l'economia) quel tanto che basta per farlo respirare, senza dare troppo disturbo. Non c'è un nuovo Keynes dietro l'angolo, non sarà Obama da solo a fare il New Deal del nuovo secolo! Ogni patto (deal) ha bisogno di lotte e di rotture, di alleanze e di conquiste: dietro un patto non c'è solo la crisi, c'è la forza di chi la crisi non vuole pagarla. <br>
Finita la sinistra sembrava che l'Italia dovesse finire di ronde e di razzismo. Non che di ronde non ce ne siano state in questi mesi! Ronde padane o meridionali, periferie violente, violenza di poveri contro poveri, di poveri contro più poveri. I corpi delle donne e quelli dei migranti al centro di questa a scena, a Roma come altrove.<br>
Eppure non c'è stato solo il peso insopportabile della sicurezza: in Italia, in Grecia, in Francia, in Spagna, centinaia di migliaia di studenti hanno riconquistato il loro tempo e il loro spazio ed hanno aperto una sfida che urla come lo slogan &rdquo;Noi la crisi non la paghiamo!&ldquo;. La crisi della rappresentanza si è fatta irrappresentabilità dei movimenti: movimenti profondamente politici, per natura, desideri, linguaggio, forza. Altro che fine della politica! Una nuova politica tutta da inventare, segnata non solo dalla crisi delle forme tradizionali della rappresentanza, ma soprattutto dalla crisi economica, dalla fine dell'euforia neoliberista. Una nuova fase in generale per i movimenti: indipendenza e capacità costituenti ne definiscono la misura, la qualità, la prospettiva. Cosa significa oggi esistere per i movimenti se non farlo nell'indipendenza (politica, culturale, economica)? Cosa significa fare conflitto se non misurarsi immediatamente con nuove forme di autogoverno? La forza dei movimenti non è più disgiungibile dalla capacità di questi ultimi di costruire istituzioni di nuova natura, istituzioni in grado di organizzare la potenza comune del lavoro, della comunicazione, dei diritti, delle risorse. Non c'è più spazio per il riformismo di sempre, c'è invece bisogno di movimenti costituenti che sappiano continuamente mettere in tensione il potere costituito e le attività di governo. L'esempio dell'America latina ci è utile, ma sono tante le esperienze che ci riguardano da vicino, dal progetto di autoriforma dell'Onda, alle battaglie sul diritto all'abitare e sui beni comuni. Conflitto e istanze di autogoverno, due facce della stessa medaglia. Cosa c'entra in tutto questo la città di Roma? Non basta dire che Roma è baricentro appassionato e vivace dei movimenti di cui siamo parte e che costituiscono la nostra esperienza. C'è qualcosa di più. Roma è diventata (o sta diventando) una metropoli e nelle metropoli il mondo si concentra senza posa: nello stesso tempo luoghi privilegiati della produzione economica, tra mobilità, saperi, finanza e mattone; nello stesso tempo laboratori di sperimentazione istituzionale, laddove, in politica, le misure amministrative si sostituiscono sempre di più alle norme giuridiche, per importanza, peso ed efficacia. E dentro questo mutazione, questa trasformazione rocambolesca e senza paracadute della città in metropoli, Roma è diventata &rdquo;modello&ldquo; nazionale. Tra i novanta e il nuovo millennio, da Rutelli a Veltroni, non si è mai smesso di parlare di innovazione politica e culturale: aumento vertiginoso del Pil e &rdquo;partecipazione&ldquo;, cemento e cinema internazionale, finanza e solidarietà, tutto tenuto insieme dalla logica infallibile del &rdquo;ma anche&ldquo;. Eppure la logica che sembrava infallibile è crollata in un attimo, a prevalere la divisione di culture e di interessi, di valori e di bisogni. Il modello universalistico (nelle ambizioni) e &rdquo;gentile&ldquo; non è riuscito a nascondere rabbia e solitudine, povertà e passioni tristi.<br>
Dalle periferie al lavoro precario, la fiducia si è rotta e non sempre, da questa rottura, ne è uscito fuori un nuovo desiderio di democrazia.<br>
Dicevamo delle ronde, ma le ronde non bastano a raccontare la fragilità sociale che ha assunto ed assume le sembianze del risentimento. Alemanno, oltre ad essere una nuova &rdquo;macchina politica&ldquo;, è espressione di questa paura e di questa solitudine, di entrambe ne fa risorse decisive per la sua avventura di cambiamento: anoressia sociale e populismo, al bando il cinema evviva la sicurezza. Eppure Roma è una città &rdquo;degna&ldquo;, nonostante la débàcle del veltronismo e delle sue vetrine, nonostante la durezza di Alemanno e i suoi protocolli. Chi scrive vive nella ricerca continua di questa dignità, mai scontata, sempre da costruire.<br>
Esplicitiamolo da subito, chi scrive non ha alcuna intenzione di raccontare la &rdquo;linea giusta&ldquo;, non fosse altro perché tante e diverse sono le posizioni che attraversano questo editoriale e gli articoli che seguono. Nella ricerca della dignità ci sembra difficile chiudere il cerchio, piuttosto riteniamo sia necessario ricostruire un discorso pubblico, ricco di differenze e se necessario di polemica, combattivo ed acuminato, creativo e conseguente. Nuovi esperimenti di rappresentanza sociale e indipendenza, municipalismo e autonomia dei movimenti, conflitti e nuovi dispositivi istituzionali, istanze non rappresentative di autogoverno e contrattazione sociale: un lessico ancora da costruire, a Roma, tra diversi, nella consapevolezza che nessuno è autosufficiente. Questa è la sfida della Dinamo, una sfida metropolitana, politica ed editoriale, un'occasione. Un'occasione che vale per chi scrive oggi, nel numero 0, ma anche per chi vorrà farlo in futuro. Dinamo è l'occasione di questo discorso e di molti altri discorsi che non hanno voglia di rimanere fermi, ma che sanno che solo il movimento produce movimento (e costruisce alternative concrete, qui e ora), solo la velocità illumina la strada, solo camminando si costruisce il cammino.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Nunzio D'Erme e Francesco Raparelli				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-05-15				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Dinamo n. 0</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/224_A.jpg</url>
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			</item>
			<item>
				<title>				7 aprile, terremoti, cattivi maestri				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=223</link>
				<description>				<![CDATA[<p>La &ldquo;terra ballerina&rdquo;, la natura matrigna, i teoremi dell&rsquo;emergenza e la parata dei mostri in tv, la data.. soprattutto la data. Trent&rsquo;anni dal 7 aprile e la concorrente, ennesima e annunciata, prevenibile seppur imprevedibile, tragedia d&rsquo;Abruzzo.. avrei voluto Francone a ragionarne assieme e a sentire il rimbombo delle sue chiassate lombarde consumate, su qualsiasi tema e senza sconti, con Lucio, Luciano, Emilio o Augusto.. <br>
A Franco Tommei che è stato presidente della mia squadra di calcio &ldquo;Getaway Football Club&rdquo;, a Lucio Castellano che accettava di farmi da portiere pur se in vita sua non aveva mai incontrato un pallone, a Luciano Ferrari Bravo eccelso centromediano metodista che il giorno della sentenza preferì ai flash dei fotografi rimanere all&rsquo;aria e farsi una partita di tennis, a Emilio Vesce che in un college zeppo di cattivi maestri studiava da direttore didattico, a Augusto Finzi e alla sua Venezia oppressa dal Petrolchimico e inquinata dal lavoro&hellip; <br>
A tutti mando un saluto e alzo un bicchiere di rosso pieno d&rsquo;affetto<br>
<br>
Ps. una segnalazione mi riporta a leggere questa mail inviata da Gabriella Gazzea Vesce all&rsquo;epoca dell&rsquo;altro terremoto che il 31 ottobre del 2002 colpì il Molise e tra le altre cose distrusse la scuola di San Giuliano di Puglia (Campobasso) dove morirono 27 bambini ed una maestra&hellip; scriveva sul forum radicale Gabriella.. &ldquo;..Il terremoto, in carcere, è il panico totale, una trappola per umani. Mi ricordo quello del 1981, carcere di Trani..... nessuna guardia ha aperto le celle, nessuna guardia è scappata, prigioniere anche le guardie e con l'identico terrore nell'animo dei detenuti!.. uniti, per<br>
il tempo delle scosse, alla stessa identica sorte, con l'identica paura di rimanere sotto le macerie, dove, in effetti, non si distinguono più camere e celle....... passata la paura, nel carcere di Trani, i detenuti del "sette aprile", si aspettavano l'ennesimo<br>
mandato di cattura per "aver provocato, loro presenti nel carcere di Trani, il terremoto....." E&rsquo; uno dei pochi mandati di cattura che non hanno mai ricevuto!..&rdquo;<br>
<br>
Roma 7 aprile 2009<br>
</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Claudio D'Aguanno				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-04-10				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>7 aprile, terremoti, cattivi maestri</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/223_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Il blitz di Dalla Chiesa e la banda qualunque				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=220</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il 7 aprile 1979 la Digos, sulla base di un&rsquo;inchiesta svolta dal P.M. Pietro Calogero, porta a termine a Padova e a Roma un&rsquo;operazione che conduce in carcere decine di militanti di rilievo dell&rsquo;Autonomia Operaia, accusati &ndash; Toni Negri e Franco Piperno tra gli altri- di essere lo &ldquo;Stato maggiore&rdquo; delle Brigate Rosse. Si tratta di un&rsquo;operazione che col tempo si dimostrerà completamente infondata, basata su prove inesistenti e falsità colossali; tuttavia in quel momento tutti, da Berlinguer a Forlani, dal presidente Pertini ai sindacati, plaudono agli arresti e si dichiarano riconoscenti nei confronti di Calogero e della Digos, che mantengono per settimane il posto nelle prime pagine dei giornali e dei telegiornali.<br>
A distanza di quaranta giorni, all&rsquo;alba del 17 maggio 1979, è il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ingelosito dal successo dei rivali e ansioso di recuperare terreno con il suo nucleo antiterrorismo di recente costituito, a &ldquo;bucare&rdquo; lo schermo con una operazione genovese, un &ldquo;blitz&rdquo; spettacolare che porta all&rsquo;arresto di una ventina di militanti dell&rsquo;estrema sinistra genovese. Anche questa retata, almeno all&rsquo;inizio, occupa le prime pagine dei giornali e della televisione ed è condotta nell&rsquo;approvazione incondizionata e generale.<br>
Per il generale dei Carabinieri si tratta di una questione di prestigio personale e di competizione professionale, per il capitano Michele Riccio &ndash;uomo del nucleo di Dalla Chiesa a Genova- è l&rsquo;occasione per iniziare una singolare carriera di promozioni (che lo porteranno, dopo &ldquo;importanti&rdquo; operazioni sul traffico di armi e di stupefacenti, a dirigere la DIA regionale) basata sul metodo della &ldquo;produzione artificiale&rdquo; delle prove a carico di imputati preventivamente individuati.<br>
Il capitano Michele Riccio è da tempo amico di Enrico Mezzani, personaggio genovese con un ricco curriculum di attività rese a favore dei vari corpi armati dello Stato; si tratta del classico agente provocatore in edizione assolutamente non riveduta né corretta; all&rsquo;epoca del blitz è uomo del Sisde, alle dirette dipendenze del generale Grassini.<br>
Riccio e Mezzani organizzano materialmente il blitz, ovvero ne scrivono la sceneggiatura, scelgono i protagonisti  e fabbricano i fatti. La vita di una ventina di militanti della sinistra, per lo più appartenenti all&rsquo;area dell&rsquo;autonomia, oppure legati, per motivi di lavoro o di studio, all&rsquo;Università, all&rsquo;Ospedale S. Martino e all&rsquo;Italsider, viene passata al setaccio. Agli inquirenti non interessano le prove e neppure gli indizi, a loro importa che i futuri arrestati corrispondano al quadro accusatorio che hanno costruito, ovvero siano compatibili con esso, mentre la magistratura accetta come il più stordito e libidinoso dei produttori il copione che Carabinieri e Digos le sottopongono di volta in volta. <br>
Ufficialmente le indagini hanno preso avvio subito dopo l&rsquo;uccisione di Guido Rossa da parte delle Brigate Rosse (il 24 gennaio 1979), anche se è solo dopo il 7 aprile che Dalla Chiesa ordina ai suoi di affrettare i tempi dell&rsquo;inchiesta e di portargli qualche risultato entro un mese al massimo. Vengono disposti pedinamenti e intercettazioni telefoniche e ogni elemento della vita personale degli intercettati e dei pedinati viene piegato all'immagine distorta che i Carabinieri hanno proiettato sullo sfondo. Se un tale conosce tutti o quasi i compagni inquisiti e ha frequenti rapporti con essi, questa è la prova dell&rsquo;esistenza di una rete, di un sodalizio criminoso. Se invece ne conosce pochi o nessuno, anche questa è una prova, perché le regole della clandestinità combattente e della sicurezza tra i militanti prevedono, anzi esigono, la compartimentazione, quindi la &ldquo;sconoscenza&rdquo; tra appartenenti alla stessa organizzazione. <br>
Se un inquisito sfugge inavvertitamente al pedinamento, magari perché ha preso un autobus al volo, costui è uno che ha messo in atto le famose tecniche del contropedinamento, ed è quindi un terrorista che ha letto il manuale del guerrigliero di Carlos Marighella; mentre il pedinatore distrattamente seminato scriverà che costui &ldquo;ha fatto perdere le proprie tracce&rdquo; da qualche parte, anche se ciò fosse capitato vicino alla sua ben conosciuta abitazione. Se un altro tra gli inquisiti telefona spesso da una cabina telefonica, è certo che lo faccia per sfuggire alle intercettazioni, quindi è un individuo che assume atteggiamenti cautelari perchè ha a che fare con il terrorismo; inutile controllare se per caso la sua abitazione sia o meno dotata di telefono.<br>
Se a casa dell&rsquo;inquisito ci sono molti documenti &ldquo;eversivi&rdquo;, questa è una prova di colpevolezza; ma anche se a casa di quello stesso inquisito non si trova nulla, ebbene, questa è una prova migliore&hellip;<br>
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La scelta dei personaggi, nei frenetici e molto disinvolti preparativi dell&rsquo;operazione, cade su militanti di ogni specie, purchè già noti o ritenuti pericolosi, anche se qualcuno si è allontanato da tempo dall&rsquo;attività politica (ma anche questa può essere considerata una prova, come si è visto sopra, esattamente come il suo contrario). Ciò che è importante è fare in fretta e avere una ventina di brigatisti di buon livello da consegnare al Generale Dalla Chiesa nel giro di qualche settimana; tanto tutti saranno comunque d&rsquo;accordo e si entusiasmeranno per l&rsquo;operazione, tutte le forze politiche sono da tempo riunite nel  governo di solidarietà nazionale e si affannano a darsi un&rsquo;identità attraverso la politica delle emergenze.<br>
Genova alla fine degli anni settanta ha ormai perso la sua centralità economica e politica nel paese; la realizzazione e lo sviluppo nei primi anni cinquanta della fabbrica modello, dello stabilimento &ldquo;americano&rdquo; (l&rsquo;Italsider), e il 30 giugno 1960 sono probabilmente le ultime manifestazioni della sua grande influenza sui fatti economici e politici a livello nazionale. La capitale dell&rsquo;industria di stato è in piena crisi: la produzione di acciaio si è ridotta radicalmente e per la prima volta gli operai conoscono la cassa integrazione, mentre l&rsquo;introduzione del container ha gradualmente ridimensionato l&rsquo;importanza del sistema portuale nell&rsquo;organizzazione complessiva del ciclo del trasporto. <br>
Nonostante questo in città si continua a pensare e a combattere come se questi processi di decadenza siano contingenti e provvisori: operai di fabbrica e di porto seguitano a muoversi in una immutata prospettiva di egemonia e di cogestione, gli autonomi si battono sulle e contro le nuove centralità, come quella nucleare e quella sociale. Per quanto riguarda le Brigate Rosse, Genova è il problema di una casella vuota da riempire ed è un obiettivo mediaticamente strategico da ottenere. Come per il generale Dalla Chiesa.   <br>
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Luigi Grasso, ex situazionista (anzi, luddista) vissuto come leader del movimento nelle Facoltà Umanistiche dell&rsquo;Università genovese per circa un decennio, recentemente avvicinatosi all&rsquo;anarchismo, molto legato per amicizia e formazione politica al docente universitario Gianfranco Faina. Dieci, venti volte perquisito, inquisito, arrestato già quattro volte, perseguitato da Carabinieri e Polizia come una sorta di &ldquo;cristo&rdquo; giacobino. Ora lavora in un liceo come insegnante precario.<br>
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Giorgio Moroni, ex militante di Potere Operaio e ora impegnato nel movimento dell&rsquo;autonomia operaia genovese, è legato per motivi di formazione politico culturale a Toni Negri e ad altri esponenti di Potere Operaio. Ha appena organizzato a Genova un convegno contro il piano nucleare, al quale hanno partecipato, oltre ad Ivo Gallimberti e Luciano Ferrari Bravo, anche Giorgio Ferrari Ruffino e Riccardo Tavani dei Comitati Autonomi di Via dei Volsci a Roma. Due anni prima ha fondato il giornale degli autonomi liguri, &ldquo;Nulla da Perdere&rdquo;, e ha aperto in Via di Porta Soprana, assieme alla sua compagna Stefania Vidale, una libreria &ldquo;di movimento&rdquo;, ben presto perquisita più volte come covo sovversivo. E&rsquo; stato arrestato un anno prima perchè trovato in possesso di &ldquo;documentazione eversiva&rdquo; durante le perquisizioni seguite al sequestro di Moro e successivamente è stato scarcerato per mancanza di ulteriori indizi. Lavora come impiegato in una società di servizi.<br>
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Enzo Masini, ex militante di lotta Continua, laureatosi in sociologia a Trento, è uno dei fondatori di lotta Continua a Genova, uno dei pluriarrestati dell&rsquo;epoca, leader picaresco di ogni genere di movimento, dagli studenti alle massaie; ha collaborato al Comitato di difesa dei compagni della &ldquo;22 ottobre&rdquo; e successivamente ha militato nell&rsquo;autonomia operaia. All&rsquo;epoca del blitz si è appena ritirato da ogni attività politica e si è trasferito, anche per segnalare vistosamente il distacco, a Palermo, dove lavora con la sua compagna Carla Marchitelli in una comunità di recupero per tossicodipendenti.<br>
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Antonio De Muro, ex dirigente di Lotta Continua e poi, dopo lo scioglimento del gruppo, fondatore di comitati antifascisti; quasi nessuno lo sa all&rsquo;epoca, ma fino a qualche tempo prima ha fatto parte delle Brigate Rosse assieme a buona parte del servizio d&rsquo;ordine di Lotta Continua; da diversi mesi comunque De Muro è uscito dal gruppo armato avvicinandosi al Partito Socialista, forse per costruirsi una copertura politica presso quelli che erano sempre stati i tradizionali amici istituzionali di L.C.; o più probabilmente per evitare che le Brigate Rosse potessero sospettare, in presenza di militanti in uscita,  una scelta diversa e &ldquo;concorrenziale&rdquo;, indirizzata verso un altro gruppo armato o verso la costituzione di una nuova organizzazione. Il suo nuovo lavoro è diventato quello di gestore, assieme ai fratelli La Paglia, di una trattoria &ldquo;alternativa&rdquo; nel centro storico, Le due porte.<br>
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Enrico Fenzi, professore di Letteratura Italiana all&rsquo;Università di Genova, sembra direttamente giunto alle Brigate Rosse &ndash;anche nell&rsquo;aspetto fisico- dai ranghi della Pubblica amministrazione. Di lui, fino al 1976, si conosce solo la fedeltà silenziosa al punto di vista espresso da Gianfranco Faina, vero motore immoto di quell&rsquo;ombelico cittadino che era stato il movimento alle Facoltà umanistiche di via Balbi. Apprezzato curatore dell&rsquo;opera di Francesco Petrarca, docente piuttosto tradizionale, può far pensare, anche per l&rsquo;apparente mancanza di passione ed entusiasmo, per la freddezza e il calcolo, ad un agente dell&rsquo;ufficio &ldquo;M5&rdquo; a Londra, a un uomo da &ldquo;quinta colonna&rdquo; in sostanza. In ogni caso Enrico Fenzi fa il militante irregolare delle Brigate Rosse con lo stesso impegno che solitamente si mette nel far carriera, anzi sembra che abbia deciso di farlo proprio per salire per tempo sul carro della storia, come se si stesse preparando fatalmente a dirigere il Ministero della Cultura dopo la rivoluzione. Il suo percorso dentro le Brigate Rosse è la conseguenza della sua passiva disponibilità a farsi corteggiare dalle bierre come una malinconica Francesca e del bisogno delle stesse Brigate Rosse di alzare il profilo qualitativo dell&rsquo;organizzazione ingaggiando finalmente un intellettuale, il primo e l&rsquo;unico e per di più uno vero. Nelle more del suo tardivo tirocinio politico Enrico Fenzi ha fatto innammorare di sé Isabella Ravazzi; assieme compongono dunque il quadretto dell&rsquo;allieva e del professore, della giovane compagna di famiglia borghese e &ldquo;di sinistra&rdquo; e dell&rsquo;intellettuale  che diserta la sua classe per scegliere la classe operaia.<br>
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Claudio Bonamici ha già, nel 1979, cinquantasette anni e vive da solo nella zona di Di Negro con Buck, un bastardo piccolo e maculato. E&rsquo; un militante anarchico, come suo fratello che fa l&rsquo;imbianchino. Troppo giovane per far parte delle Brigate Internazionali, ha ugualmente combattuto in Spagna negli anni &rsquo;50, è stato clandestino con Farìas e forse anche con Chico Sabate. E&rsquo; un autodidatta, formatosi su libri e manuali d&rsquo;ogni genere. Fa l&rsquo;impresario edile, al momento. Conosce alla perfezione ben ventitre mestieri (muratore, ebanista, elettricista, idraulico, restauratore, progettista, capocantiere, maestro d&rsquo;ascia, capocantiere, gessino, ecc.) alcuni dei quali da tempo scomparsi; attraverso di essi, attraverso il lavoro fatto meglio di chiunque altro abbia avuto la possibilità di studiare per farlo così bene, il giovane anarchico si è emancipato e ha potuto guardare il mondo ingiusto e insensato che gli sta di fronte dall&rsquo;alto del suo faticoso e geniale percorso di liberazione personale. E&rsquo; in grado di costruire ponti, dighe, armi, caldaie, mobili. E&rsquo; un formidabile giocatore di scacchi, ha vinto numerosi tornei nazionali. Ha recentemente fondato il Circolo Anarchico Ferrer, in Via del Chiappazzo. E&rsquo; un uomo entusiasta, generoso, intransigente; è già sopravvissuto a molte sconfitte e sa già di poter ricominciare ogni volta da solo, con compagni sempre più giovani nel&rsquo;avara risacca dell&rsquo;ultimo scorcio di secolo, e in modo ogni volta diverso. Il suo progetto coincide integralmente con la sua vita condotta nel totale disprezzo del denaro e delle convenzioni, costantemente proiettata oltre il limite delle proprie possibilità psicofisiche, mentre la sua cultura anarcosindacalista alimenta il sogno impossibile, e anche la pretesa, di condividere con altri la propria singolare individualità. Di recente è entrato in contatto con alcuni ragazzotti anarchici con la voglia di fare qualcosa, e lui è stato ad ascoltarli&hellip;<br>
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Mauro Guatelli è un insegnante di Chimica che ha partecipato su posizioni anarchiche alle varie fasi del movimento anarchico degli anni settanta. Ora è in stretti rapporti con Luigi Grasso, così come Massimo Selis. Quest&rsquo;ultimo è un ex militante di Lotta Continua approdato progressivamente a posizioni anarchiche e situazioniste.<br>
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Angelo Rivanera è un operaio dell&rsquo;Italsider (Movimento Ferroviario) che ha sempre frequentato l&rsquo;Università, sin dalle prime occupazioni. Ha fatto parte del Circolo Rosa Luxemburg. E&rsquo; una voce operaia che esprime il suo dissenso solo all&rsquo;Università; in fabbrica è isolato. Grande oratore, forse non ha mai avuto il coraggio di scegliere fino in fondo che cosa fare, limitandosi a riscuotere consensi tra studenti e soprattutto studentesse. E&rsquo; grande amico di Gianfranco Faina e di Luigi Grasso.<br>
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Gianfranco Faina, poi c&rsquo;è da qualche parte in Italia Gianfranco Faina. In quei giorni è latitante, clandestino con i suoi di Azione Rivoluzionaria. Ha da poco tagliato i ponti con l&rsquo;Università, con Genova, con i suoi amici (ne ha ancora tanti, anche dentro il Pci, tra coloro che non hanno dimenticato la sua precoce e brillante militanza fino all&rsquo;espulsione del 1961). Negli ultimi giorni, prima che sparisse, il suo Istituto si presenta svuotato di libri, nudo e disordinato come un ufficio comunale. L&rsquo;eloquio del vecchio e acuto intellettuale è ora ridotto all&rsquo;osso, scarnificato e volgare, sul tipo &ldquo;ora sto con gente in gamba, gente coraggiosa&rdquo;, &ldquo;non sto mica a farmi delle seghe&rdquo;. Gianfranco, caustico e violento con chi trasgredisce la morale comunista, detesta lo schematismo ed ogni forma di irrigidimento dottrinario, odia farsi superare dalla realtà; probabilmente è diventato anarchico per redimere la deriva stalinista della Terza Internazionale. La forma che assume in lui l&rsquo;intolleranza verso i dottrinari è l&rsquo;irrisione: la risata sgangherata dà alla sua critica delle tonalità di dileggio e scherno e toglie al suo giudizio ogni carattere di solennità e di assolutezza. Egli ha scelto di stare sulla platea piuttosto che sul palcoscenico; proporre, influenzare, orientare piuttosto che determinare, risolvere, scegliere. La sua voce un po&rsquo; chioccia contribuisce alla dislocazione del suo ruolo, così come la scelta dell&rsquo;idioma popolare (del ponente operaio) non è affatto un omaggio retorico ed intellettuale alla cultura operaia, ma un puro rovesciamento di prospettiva, se si pensa che il gergo operaio viene da lui usato nelle assembleee all&rsquo;Università e non nelle adunate operaie, dove se ne servono strumentalmente i bonzi sindacali.<br>
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A tutti questi vanno aggiunti quelli che nel corso di quaranta giorni di indagine entrano in contatto con loro, di persona o per telefono, sotto la lente focale dei Carabinieri: due o tre giovani compagni toscani anarchici venuti a Genova per incontrarsi con Luigi Grasso che vengono fotografati attraverso le vetrine del bar Corradi a Brignole; due compagne infermiere a S. Martino che danno ospitalità ai compagni venuti da fuori; tre soci della trattoria Le due porte (le trattative per la cessione della trattoria diventeranno nella versione dei Carabinieri riunioni della direzione di colonna delle Brigate Rosse per decidere se reclutare o no Susanna Chiarantano); nella vicenda de Le due porte verranno coinvolti anche i due fratelli Jenaro, ferrovieri, stalinisti, immigrati, in piena crisi di identità, in preda a un travolgente spiazzamento personale ed ideologico dopo l&rsquo;intensa e totalizzante esperienza emmeelle (Silvio Jenaro, una volta arrestato, passerà nel volgere di una notte dall&rsquo;ideologico rifiuto di un succo di pompelmo &ldquo;sionista&rdquo;, offertogli dalla cucina del carcere, alla chiamata notturna del magistrato di Genova per fare inutili, forsennate e ingenue confessioni). Infine, il delegato sindacale Angelo Frixione, iscritto al Pci, al quale Isabella Ravazzi ha chiesto della documentazione sull&rsquo;organizzazione del lavoro in fabbrica &ndash;ufficialmente per completare la sua tesi- e che molto virilmente non ha potuto non farsi in quattro per accontentare la ragazza.<br>
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Sullo sfondo la fine degli anni settanta, la chiusura pesante del sistema dei partiti su generazioni di giovani formatesi sui valori della critica dell&rsquo;esistente, sospese tra il progetto del cambiamento radicale e la ricerca semplice del senso; la congiura dell&rsquo;intero sistema politico italiano tendente a ridurre a due la molteplicità delle opzioni possibili, o il consenso o la lotta armata, o il dissolversi di ogni diversità culturale e politica o la scelta perdente dello scontro finale. In questo quadro la lotta armata viene paradossalmente evocata dal sistema dei partiti (il riconoscerla come pericolo assoluto, come prioritaria emergenza nazionale, rafforzerà tra l&rsquo;altro nei giovani rivoluzionari la convinzione che la lotta armata, risultando così clamorosamente pericolosa per il sistema, sia l&rsquo;unica scelta valida) per costringere l&rsquo;enclave degli irriducibili a sciogliersi o a combattere eroicamente e disperatamente in piccole bande.<br>
Allo stesso tempo le congenite incapacità dei Servizi, della Polizia e dei Carabinieri -sgherri mentalmente corrotti dal ruolo sacerdotale e sacrale che lo Stato gli attibuisce: essi a lungo tempo arresteranno e perseguiteranno soprattutto militanti che con le Brigate Rosse non hanno nulla a che fare-, da un lato daranno a lungo la sensazione che le Brigate Rosse siano invulnerabili, dall&rsquo;altro alimenteranno le deliranti ipotesi che ancora oggi si fanno su una collusione tra brigatisti e servizi &ldquo;deviati&rdquo; o servizi tout court.<br>
In ogni caso la Democrazia Cristiana, per continuare a governare, ed il Partito Comunista, per accreditarsi come forza di governo, hanno dichiarato guerra ai movimenti, ed ora in questa guerra compare qualcosa che assomiglia alla &ldquo;soluzione finale&rdquo;. Il &ldquo;compromesso storico&rdquo; ha  momentaneamente salvato il sistema dei partiti dal crollo, che avrebbe dovuto beneficamente avvenire alla fine degli anni settanta. Il mezzo è stata la totale eliminazione dalla scena politica del conflitto, che da allora viene equiparato ad atto di terrorismo; la concertazione sulla pelle dei movimenti ha prolungato la vita a questo sistema per altri quindici anni, congelandolo fino alla sua putrefazione. E quando la fine sopraggiungerà, essa sarà di segno populista e aprirà la strada all&rsquo;interminabile blob berlusconiano, mentre il paese più irrequieto ed aperto sul davanti si trasforma rapidamente nel paese più squallido e depresso dell&rsquo;occidente capitalistico. Grazie, sig. Berlinguer!<br>
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Riccio e Mezzani si servono di un&rsquo;ambigua figura di militante, una ex compagna di Lotta Continua, Susanna Chiarantano. Costei, narcisa ed autolesionista (si firma spesso nelle sue lettere &ldquo;perfida milady&rdquo; ma sembra una Scarlet O&rsquo;Hara uscita dalla penna di Margaret Mitchell) viene assunta da una delle aziende gestite da Enrico Mezzani. Di lì, oltre che da casa, telefonerà a vari compagni del movimento, in particolare a Luigi Grasso. Le intercettazioni di queste telefonate costituiranno il terreno principale della provocazione.<br>
Contemporaneamente l&rsquo;uomo del Sisde e il carabiniere ricattano una giovane tossicomane, Patrizia Clemente, e la minacciano in ospedale dove è ricoverata per un aborto, affinchè sottoscriva una falsa dichiarazione contro alcuni degli inquisiti, in particolare Giorgio Moroni, Enzo Masini e Luigi Grasso, e successivamente le pagano il viaggio in Australia, minacciandola e diffidandola dal tornare.<br>
I Carabinieri, infine, piazzano volantini delle Brigate Rosse e pistole presso le case di alcuni degli inquisiti. Infilano volantini in casa di Massimo Selis e nel giaccone di Isabella Ravazzi; inoltre depositano una pistola nel camino della casa di campagna di Enrico Fenzi, a Calvari.<br>
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A questo punto rimane per Dalla Chiesa il problema di individuare i magistrati dai quali ottenere senza storie la firma dei mandati di cattura e ai quali affidare la gestione del processo: si forza la procedura per evitare il setaccio di un giudice non gradito (Dalla Chiesa sospetta di Grisolia, che sarebbe il giudice naturale, perché è un giudice di cultura liberale ed è padre di un militante trotzkista).<br>
All&rsquo;alba del 17 maggio vengono contemporaneamente effettuati sedici arresti (Enzo Masini, alla sua quinta cattura, viene arrestato a Palermo) e gli arrestati vengono dispersi in varie caserme e successivamente in vari carceri del Nord. Tranne Enrico Fenzi, in quel momento nessuno degli arrestati fa parte delle Brigate Rosse. L&rsquo;accusa, per tutti, è di &ldquo;partecipazione a Brigate Rosse e/o Azione Rivoluzionaria e/o qualunque banda armata&rdquo;. Si prende atto della diversità di formazione e collocazione degli imputati e ci si cautela con un&rsquo;accusa generica e polivalente!<br>
La stampa dà grande risalto all&rsquo;operazione, al blitz del generale: si parla di annientamento della colonna genovese e di arresto dei &ldquo;capitani&rdquo; delle Brigate Rosse, il cui &ldquo;stato maggiore&rdquo; era stato catturato, così si sostiene, nell&rsquo;ambito dell&rsquo;operazione &ldquo;7 aprile&rdquo;. Uno degli arrestati, Giorgio Moroni, è collegato da contatti epistolari e da frequentazione con alcuni degli imputati del 7 Aprile, in particolare con Toni Negri, e questo contribuisce a rendere credibile l&rsquo;operazione e a porla sullo stesso piano del &ldquo;7 Aprile&rdquo;. La conoscenza del &ldquo;brigatista&rdquo; Moroni verrà infatti più volte contestata a Toni Negri nel corso degli interrogatori.<br>
L&rsquo;atteggiamento del Pci  (nonostante un suo militante faccia parte del gruppo degli arrestati; verrà tuttavia scarcerato di lì a poco) è di &ldquo;attenzione soddisfatta&rdquo;; è da poco uscito il libro bianco sul terrorismo, a cura della Federazione genovese del Pci, che criminalizza l&rsquo;intero movimento.<br>
Gli interrogatori sono una farsa, essi sono considerati dai giudici Gianfranco Bonetto e Luigi Di Noto come un mero adempimento formale, e non viene data a nessuno degli arrestati l&rsquo;opportunità di conoscere da dove provenga l&rsquo;accusa.<br>
Giorgio Moroni comincia nel carcere di Novara uno sciopero della fame contro l&rsquo;isolamento e viene trasferito nel carcere di Brescia.<br>
In carcere le dichiarazioni di estraneità degli imputati sono apprezzate dai &ldquo;comuni&rdquo; come adesione alla legge malavitosa dell&rsquo;&rdquo;andare negativo&rdquo;. Quando Daniele Pifano viene arrestato con due missili destinati ai palestinesi Giorgio Moroni riceve nella sua cella champagne e congratulazioni dalla mala bergamasca e dai mafiosi presenti nel carcere di Brescia. La vita in carcere di un &ldquo;leader politico&rdquo; prevede la partecipazione obbligata ad un rituale di aggressioni, scontri di potere e rappresaglie.<br>
Di quel periodo va ricordata inoltre la premeditazione di Dalla Chiesa nel trasferire nello stesso carcere  accusatore e accusato, il che dà luogo al suicidio di Francesco Berardi  a Cuneo.<br>
Il rinvio a giudizio per hli imputati del blitz giunge sei mesi dopo. Giorgio Moroni scopre dalla lettura degli atti che l&rsquo;accusa contro di lui è basata su una montatura, ed in particolare sulla testimonianza di Patrizia Clemente, una ragazza che lui non ha mai conosciuto. Nel frattempo, il 21 Dicembre 1979, c&rsquo;è l&rsquo;altra operazione contro l&rsquo;autonomia; l&rsquo;apparente trionfo del teorema Calogero va di pari passo con i licenziamenti alla Fiat.<br>
Tra aprile e maggio del 1980 tutti gli imputati vengono trasferiti a Marassi in attesa del processo, fissato per i primi giorni di maggio. E&rsquo; il primo processo &ldquo;politico&rdquo; di quelli che di lì a poco verranno maledettamente chiamati &ldquo;anni di piombo&rdquo;.<br>
Nel frattempo Patrizio Peci, arrestato a Torino dai Carabinieri, ha già cominciato a parlare. Come prima conseguenza, il 28 marzo 1980 c&rsquo;è la carneficina di Via Fracchia: lo stesso capitano Riccio è a capo del commando dei Carabinieri che spara sui brigatisti ormai arresi, uccidendoli.  Edoardo Arnaldi , avvocato di molti degli arrestati, è accusato da Patrizio Peci di far parte delle BR, e si suicida nel bagno durante l&rsquo;arresto.<br>
Giorgio Moroni legge in aula un ricordo di Edoardo Arnaldi che viene ovviamente rilanciato dalla stampa come un comunicato brigatista. Gli altri avvocati del collegio di difesa, Luigi Zezza e Gabriele Fuga, vengono arrestati o costretti alla latitanza. <br>
Il fronte degli imputati si divide tra chi vuole presenziare per combattere la provocazione e chi vuole ritirarsi e abbandonare l&rsquo;aula nella logica del processo di guerriglia. Corrono le minacce tra gli imputati, in quei giorni odiosi il conflitto tra organizzazioni &ldquo;rivali&rdquo;viene gabellato come fase decisiva del processo rivoluzionario in Italia.<br>
Ma in realtà il Collegio giudicante è presieduto da un giudice liberale, per nulla condizionato dall&rsquo;atmosfera generale e che non mostra alcuna accondiscendenza nei confronti degli inquirenti, viviseziona le prove, sottopone ad audizioni vere  i testi; il colonnello dei carabinieri Niccolò Bozzo, colto in palese contraddizione, rischia l&rsquo;arresto in aula. Sfilano in aula i testimoni dell&rsquo;accusa, e tra questi tutti gli uomini di Dalla Chiesa, Pignero, Paniconi e Riccio, che mente al di là del verosimile. Come mentono quei Carabinieri che affermano di aver trovato la pistola nel camino della casa dove Fenzi va d&rsquo;estate, mentono anche se in effetti Fenzi brigatista lo è effettivamente e in quel momento, tra l&rsquo;altro, non si premura neppure di nasconderlo.<br>
La sentenza di assoluzione, il 3 Giugno 1980, giunge inaspettata. L&rsquo;accoglienza al di fuori del carcere degli imputati che escono è entusiasta, con centinaia di compagni e di persone arrivate a Marassi in tarda serata e lo spumante che schizza sulle macchine fotografiche dei fotoreporters. E&rsquo; l&rsquo;ultima notte di gioia di una generazione; i telegrammi arrivano da compagni di tutta Italia (&ldquo;oggi la liberazione, domani la libertà&rdquo;).<br>
Il generale Dalla Chiesa si scaglia, qualche giorno dopo, durante la celebrazione annuale dell&rsquo;Arma, contro &ldquo;l&rsquo;ingiustizia che assolve&rdquo;. Questa affermazione e la volontà così espressa di Dalla Chiesa sono già il primo atto del processo d&rsquo;appello. Anche nella sua relazione alla Commissione Parlamentare sui fatti di Via Fani il generale insiste sul ruolo di Genova nell&rsquo;eversione nazionale (ne parla come se si trattasse di un carattere ricorrente della città, citando addirittura l&rsquo;opposizione genovese al processo sabaudo di unificazione, in particolare l&rsquo;insurrezione del 1849) e sul ruolo e l&rsquo;importanza dell&rsquo;inchiesta genovese.<br>
Michele Riccio è comunque di nuovo all&rsquo;opera e contatta nel carcere di Palermo Salvatore Sanfilippo, killer della mafia in odore di &ldquo;pentimento&rdquo; (nel frattempo la figura tutta italiana del &ldquo;pentito&rdquo; è diventata dominante nello scenario politico del paese e nascono in questo periodo le star della giustizia impegnate a contendersi i migliori pentiti e le migliori inchieste).<br>
Anche se Sanfilippo è uno dei pentiti più inattendibili ed improbabili (un semplice &ldquo;sucaminchia&rdquo;, secondo Renato Vallanzasca), Riccio fa pervenire al giudice Caselli le sue &ldquo;spontanee&rdquo; dichiarazioni. Secondo Sanfilippo, che ha saputo queste cose in carcere, Luigi Grasso ha partecipato all&rsquo;uccisione del giudice Francesco Coco a Genova, e Giorgio Moroni ha preso parte al alcune rapine per finanziare le B. R.. Luigi Grasso viene subito arrestato e Giorgio Moroni latita per un paio di mesi prima di dimostrare la propria estraneità alle accuse.<br>
Il processo di secondo grado, a due anni dal primo, si apre con la Corte già orientata verso la condanna. Luigi Grasso vi compare in manette, mentre Enrico Fenzi, che nel frattempo si è pentito dopo il suo nuovo arresto con Mario Moretti a Milano, sta per iniziare la sua nuova carriera di testimone di Stato.<br>
La Corte va a sentenza rapidamente e condanna gli imputati come brigatisti. Il Pubblico Ministero si rivolge a Moroni e gli chiede di ammettere la sua partecipazione alle B.R.; avutane la solita risposta negativa, il giudice commenta: &ldquo;Vedete, abbiamo di fronte degli irriducibili&rdquo;.<br>
La storia del processo finisce qui, il resto sono due processi in Cassazione, oltre ad un ulteriore processo a Torino, fino alla condanna definitiva, che giunge alla fine degli anni ottanta.<br>
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Comincia tuttavia un&rsquo;altra storia che val la pena di essere raccontata, sia pur brevemente. Grasso, Moroni, qualche tempo la condanna, si rivolgono ad una agenzia di investigazioni. Vogliono avere notizie dei genitori di Patrizia Clemente, la superteste dissoltasi nel nulla. Attraverso la madre nasce si rende possibile un contatto.<br>
Un giorno Patrizia Clemente telefona nell&rsquo;ufficio dove Giorgio Moroni lavora. Ha un forte accento inglese, vive in Australia, gli dice che ha telefonato poiché l&rsquo;aveva promesso a sua madre, gli rivela che in realtà non lo ha mai conosciuto, dieci anni prima è stata ricattata e costretta a fare il suo nome da Mezzani e da Riccio.<br>
Nasce a questo punto, come per un gioco, l&rsquo;&rdquo;operazione Witness&rdquo;, ovvero l&rsquo;idea di sfidare lo Stato sul terreno delle prove, di ottenere la revisione, di processare il processo. Qualcuno però deve andare in Australia a raccogliere la prova regina.<br>
Inizialmente Grasso e Moroni lo propongono ad una delle assistenti sociali che li seguono mentre stanno scontando la parte finale della pena in affidamento sociale. Poi è una cara amica di Giorgio, Lucia, a rendersi disponibile. La missione viene finanziata con vari mutui contemporanei accesi in varie banche a tassi superiori al venti per cento. Il viaggio in Australia viene accuratamente preparato con presa in esame di ogni possibile variante del piano. Lucia vola in Australia, finge di essere lì per lavoro, ma già che c&rsquo;è vuole portare un messaggio a Patrizia Clemente da parte di Giorgio Moroni. Lucia riesce nell&rsquo;impresa: le due ragazze simpatizzano e Patrizia Clemente accetta di rilasciare una lunga dichiarazione autenticata dal Consolato Italiano di Sydney, una dichiarazione che è un&rsquo;accusa circostanziata contro i Carabinieri.<br>
Ottenuta la dichiarazione più importante ci si muove in altre direzioni. Pur di smontare l&rsquo;impianto accusato ci si rivolge anche al vicequestore Rosa, ex responsabile della Digos a Genova, ora in servizio a Pavia. Anche Rosa, forse anche per fare uno sgarro ai Carabinieri, accetta di &ldquo;certificare&rdquo; l&rsquo;estraneità dei condannati alle B.R.; lui può farlo, avendo integralmente ricostruito, grazie ai pentiti, l&rsquo;intero organigramma delle B.R. a Genova.<br>
Rimane Susanna Chiarantano, quella delle interminabili conversazioni telefoniche sbobinate contenenti improbabili indizi a carico degli imputati del blitz.<br>
Lei e Giorgio Moroni consumeranno pasticcini al bar Cavo vicino alla Stazione Principe, come quando dieci anni prima lei e Grasso conversavano davanti agli occhi del carabiniere di turno sotto la regia di Mezzani.<br>
Anche il testimone di Stato Enrico Fenzi e Fulvia Miglietta, ex membri della colonna genovese delle B.R., si rendono disponibili (da notare: la Miglietta è l&rsquo;unica autentica pentita d&rsquo;Italia, così segnata dall&rsquo;esperienza del pentimento da approdare definitivamente in un convento, dove vive tuttora) a testimoniare, dall&rsquo;interno delle Brigate Rosse, la falsità delle accuse.<br>
<br>
Al processo di revisione né i nuovi giudici, scandalizzati e anche turbati dal processo che stanno giudicando, né gli ex imputati ora accusatori, né i vecchi accusatori ora giudicati (che peraltro possono contare sulla prescrizione dei loro reati), hanno interesse alla pubblicità. Tutti, quindi, taceranno con i giornalisti e nulla emergerà sulla carta stampata.<br>
Il giorno dell&rsquo;ultima udienza arriva direttamente al Presidente della Corte una busta dall&rsquo;Australia. Il giudice estrae dalla busta una nuova dichiarazione di Parizia Clemente e una vecchia foto segnaletica con tracce di colla sul retro; solo un carabiniere poteva averla data a Patrizia Clemente perché potesse riconoscere Giorgio Moroni in un eventuale confronto. E&rsquo; un colpo di scena da processo americano.<br>
La revisione per i quattro che l&rsquo;hanno chiesta (Moroni, Grasso, Guatelli e Selis) è ottenuta. La partita a scacchi con lo Stato è vinta. Tutti e quattro chiederanno la riparazione dell&rsquo;errore giudiziario, ottenendo complessivamente un miliardo di lire tra tutti. Rimane da ultimare, ancora oggi, la vendetta civile.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Franco Fratini				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-04-08				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il blitz di Dalla Chiesa e la banda qualunque</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/220_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Trent'anni dal 7 aprile 1979				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=221</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Trent&rsquo;anni suonati da quel 7 aprile che segnò l&rsquo;inizio di una repressione di massa dei movimenti che avevano caratterizzato l&rsquo;anomalia del lungo &rsquo;68 italiano. Fu un&rsquo;operazione giudiziaria, rivelatasi alla fine falsa e farsesca, maturata nel clima dei governi di &ldquo;unità nazionale&rdquo;, l&rsquo;ammucchiata di tutti i partiti dell&rsquo;arco costituzionale, Pci compreso, contro l&rsquo;emergenza &ldquo;economica e terroristica&rdquo;. La bibliografia sul &ldquo;caso 7 aprile&rdquo; è molto vasta e non è qui il luogo ove ripercorrerla. Ci limitiamo a ricordare solo che gli imputati (alcuni dei quali poi completamente assolti dalle accuse) pagarono la loro militanza rivoluzionaria con anni di carcere, normale e speciale. Non pagarono niente invece quei magistrati, funzionari statali, politici, sindacalisti, intellettuali, giornalisti che contribuirono a creare una sistematica falsificazione dei fatti. Non pagarono niente allora e oggi a nessuno di loro viene in mente di chiedere banalmente scusa per tutto l&rsquo;odio fomentato e propinato. Tacciono le loro malefatte, confidando sulla dimenticanza e l&rsquo;ignoranza che ne deriva. A loro, piccoli uomini senza dignità alcuna, dedichiamo una frase di Luciano Ferrari Bravo, imputato in quel processo: &ldquo;&hellip;Per far capire ciò che provo, prendo a prestito la frase di uno storico cecoslovacco. Questa: un uomo che in un secolo come il nostro che ha visto macelli come le due guerre mondiali, che conosce l&rsquo;atomica, che sa cos&rsquo;è il rischio della catastrofe ecologica, insomma un uomo contemporaneo che non sia andato in galera per un&rsquo;accusa di associazione sovversiva, non ha vissuto degnamente il suo tempo&rdquo;. A titolo di parzialissimo esempio, e testimonianza, di quanto accadde pubblichiamo nelle sezioni &ldquo;articolo&rdquo; e &ldquo;dossier&rdquo; tre testi. Il primo è una lettera che Lucio Castellano, altro imputato del processo 7 aprile, inviò al suo giudice Dr. Gallucci. In questo semplice e breve testo scritto solo qualche tempo dopo gli arresti Lucio svela tutta l&rsquo;assurdità e l&rsquo;incongruenza del &ldquo;teorema Calogero&rdquo; a fondamenta dell&rsquo;accusa. Il secondo è un testo inedito che racconta le tormentate vicende processuali seguite a una serie di arresti eseguiti a Genova a un mese dal 7 aprile &rsquo;79. Il terzo è la selezione di una serie di lettere dal carcere di Luciano Ferrari Bravo, già pubblicate sulla rivista &ldquo;DeiveApprodi&rdquo; nel 2001 poco dopo la sua morte. A riguardo aggiungo solo qualche parola a chiarimento. Tra natale e capodanno del 1980 nel carcere speciale di Trani, dove eravamo entrambi rinchiusi, ci fu una rivolta. Il sequestro di una ventina di guardie. Il blitz delle «teste di cuoio». Una notte di mattanza. Molto sangue. Luciano fu trasferito a Rebibbia, a Roma, e da quel momento nacque il nostro scambio di corrispondenza che proseguì ininterrottamente per tutto il tempo che gli toccò di scontare e che alla fine risultò essere di cinque anni, cinque mesi e cinque giorni. Prima di essere scarcerato e alla fine, dopo altri anni di strascichi processuali, assolto da tutte le accuse. <br>
Il plico con le lettere di Luciano è, in questi quasi tre decenni, sopravvissuto anche a perquisizioni e a sequestri, a dissequestri e risequestri operati dagli epigoni della grande Inquisizione. Rappresenta, a mio parere, una testimonianza importante non solo di un saldo e dolce rapporto di amicizia, ma anche di un momento storico difficile e doloroso che ha coinvolto due generazioni di militanti. Di queste lettere ho pensato sensato pubblicarne alcune relative ai primissimi anni Ottanta. Non ho dubbi riguardo la difficoltà da parte del lettore di comprendere unitariamente questi brani, soprattutto nel caso di un lettore giovane e non a conoscenza dei dettagli di quel frangente storico. Ho quindi ritenuto opportuno qua e là di inserire alcune note utili a facilitare la comprensione dei contenuti del dibattito politico di allora e di una gergalità nota solo a coloro che sono passati per il circuito carcerario.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Sergio Bianchi				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-04-07				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Trent'anni dal 7 aprile 1979</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/221_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				liberi sconti e liberi lettori				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=218</link>
				<description>				<![CDATA[<p><b>Con un po' di ritardo ricominciano gli sconti</b><br>
Come ogni anno rispettiamo la scadenza dei saldi. Con un po' di ritardo perché abbiamo voluto includere le tre novità di gennaio:<i>I giavanesi</i> di Jean Malaquais, <i>Morti di scienza</i> di Pierre Zweiacker e Ultimi fuochi di Resistenza di Massimo Recchioni. Tre libri importanti e diversi per ribadire il nostro impegno per un'editoria indipendente e, per quanto possibile, intelligente.</p>
<p>Su questi e su tutto il catalogo, comprando <b>almeno 3 libri </b>avreto uno <b>sconto del 30%</b>; comprando <b>almeno 5 libri </b>avreto uno <b>sconto del 50%</b><b>.</b> Per acquisti inferiori ai 3 libri rimane come sempre attivo lo sconto base del 20% su qualunque pubblicazione.<b><br>
</b></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				la redazione DeriveApprodi				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-01-29				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>liberi sconti e liberi lettori</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/218_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Una scuola cosÃ¬ non ci serve: La classe di Laurent Cantet				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=217</link>
				<description>				<![CDATA[<p> </p>
<p>Sia chiaro da subito: nella storia raccontata dal regista Laurent Cantet nel film <i>La classe</i>, la trama voglio dire la costruzione dell'intreccio, il <i>plot </i>e
l'invenzione narrativa sono importanti tanto quanto il modo di
dispiegare il discorso filmico, il meccanismo usato per esporre i
fatti: il linguaggio, dico, del film stesso. Le implicazioni
direttamente morali innescate dalle epiche avventure del giovane
professore francese sono da considerarsi inestricabilmente legate al
linguaggio usato per generarle, per inventarle e, infine, per <i>scriverle in fotogrammi</i>. È questo il linguaggio filmico che sta dietro &ndash; <i>fisicamente </i>&ndash;
alla realtà, quando cerca di recuperare lo spazio perso
nell'industria, nella cecità, nel suo proprio perverso
neoclassismo.</p>
<p> </p>
<p>In questo senso le peripezie della scuola di banlieus, raccontate da dentro la classe stessa, con studenti di <i>millecolori </i>e millelingue, sono le stesse che la lingua francese, in una mirabile lezione di grammatica tenuta dal professorino molto <i>preciso</i>, si trova da anni a dovere affrontare nelle strade della focosa e infiammabile periferia parigina.</p>
<p> </p>
<p>E
alla ricerca di una pace impossibile, negata la giustizia, il
fallimento della scuola è lo stesso del linguaggio (della
lingua francese e del film: fa lo stesso): lo scacco appare completo e,
quel che conta, irreversibile. La narrazione epica di un progetto
degenerato e l'elaborazione di un lutto epocale: eccolo il film di
Cantet.</p>
<p> </p>
<p><i>La classe</i>, film
programmaticamente didattico, prima di tutto insegna questo: negando il
conflitto, non si governa nulla. E addirittura allude: governare il
conflitto è possibile solo producendo ingiustizia. La scuola,
qui e altrove paradigma di governo buono, tutta tesa come è a
produrre consenso intorno a se stessa come metodo di <i>buona </i>educazione
alla convivenza civile, è sempre e comunque un'ingiustizia,
dice Cantet; si costruisce su una ingiustizia ancestrale, e in
definitiva, per chi queste regole non le  vuole (o non riesce o
non può) accettare, per chi cioè sfugge alla regola
della convivenza civile, essa produce esclusivamente punizione ed
esilio. Viene da dire: produzione di ingiustizia a mò di
ingiustizia.</p>
<p> </p>
<p>Insignificanti appaiono i tormenti
e i dolori del giovane professore protagonista del film. Nel momento in
cui l'istituzione dell'educazione, qui la scuola, altrove: il
tribunale, deve decidere chi ha ragione, e chi ha torto, chi punire, e
chi no, chi è il buono e chi è il cattivo, non
esita nemmeno di fronte alla realtà dei fatti. Da una parte
la convivenza e lo <i>status quo</i>, l'istituzione da difendere e
salvaguardare, il vecchio e il passato; dall'altra il conflitto e la
trasformazione, l'utopia da rinnovare e ridefinire, il nuovo e il
futuro.</p>
<p> </p>
<p>L'istituzione che si difende, lo fa senza pietà.</p>
<p> </p>
<p>Il
professore è eticamente colpevole (e davanti a  noi
spettatori, gli unici con gli alunni a saperlo, in maniera clamorosa e
definitiva) e moralmente è la causa di tutto (sia del clima
di fiducia, convivenza e civiltà, che produrrà
l'evento in sé; sia dell'evento in sé,
cioè la rottura di questo clima, per riconfermare la propria
autorità, che produrrà l'allontanamento
dell'alunno): eppure a pagare per lui è l'alunno, a pagare
per tutti è l'alunno violento e senza regola, a pagare per la
sopravvivenza dell'intera istituzione, dice Cantet, è il <i>black </i>naturalmente
e geneticamente cattivo. Detto senza pelo, ché Cantet non lo
dice: senza esilio non c'è istituzione; senza banlieus,
nessuna metropoli. Senza periferia, il centro non esiste. É
la periferia cioè che produce il centro, non mai viceversa.</p>
<p> </p>
<p>Il
film di Cantet non genera un cortocircuito morale nel somministrare una
parabola etica così squisita e in un certo qual modo
scontata, pur votata come è a uno sperimentalismo <i>soft </i>che entra nel cervello dello spettatore con agile capacità, ma, quello che conta, <i>La classe</i> produce una bolla di vuoto, una zona di terrore concreto,  rappresentando, massì <i>rappresentando </i>finalmente ed epicamente, lo smarrimento di una istituzione che  non serve più a nulla. Questo sarebbe il<i> sequel didattico</i> del film: un mondo senza nessuna scuola e in cui la scuola non serve più a nulla.</p>
<p> </p>
<p>Questa
scuola non serve più a nulla, se vuol educare alla convivenza
civile, imponendo una regola, una lunga sequenza di regole basate sul
una supposta <i>governance </i>democratica del conflitto e della contraddizione, che nella strada <i>di fatto</i>
non produce che schiavitù; l'alunno allontanato e sospeso,
colpevole di una colpa ancestrale &ndash; una colpa non sua
&ndash; è, non solo <i>rappresenta</i>, un soggetto sociale che eccede questo paradigma <i>istintivamente </i>come una <i>fregatura </i>e
una catena, un laccio, una frusta e una carota. Nelle banlieus parigine
la parabola didattica è nitida e limpida, da rabbrividire.</p>
<p> </p>
<p>E se a questo punto del processo l'elemento <i>criminale </i>venisse cacciato dall'istituzione scolastica: davvero, meglio così. Esso si troverebbe a portare la sua <i>devianza </i>per
la strada, viene da pensare, o ovunque essa potrebbe essere apprezzata
per quella che è: una risorsa e una forza. Ma l'istituzione,
in Francia e altrove, oggi non risponde più a criteri
eminentemente esclusivi: essa esilia attraverso una inclusione
amministrativa meccanicamente repressiva, seguendo logiche
cioè da campo di concentramento. Il meccanismo subdolo della
scuola francese, che pretende subordinazione e assimilazione, sposta
semplicemente l'elemento <i>criminale </i>in un altro edificio, punito
e marchiato, in vista di una nuova effrazione da segnalare e da
ascrivere al malcapitato. Circolo vizioso piuttosto sadico, non
inutile: logicamente votato all'emarginazione e alla criminalizzazione
sociale, senza corsivo.</p>
<p> </p>
<p>Ma poi quale convivenza
è possibile, meglio: auspicabile, quando l'esclusione dalla
ricchezza è sistematica e, questa sì, <i>immoralmente </i>definitiva
come nelle banlieus parigine. La scuola per noi diventa inutile quando
non produce altro che consenso in valori, solo apparentemente
immodificabili, legati all'ordinamento sociale che oggi la costruisce,
la gestisce e la tiene in vita solamente per perpetuarsi come
ordinamento sociale immodificabile. L'educazione è tra questi
valori, la loro convivenza non ne parliamo, la loro cultura: pure.</p>
<p> </p>
<p>La
scuola di ieri era il prodotto di una contraddizione aperta, votata
sistematicamente allo scontro; rielaborata e ri-costruita oggi dentro
questo meccanismo di inclusione repressiva e su basi fortemente
neoclassiste, c'è da chiedersi: la scuola sta ancora dentro
una traiettoria riformabile? Essa non è immortale, ci ricorda
il film di Cantet, e come mezzo di costruzione di consenso sociale
è una vergogna e una catastrofe.</p>
<p> </p>
<p>In un recente numero di <i>Infoxoa </i>(num
XXI pag 53), due militanti del Mib, (Mouvement de
l&rsquo;Immigration et des Banlieues ), a una domanda sulle pratiche
di lotta dei banlieusard in relazione all'immagine assolutamente
autodistruttiva prodotta dai media, legata appunto agli incendi di
alcune scuole di periferia o di mezzi di trasporto, durante le rivolte
nel 2005, rispondono:</p>
<p> </p>
<p><i>E'  vero che
può apparire violento vedere bruciare una scuola o una
macchina, ma questa violenza è solamente una risposta ad
altra violenza. Dentro la scuola c'è tantissima violenza.
(...) La gente rimane interdetta quando una scuola brucia, ma noi
rispondiamo &ldquo;nique sa mère&rdquo;,
&ldquo;scopa sua madre, basta!&rdquo;, la scuola non serve a
niente, ormai lo sappiamo! La scuola non ti insegna più
niente, non ti insegna un mestiere, non ti aiuta a trovare un lavoro,
il lavoro o la professione non ti servono più per trovare i
soldi; quando la scuola ti manda a fare un tirocinio che non serve a
niente, non ci importa.</i></p>
<p> </p>
<p>Se la risposta a
queste affermazioni, quando non è la repressione feroce e la
condanna (a)morale, diventa la tutela del valore dell'educazione, della
convivenza, o addirittura della cultura, è una risposta
sbagliata, incompleta e insoddisfacente. Così come non esiste
nulla di neutro, così non può esistere un valore
neutro della cultura. In quanto all'educazione e alla convivenza
civile, il film di Cantet ci ha già messo in guardia: agitati
come strumenti repressivi, in quanto valori morali in sé,
essi sono perniciosi quanto una malattia incurabile.</p>
<p> </p>
<p>Se invece da queste pratiche di lotta, così come dai comportamenti <i>devianti </i>e <i>creativi </i>degli alunni de <i>La classe</i>,
ci disponiamo a capire gli inneschi e i meccanismi, dilatando qui
consapevolmente il discorso verso una maggiore tensione all'utopia (per
inciso: magari approfondendo e immettendo il tema del lavoro e del
reddito, come invero già fanno quelli del Mib, in questa
eterna disquisizione sulla scuola in sé che così
non produce senso né conflitto), allora qui siamo noi che
possiamo ancora imparare qualche cosa sul <i>rifiuto della scuola</i>
come paradigma estremo e parallelo al rifiuto del lavoro salariato.
Così forse ci troveremo finalmente liberi di apprendere, e
con gioia, molto di più dalla distruzione di qualche edificio
scolastico che dalla sua perenne e autolesionista salvaguardia
ideologica.</p>
<p>Immagine: Forgotten Classroom di ne [con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com"><b>flickr</b></a>]</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Gianmarco Mecozzi				</dc:creator>
				<dc:date>				2009-01-22				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Una scuola cosÃ¬ non ci serve: La classe di Laurent Cantet</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/217_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				In merito allâ€™intervento di S. Bologna				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=215</link>
				<description>				<![CDATA[<p>L'intervento si Sergio Bologna all'Università di Siena
[Toxic asset - toxic learning] è illuminante e l'analisi
corretta. Mi compiaccio del fatto che si chiariscano i veri percorsi
formativi, quelli davvero necessari in questa fase storica piuttosto
critica. Mi piacerebbe andare un po' più in là,
spingere in avanti il pensiero, partendo dalle parole profuse in
quell'aula. Vorrei pensare all'origine di tutto questo, al vero big
bang che ha dato origine allo sfacelo e proporre quella che
già gli intellettuali del XIX secolo segnalavano come unica
soluzione. A un certo punto della Storia, l'umanità ha avuto
di fronte un bivio, preceduto da una lunga e dolce curva: il bivio
è la Rivoluzione Industriale, la curva è la
rincorsa che parte dalla nascita dell'era moderna, dal Rinascimento.
Alcuni fanno partire questo abbrivio dalla nascita dei Comuni, quindi
dalla formazione della prima classe borghese. Ne teniamo conto?
Vogliamo dire che sono mille anni che il mondo procede in questa
direzione? Perché no? Ma il bivio decisivo rimane quello
configurato dall'industrializzazione inglese. Ne sono conseguite
politiche liberiste senza alcun ritegno, sfruttamenti delle risorse
umane e naturali senza alcuna regolamentazione o morale...
L'alienazione di cui parlava Marx era già in atto da molto
tempo! Altre conseguenze furono certamente le divisioni laceranti delle
classi sociali e un Novecento dilaniato dalle dittature e dalle guerre.
Potrei andare avanti per ore. Ma chiunque abbia studiato in un istituto
superiore, sa benissimo che la soluzione non può che essere
quella drastica, auspicata dagli intellettuali dell'Ottocento; una
soluzione talmente drastica che è difficile persino
concepirla, soprattutto oggi. Se nell'Ottocento, infatti, nascevano
movimenti artistici che anelavano ad un ritorno al passato, ad una
dimensione più pura e umana (Preraffaelliti, ad esempio), non
era certo per qualche velleità da salotto buono o per
inventare una teoria speculativa o una novità. Se William
Morris, già nel 1860, si interessava del problema della
spersonalizzazione dell'artista (ma più in generale
dell'Uomo) provocata dalle sempre crescente industrializzazione, non
era certo per divulgare un pensiero come un altro. C'era già
un grido di allarme 200 anni fa! Qualcuno ha fatto qualcosa?
Macché! I realisti denunciavano le sconcezze della classe
politica che disconoscevano una seppur flebile morale nel loro operato,
nei confronti della classe più debole. E il '900 è
stato il compimento della tragedia annunciata, fino ad arrivare ai
nostri giorni, dove ognuno, per sopravvivere, è costretto a
rifugiarsi nell'individualismo esasperato. E se nessuno ha fatto niente
allora, come crediamo adesso di poter risolvere il problema? Crediamo
davvero che qualcuno possa seguire, oggi, l'insegnamento degli
intellettuali dell'Ottocento? Si può pensare a un ritorno al
passato, oggi? Eppure, anche nell'intervento di Sergio Bologna
all'Università, si coglie questo sottotesto che ci richiama a
una dimensione passata dell'Uomo, a una visione critica e coscienziosa
della realtà, che ci riporta a un passato dove era l'Uomo a
ponderare e governare le cose (e se stesso) e non ad essere governato
dalle contingenze, suo malgrado. Io mi auguro che questo possa avvenire
e che davvero gli studenti abbiano la forza e la volontà di
cambiare le cose, di andare fisicamente nelle fabbriche, negli
ospedali, nelle redazioni, nelle segreterie degli Atenei... Me lo
auguro di cuore e credo che molti insegnanti approverebbero i loro
passi. Ma penso - e concludo - che questi ragazzi abbiano bisogno di un
volano e di una coscienza comune, di una capacità creativa
per inventarsi un nuovo assetto da cui partire, magari proprio dai
vecchi slogan, chissa che...<br>
Grazie<br>
Ciao<br>
http://italianimbecilli.blogspot.com</p>
<p> </p>
<p>foto di somebody: Lines of a wave II, su licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com"><b>flickr.com</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				italianimbecilli.blogspot.com				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-12-04				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>In merito allâ€™intervento di S. Bologna</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/215_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Toxic asset â€“ toxic learning				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=212</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Nello spirito del &rsquo;68 &ndash; senza nostalgie né tormentoni<br>
(dopo un incontro all&rsquo;Università di Siena,
organizzato dal Centro &lsquo;Franco Fortini&rsquo; nella
Facoltà di Lettere occupata, il 6 novembre 2008)<br>
<br>
State vivendo un&rsquo;esperienza eccezionale, l&rsquo;esperienza
di una crisi economica che nemmeno i vostri genitori e forse nemmeno i
vostri nonni hanno mai conosciuto. Un&rsquo;esperienza dura,
drammatica, dovete cercare di approfittarne, di cavarne insegnamenti
che vi consentano di non restarvi schiacciati, travolti. Non avete chi
ve ne può parlare con cognizione diretta, i vostri docenti
stessi la crisi precedente, quella del 1929, l&rsquo;hanno studiata
sui libri, come si studia la storia della Rivoluzione Francese o della
Prima Guerra Mondiale.<br>
Ho letto che l&rsquo;Ufficio di
statistica del lavoro degli Stati Uniti prevede che nel 2009 un quarto
dei lavoratori americani perderà il posto.<br>
Qui da noi
tira ancora un&rsquo;aria da &ldquo;tutto va ben, madama la
marchesa&rdquo;, si parla di recessione, sì, ma con un
orizzonte temporale limitato, nel 2010 dovrebbe già andar
meglio e la ripresa del prossimo ciclo iniziare. Spero che sia
così, ma mi fido poco delle loro prognosi.<br>
Torno da un
congresso che si è svolto a Berlino dove c&rsquo;erano i
manager di punta di alcune delle maggior imprese multinazionali, con
sedi in tutto il pianeta, gente che vive dentro la globalizzazione, che
dovrebbe avere il polso dei mercati, gente che tratta con le grandi
banche d&rsquo;affari e con i governi. Mi aspettavo un po&rsquo;
di chiarezza, qualche prognosi meditata. Balbettii, reticenze, sforzi
per minimizzare, qualcuno che fa saltare la conferenza
all&rsquo;ultimo minuto perché richiamato
d&rsquo;urgenza. Pochissimi quelli che hanno parlato chiaro dicendo
che la cosa è molto seria, che nessuno sa come
andrà a finire e che le conseguenze potrebbero essere
catastrofiche.<br>
<br>
Ma voi vi occupate &ndash; giustamente
&ndash; dei tagli alla spesa universitaria e tutti vi applaudono,
docenti in testa e politici d&rsquo;opposizione e magari anche
qualcuno della maggioranza, siete scesi in piazza autonomamente e tutto
sommato tira un&rsquo;aria di consenso attorno a voi. Non era
così nel &rsquo;68, forse perché allora un
po&rsquo; di violenza c&rsquo;era, in parte provocata dal
comportamento dello stato o delle forze dell&rsquo;ordine. Ma quel
che di buono c&rsquo;era allora, di eccezionale, era la grande
voglia di capire il mondo che avevano gli studenti. In Francia erano
partiti dalle tasse universitarie, dal discorso della riforma degli
studi ma tutto sommato quel che volevano era molto di più,
volevano darsi gli strumenti per cambiare le cose, volevano capire cosa
succedeva nei paesi comunisti, o nell&rsquo;America Latina dove sei
mesi prima Che Guevara ci aveva lasciato la pelle, volevano capire a
cosa portava la politica di Piano del governo gollista, che
cos&rsquo;era un sindacato operaio, volevano vedere come funzionava
una fabbrica e come parlavano gli operai dentro, come funzionava un
ospedale e come venivano trattati i malati. E&rsquo; questa grande
voglia di sapere, questa sconfinata ambizione di sapere, questa utopica
sfida alle capacità della propria conoscenza, che io non vedo
tra di voi. O, meglio, che all&rsquo;esterno non si vede, non si
percepisce.<br>
<br>
Volete salvare l&rsquo;Università,
così com&rsquo;è? Spero di no.
Com&rsquo;è oggi non vale una messa, come si dice. Oggi si
taglia malamente, d&rsquo;accordo, ma ieri si è speso
peggio e tutti i governi ci hanno messo del suo.
L&rsquo;Università si è allargata  come
un virus, qualunque cittadina con un sindaco un po&rsquo; dinamico
riusciva ad avere il suo pezzetto d&rsquo;Università.
L&rsquo;Università come <i>retail</i>. Alla
qualità della spesa nessuno ha pensato e ben presto
è nato il sospetto che questo meccanismo dilatatorio non
fosse &ndash; come ci raccontavano &ndash; animato dalla nobile
intenzione di fare della conoscenza una merce a portata di mano ma dal
meschino proposito di creare cattedre con il loro corollario di posti
precari e malpagati. Se non temessi d&rsquo;essere frainteso vi
direi: &ldquo;La difendano loro questa Università, i
professori&rdquo;. Voi che c&rsquo;entrate? Avete mai avuto modo
di partecipare sia pure alla lontana alle decisioni che sono state alla
base della configurazione dell&rsquo;Università
com&rsquo;è oggi? Finora, con le vostre tasse avete pagato
un servizio sulla cui qualità ed efficienza non esistono
parametri di valutazione di cui possiate disporre per chiederne il
miglioramento. &ldquo;Mangia questa minestra o salta da quella
finestra&rdquo;. E quasi uno studente su due salta, il tasso di
abbandono nell&rsquo;Università italiana &ndash; leggo
sul sito www.lavoce.info &ndash; è vicino al 50 per cento.
E chi inizia gli studi e li abbandona sapete bene che è un
soggetto ad alto rischio di disadattamento. Una volta, quando la lingua
italiana aveva ancora un tono popolare, si diceva &ldquo;E&rsquo;
uno spostato&rdquo;. <br>
&ldquo;Gli studenti italiani
potrebbero fare causa a metà degli atenei italiani per i
servizi che offrono&rdquo;, scrive Roberto Perotti, nel libro <i>L&rsquo;Università truccata</i>
(Einaudi, Torino 2008) &ndash; un libro che spero tutti voi abbiate
almeno scorso. A leggerne le prime 90 pagine vien da pensare che
qualche abbandono può essere stato provocato dallo schifo di
fronte a certe situazioni di nepotismo e di corruzione. Un libro che
sfata alcuni miti, che combatte alcuni luoghi comuni, come quello delle
scarse risorse dedicate in Italia all&rsquo;Università.
Sono scarse se si calcola l&rsquo;ammontare della spesa diviso per
il numero di studenti iscritti ma se invece si assume come parametro
non il numero degli iscritti ma di quelli che frequentano veramente a
tempo pieno, l&rsquo;Italia sarebbe ai primi posti nel mondo.<br>
<br>
Ma molti di voi potrebbero dirmi che la lotta contro i tagli al budget
universitario è solo un veicolo per esprimere a livello di
massa e con facile consenso opposizione al governo Berlusconi. Dunque
non di bassa cucina si tratterebbe, non di volgari valori economici, ma
di alta politica. E come nel &rsquo;68 gli studenti francesi avevano
lottato in definitiva contro il Generale De Gaulle, così
quarant&rsquo;anni dopo gli studenti italiani lotterebbero contro il
Cavaliere Berlusconi. (Per inciso debbo dire che mai due si sono
assomigliati di meno, il Cavaliere anche coi tacchi rinforzati non
sarebbe arrivato alla cintola del Generale, l&rsquo;uno alto alto,
rigido e solenne come una statua di cera, l&rsquo;altro piuttosto
basso e tarchiato, gesticolante a dentiera scoperta). Ma se questa
è l&rsquo;alta politica che vi spinge all&rsquo;azione
mi sentirei in tutta franchezza di dirvi &ldquo;scegliete un
percorso diverso&rdquo; perché altrimenti rischiate di
farvi usare come carne da macello da coloro che condividono con la
Destra il pensiero strategico sottostante alle scelte economiche della
Seconda Repubblica e dunque sono sostanzialmente corresponsabili della
crisi attuale e delle sue conseguenze future. Ciò che
minaccia il vostro futuro non è soltanto il governo della
signora Gelmini ma un pensiero economico <i>bipartisan </i>che non ha
mai saputo né voluto mettere vincoli o imporre regole a una
gestione del sistema finanziario dove nulla ormai assomiglia a un
mercato ma tutto assomiglia a un gioco d&rsquo;azzardo con i soldi
dei lavoratori e della <i>middle class</i> che vive del proprio
lavoro. Un sistema che è stato capace di creare ricchezza
fittizia e di distruggere ricchezza reale in misura mai vista nella
storia recente. Un sistema la cui follia era già evidente a
tutti almeno dallo scoppio della bolla del 2001, un sistema che
premiava i manager che gestivano le imprese non per farle crescere ma
per farle dimagrire, aumentandone il valore di borsa a furia di
licenziamenti del personale, per rivenderle e intascare fior di premi e
plusvalenze. Un sistema che in nome dell&rsquo;efficienza e della
competitività distruggeva soprattutto le competenze, il
capitale umano (quando si licenzia per diminuire l&rsquo;incidenza
dei salari si comincia dalle posizioni meglio retribuite,
cioè dagli impiegati e tecnici più anziani e con
maggiore esperienza). Un sistema che ha riprodotto nella
società le abissali differenze di reddito esistenti nelle
grandi aziende (manifatturiere o di servizi che siano) e che quindi ha
ridotto l&rsquo;Italia in un paese con i maggiori squilibri tra la
parte più ricca e quella meno ricca della popolazione, come
ben testimonia l&rsquo;indagine Bankitalia sulle famiglie italiane.
Un sistema che ha consentito &ldquo;a chi lavorava nella finanza di
guadagnare già nel 2000 il 60 per cento in più
rispetto agli altri settori&rdquo; &ndash; scrive Esther Duflo,
che insegna al MIT di Boston - e aggiunge: <br>
&ldquo;Il problema
delle remunerazioni è stato ovviamente affrontato negli Stati
Uniti quando si è discusso il piano Paulson, che autorizza il
governo americano a spendere 700 miliardi di dollari per acquistare i <i>toxic asset </i>rifiutati
dai mercati. Sembra ingiusto far pagare ai contribuenti il disastro
creato da coloro che in un&rsquo;ora guadagnavano 17mila
dollari&rdquo;,<br>
<br>
e conclude il suo intervento con queste parole:<br>
&ldquo;Osservando gli avvenimenti di questi giorni vien voglia di
mandare a casa certi nostri amministratori delegati del settore
finanziario. Speriamo almeno che la fine dei guadagni esorbitanti
incoraggi i giovani a dedicarsi ad altri settori dove i loro talenti
potrebbero essere più utili alla società. La crisi
finanziaria potrebbe farci cadere in una recessione grave e prolungata.
L&rsquo;unico vantaggio potrebbe appunto essere quello di un
migliore impiego dei nostri giovani più dotati&rdquo;. <br>
<br>
Le elezioni americane, portando alla presidenza Barack Obama, sono
state una bella reazione a questa insopportabile situazione e fareste
bene a riflettere in seminari di autoformazione su quel che è
accaduto negli Stati Uniti. Tutta la stampa e l&rsquo;opinione
corrente è unanime nel dire: &ldquo;E&rsquo; accaduto
un fatto nuovo perché è stato eletto un nero, un
afroamericano&rdquo;. Soliti giudizi superficiali, da semianalfabeti
della politica. Queste elezioni sono state importanti perché
dopo circa 30 anni &ndash; dai tempi di Reagan &ndash; la
tematica di classe è stata al centro del dibattito. Non del
proletariato, ma della <i>middle class</i> (di cui fanno parte anche
strati operai di grande fabbrica), cioè di quel ceto medio
che per più di un secolo ha fatto da collante alla
credibilità dell&rsquo;<i>american dream</i> e che da
alcuni anni &ndash; proprio in conseguenza dei processi scatenati da
una forma di capitalismo senza regole e senza etica, un capitalismo di
avventurieri e di giocatori d&rsquo;azzardo &ndash; ha
subìto un processo d&rsquo;impoverimento che non trova
paragoni se non nella grande crisi del 1929. Contro questa tendenza
alla disgregazione sociale e all&rsquo;impoverimento della <i>middle class </i>hanno
cominciato a battersi da alcuni anni molte iniziative civiche (tra le
tante quella messa in piedi dalla nota giornalista e scrittrice Barbara
Ehrenreich con il sito www.unitedprofessionals.org). Barack Obama ha
colto questo disagio, questo malessere, e ne ha fatto il suo tema
dominante. Non ha parlato, come ormai ci hanno abituato questi bolsi,
stucchevoli, &ldquo;politicamente corretti&rdquo; leader della
cosiddetta Sinistra, di &ldquo;quote rosa&rdquo;, di gay, non ha
parlato di bianchi e di neri, di aiuole pulite e di biciclette,
è andato al sodo, ha puntato il dito sui disastri del
neoliberalismo selvaggio, ha fatto per la prima volta dopo 30 anni un
discorso di classe. E ha vinto riuscendo a portare alle urne anche i
giovani, che al 70 per cento hanno votato per lui. Ha colto la grande
tendenza dell&rsquo;epoca, quella che da tempo cerco di chiarire a
me stesso ed agli altri nei miei scritti sul lavoro (l&rsquo;ultimo
mio libro si intitolava <i>Ceti medi senza futuro?</i> e non se l&rsquo;è filato nessuno).<br>
<br>
Sono convinto che la lotta che state conducendo potrebbe essere utile a voi stessi e agli altri se ne approfittaste <i>per crearvi un vostro sistema di pensiero</i>,
per procurarvi strumenti critici in grado di capire
com&rsquo;è accaduto quel che è accaduto e quali
sono stati i perversi meccanismi che in questi ultimi
vent&rsquo;anni hanno dominato l&rsquo;economia, senza che
venissero contestati né da Destra né da Sinistra
&ndash; a parte qualche voce isolata di studioso. &ldquo;Un
sistema che si autoregola, per questo esistono le Authorities&rdquo;
- recitava la litania liberista in questi anni. Balle!
Basterà dire che lo scandalo Enron, che spesso viene portato
ad esempio della severità con cui il sistema USA punisce le
aziende dal comportamento irregolare, non sarebbe mai scoppiato se una
donna che era membro del Consiglio di Amministrazione non avesse deciso
di &ldquo;cantare&rdquo;, di svelare gli imbrogli. Una
&ldquo;gola profonda&rdquo; è stata
all&rsquo;origine di tutto, non certo l&rsquo;FBI!  Negli
anni della forsennata privatizzazione (1992/93) con cui
l&rsquo;Italia ha messo nelle mani di nuovi <i>raider </i>della finanza immensi patrimoni pubblici (leggetevi a questo proposito il libro di Giorgio Ragazzi <i>I signori delle autostrade</i>,
Il Mulino, Bologna 2008 &ndash; ma lo stesso se non peggio potrebbe
dirsi di Telecom), suggellando il suo &ldquo;golpe bianco&rdquo;
con l&rsquo;accordo sindacale del luglio 1993 grazie al quale oggi
abbiamo i salari d&rsquo;ingresso più bassi
d&rsquo;Europa, non erano certo personaggi della nuova Destra a
menare la danza ma uomini come Romano Prodi ed altri ex manager
pubblici. A beneficiarne sono stati i Tronchetti Provera, i Benetton, i
Colaninno, i Gavio &ndash; li ritroviamo tutti guarda caso oggi
nella vicenda Alitalia. L&rsquo;Università di Siena ha la
reputazione di essere un centro di eccellenza nelle discipline
economiche e bancarie. Vi hanno mai parlato di queste storie e come ve
ne hanno parlato? E della crisi odierna che vi dicono? Che è
una solita crisi ciclica, forse un po&rsquo; più acuta ma
in sostanza è tutto normale, razionale, un po&rsquo; di
eccessi magari ci sono stati ma il sistema è saldo,
è sano. Questo vi dicono? Non vi dicono che questo sistema,
questi meccanismi, creano, stabilizzano, consolidano le disuguaglianze
sociali, le ingiustizie sociali? Non vi dicono che questo sistema
umilia, calpesta le competenze, il capitale umano? Che è
l&rsquo;esatto contrario della <i>knowledge economy</i> di cui si
riempiono la bocca, l&rsquo;esatto contrario di un sistema
meritocratico? E se non ve le dicono queste cose, se continuano a
raccontarvi le solite favole di Cappuccetto Rosso, se continuano a
farvi flebo d&rsquo;ideologia liberista &ndash; allora mandateli
loro a protestare nelle piazze per i tagli
all&rsquo;Università. <br>
Questa vostra lotta ha un senso se è un passo in avanti, se diventa atto costitutivo di un processo di <i>autoformazione</i>. <br>
<br>
Quel che è avvenuto in questi mesi non è mai
accaduto nell&rsquo;ultimo secolo e cioè che istituzioni e
persone le quali hanno prodotto danni incalcolabili (pensate soltanto
ai fondi pensione che si sono volatilizzati con questa crisi!) invece
di essere punite ed i loro beni sequestrati, sono state salvate senza
che lo stato, che ha fornito i mezzi per salvarle, assumesse il
controllo di queste istituzioni. Un regalo di enormi proporzioni agli
avventurieri, ai ladri, una terribile lezione morale per le nuove
generazioni. (Non che la gestione pubblica sarebbe stata migliore, in
Germania le peggiori nefandezze le hanno commesse alcune banche
pubbliche come la Landesbank della Baviera).<br>
C&rsquo;è stato qualcuno che vi ha chiamato in piazza per opporvi a questa vergogna?<br>
Ma ha ragione in un certo senso anche chi dice: &ldquo;che cosa si
poteva fare d&rsquo;altro?&rdquo; Nessuno infatti ha saputo o
voluto in questi anni immaginare una società diversa che non
fosse un&rsquo;utopia. Alternative globali nessuna, solo strategie
di sopravvivenza. Ed è sostanzialmente questo che vi propongo
anch&rsquo;io: costruendo percorsi comuni di autoformazione
costruite anche delle reti, vi liberate pian piano dalla costrizione
all&rsquo;isolamento, dall&rsquo;individualismo e soprattutto
dall&rsquo;illusione che &ldquo;una buona preparazione
universitaria&rdquo;, corredata magari da qualche corso o master
post laurea, possa mettervi al riparo dalla crisi, dalla
sottoccupazione o dall&rsquo;umiliazione di vedervi trattati dal
datore di lavoro come un puro costo.<br>
In un paese dove i salari
d&rsquo;ingresso, quelli dei primi assunti, sono i più
bassi d&rsquo;Europa, la preparazione conta assai poco. I precari, i
lavoratori a tempo determinato, hanno delle remunerazione parametrate
su quelle dei primi assunti. Dunque anche loro sono pagati peggio che
altrove. E le vostre generazioni rischiano di andare avanti con
lavoretti precari fino ai 40 anni. Pertanto <i>è pura demagogia quella di coloro che parlano di democratizzazione degli accessi</i>,
che difendono di questa università il fatto che possono
iscriversi anche i figli di famiglie povere. Il problema non
è la massificazione della popolazione studentesca ma il fatto
che il capitale umano di un laureato non vale una cicca sul mercato del
lavoro! O i giovani riacquistano  un minimo di forza
contrattuale sul mercato del lavoro oppure
l&rsquo;università sarà solo un frigorifero di
disoccupati, un osceno apparato di puro controllo sociale. Pesanti le
responsabilità sindacali per questa situazione. Miope e
meschina la strategia del padronato italiano da vent&rsquo;anni a
questa parte. Squallido il mondo dell&rsquo;informazione che su
questa realtà tace o si sofferma di sfuggita.
Quarant&rsquo;anni fa gli studenti sono andati nelle fabbriche,
negli uffici, nei laboratori di ricerca, negli ospedali, nelle aule dei
tribunali, nelle redazioni dei giornali a vedere come funziona il mondo
reale, non si sono accontentati di lasciarselo raccontare, non hanno
fatto visite guidate. Ficcatevi nei processi reali ovunque se ne
presenti l&rsquo;occasione! Usate la grande risorsa del web per
procurarvi le notizie alla fonte, per attingere a visioni critiche del
mondo, anche se questo esercizio talvolta vi costringe a rovistare
nella spazzatura di Internet. Gli Stati occidentali che hanno
smantellato i sistemi di <i>welfare </i>si sono ridotti a ingoiare <i>toxic asset</i>, voi cercate di non inghiottire <i>toxic learning</i>! Avrete già fatto un passo in avanti per vivere meglio.<br>
Organizzate incontri con quelli che hanno alcuni anni più di
voi, fatevi raccontare come vengono accolti dal mondo del lavoro,
quando escono dall&rsquo;Università. Frequentate i blog
dove la gente racconta le proprie esperienze di lavoro, chiedetevi
seriamente se val la pena di studiare in
un&rsquo;Università com&rsquo;è fatta oggi
oppure se non sia meglio costruire processi di autoformazione e di
controinformazione. Scatenate la fantasia nel creare un&rsquo;<i>estetica della protesta</i>,
efficace, aggressiva, non ripetitiva, le forme della comunicazione sono
state uno degli strumenti vincenti delle lotte del proletariato nel
Novecento, ripercorrete le spettacolari <i>performances </i>degli
occasionali dello spettacolo francesi che hanno tenuto duro per un paio
d&rsquo;anni, buttate nella spazzatura vecchi slogan, scanditi
stancamente, parole d&rsquo;ordine che sono ormai diventate
banalità che fanno venire il latte alle ginocchia. Ai vostri
colleghi che affollano le facoltà di comunicazione non viene
nulla in testa?<br>
<br>
Ho insegnato all&rsquo;Università
per quasi vent&rsquo;anni, quando mi hanno cacciato non ho fatto
nulla per restare, per difendere la mia cattedra, gli ultimi due anni
d&rsquo;insegnamento li ho passati all&rsquo;Università
di Brema, ormai un quarto di secolo fa. Ci sono tornato in questi
giorni perché un mio collega di allora prendeva congedo
definitivo dall&rsquo;insegnamento e andava in pensione un anno
prima del termine previsto dalla legge in Germania. Aveva rinunciato,
com&rsquo;è d&rsquo;uso, alla <i>lectio magistralis</i>.
E nelle poche parole di congedo davanti a un centinaio di amici e
colleghi ha voluto dire perché se ne andava in anticipo.
&ldquo;ho fatto il Preside di Facoltà in questi ultimi
cinque anni, mi ci sono dedicato completamente, pensando di fare il mio
dovere, non ho avuto tempo né di studiare né di
tenermi aggiornato, non me la sento di tornare a insegnare per dire le
stesse cose di cinque anni fa, non me la sento per onestà
verso gli studenti&rdquo;. Quanti docenti italiani farebbero lo
stesso? Questi fanno i Ministri e poi tornano tranquillamente a
insegnare, specialmente se vengono da governi di centro-sinistra.
Malgrado l&rsquo;Università italiana sia un luogo da cui
sono contento di essermene andato, sia un luogo che umilia le
intelligenze invece di stimolarle, credo che siano ancora tanti i
docenti e molti i ricercatori con i quali voi potete stabilire un patto
di formazione negoziata. Le dinamiche di coalizione che si creano
durante un processo rivendicativo, durante una protesta che chiede la
restituzione di qualcosa &ndash; come la maggior parte delle
proteste che nascono da situazioni difensive e non da
un&rsquo;iniziativa preventiva &ndash; sono molto fragili e
rischiano d&rsquo;impoverirsi e irrigidirsi, troppo focalizzate
sull&rsquo;obbiettivo. Pertanto occorre pensare ad attivare processi
di continuità, svincolati dall&rsquo;obbiettivo.
Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione di fondo non
cambia. E&rsquo; questa condizione che dovete cambiare.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Sergio Bologna				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-11-13				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Toxic asset â€“ toxic learning</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/212_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Discutiamo di autonomia operaia				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=204</link>
				<description>				<![CDATA[<p>È già in libreria il terzo volume de <i>Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie</i>.
Per quanto avessimo immaginato una narrazione così scandita
&ndash; le storie, le lotte, le teorie &ndash;, un modo per
consentire al lettore e allo studioso di oggi di rendersi meglio conto
di quell&rsquo;anomalia controversa di movimento sociale che
è stato l&rsquo;autonomia operaia, ci è stato
poi difficile districare, per ciascun volume, le storie dalle teorie,
le lotte dalle storie. E non solo nel riportare i documenti del tempo,
ma anche nel raccogliere le riflessioni d&rsquo;adesso di voci di
quel tempo o di chi vede in quel tempo ancora un grumo importante di
pensieri e di occasioni. Probabilmente, questo più
d&rsquo;altro restituisce all&rsquo;autonomia operaia la sua
straordinaria vitalità e il suo reale significato: un
movimento di massa, diffuso, contraddittorio, erede d&rsquo;una
tradizione e nello stesso tempo sradicato, modernissimo con lo sguardo
al futuro e con le spalle al presente, capace di fare nido in aree
sociali con memoria antica di lotte e pure di intercettare bisogni e
comportamenti di nuove figure della produzione, della comunicazione,
della conoscenza. <br>
Storie e lotte, biografie personali e di
collettivi di lavoro o di territorio, si sono intrecciate nella memoria
di questa o quell&rsquo;iniziativa; lotte e teorie,
l&rsquo;immediata mobilitazione e l&rsquo;elaborazione capace di
cogliere i nessi e di guardare più in là, si sono
sovrapposte nel ricordo di questa o quella
«battaglia». Ce ne siamo accorti noi stessi, mettendo
assieme i materiali, di quante cose ancora vive, di quante cose ancora
da raccontare ci siano, quasi con sorpresa e speriamo di essere
riusciti a restituire questa sensazione. Forse, come curatori,
è la cosa che ci sta più a cuore.<br>
L&rsquo;autonomia operaia è qua: in questi volumi. Non
solo, certo, ma qui c&rsquo;è proprio tanta roba. E nel
DVD che accompagna quest&rsquo;ultimo, dedicato alla produzione
culturale, ricco di immagini, di testi, di reperti che hanno il sapore
dell&rsquo;«archelogia», del «lavoro
storico» ma che appaiono subito &ndash; per la grafica, per
il segno, per le cose che dicono &ndash; di straordinaria
attualità, come fossero solo di ieri l&rsquo;altro.<br>
Ora, noi curatori possiamo tirare un sospiro di sollievo. <br>
E possiamo chiedere a voi, lettori, di «lavorare»,
cioè di intervenire, produrre spunti, elementi di dibattito,
di discussione, di confronto, di analisi.<br>
I vostri interventi
verranno pubblicati qui, come un thread, fra gli articoli. Nelle pagine
di dossier invece progressivamente pubblicheremo qualcuno dei testi del
volume, per darvi materiale su cui ragionare, offrire il vostro punto
di vista.<br>
Qui, per iniziare, mettiamo l&rsquo;introduzione dell&rsquo;ultimo volume, da scaricare.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Sergio Bianchi, Lanfranco Caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-09-23				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Discutiamo di autonomia operaia</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/204_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Ãˆ nata la Repubblica romana				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=199</link>
				<description>				<![CDATA[<p>È un foglio. È un percorso. Nato dall'incontro di gruppi e singoli, attivisti ed editori, giornalisti e scrittori, lavoratori della cultura in genere. Parla a chi dentro Roma non si sente sconfitto e guarda con voglia di sperimentare la scena emersa dopo lo sconquasso elettorale. <br>
Ci si interroga su quel che è stato, come sia potuto accadere che il laboratorio Roma, quel modello di governo della città messo in piedi da Veltroni e sembrava invincibile, sia crollato nel breve volgere di una tornata elettorale. Dove, in cosa non ha retto il veltronismo? <br>
Anche la stampella «caritatevole» di questa macchina amministrativa, il cattolicesimo solidarista, ne esce in crisi. Non si può contemperare offensiva ideologica reazionaria con un ruolo di riferimento sociale; non si può avere ruolo di riferimento sociale, attenzione ai deboli, alle nuove povertà e poi mostrarsi remissivi e complici coi poteri.<br>
Ora sembra trionfare la richiesta di sicurezza. Ma il sicuritarismo, con la sua semplificazione delle cose, la sua riduzione a pochi, quando non a uno, dei problemi, provoca il caos dell'ingovernabilità. Una città complessa, una metropoli ha bisogno di risposte complesse, di una crescita complessa, di una moltiplicazione delle risposte di fronte alla moltiplicazione delle questioni. Basteranno quattro proclami e tre sceneggiate d'ordine di Alemanno a sistemare le cose?<br>
A noi sembra piuttosto che la forma di economia che ha governato il mondo sia andata in crisi. Il liberismo è in crisi, ovunque. È in questo passaggio che le contraddizioni sociali ed economiche accumulate esplodono, che i processi di fascistizzazione sociale emergono, che ritornano ammodernati egoismi sociali, razzismi etnici, disgregazione e aggressività, coatterie globali e periferiche.<br>
La destra al potere è una faccia della barbarie già in atto, l'altra, quella forse più feroce, sta in certi comportamenti sociali. Ci sembra pure non ci siano spazi per ammoine: la crisi della politica, che è sostanzialmente la crisi del riformismo del Novecento, si è consumata tutta. Ci restano, ed è tutto, processi di indipendenza economica, materiale, politica, culturale dentro la società, contro questa società.<br>
Ecco, la Repubblica Romana.<br>
Accorrete! Accorrete!<br>
</p>
<p>p.s. = si può scaricare con un link in basso</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				redazione deriveapprodi				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-07-10				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Ãˆ nata la Repubblica romana</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/199_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Quando sento dire G8...				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=198</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Premettiamo che non c'è alcun meccanicismo ma è un fatto incontestabile che quello che dicono molti commentatori di movimento sul declino del G8 in quanto organo di potere - «Il G8 è cambiato, non è più quello di una volta, non decide davvero...» - debba essere detto anche per la sua famosa controparte, il cosiddetto movimento altermondialista (è cambiato, non è più quello che era, non decide nulla o forse non c'è proprio più). <br>
È importante assumere questo sguardo più complesso, anche perché alla prima considerazione generalmente si accompagna una indicazione di massima su ciò che bisognerebbe o non bisognerebbe fare in occasione dei prossimi summit. Tanto più che il prossimo spettacolo del G8 si terrà in Italia.<br>
Se è vero che il G8, come organo imperiale, attraversa una fase di difficoltà dovuta a fattori molteplici - crisi finanziaria, contraccolpi neo-statalisti, guerre che non si vincono, ritorno di una destra protezionistica e tendenzialmente no-global, governance autoritaria, etc. - è anche vero che la debolezza della soggettività che si era espresso nell'onda altermondialista ci mostra, oggi, come la crisi della globalizzazione e delle forme più o meno tradizionali del politico ne abbiano minato alla base la sua tenuta. E ciò non lo si deduce tanto dal poco successo della contestazione in Giappone, ampiamente prevedibile anche per motivi pratici, ma dai segni inequivocabili di crisi che ci arrivano dalle "roccaforti" di quello che fu il movimento no-global. Sebbene altre forze si siano generate in questi ultimi anni. E pensiamo alle lotte contro la Tav, contro i rifiuti, contro le basi di guerra, sul clima, contro il controllo sui corpi, a quelle delle banlieues, a quella contro il CPE, alla resistenza nelle metropoli in generale. Tutte lotte, conflitti e insorgenze che, anche loro malgrado, hanno deposto il pensiero noglobal piuttosto che rafforzarlo. E non è affatto detto sia stato un male, anzi.<br>
In realtà credo che il G8 non sia mai stato, nemmeno dieci anni fa, ciò che si è voluto rappresentare che fosse sia da parte degli organi mediatici del potere che dalle forze egemoni nell'altermondialismo.<br>
Pensare che in quel pugno di giorni gli statisti dei paesi più industrializzati e armati del mondo davvero decidessero e agissero le sorti del mondo, anzi lo governassero a partire da quel summit, è stato parte della costruzione di un ordine del discorso che è servito ai poteri imperiali per esercitare una sorta di comando mediatico-cerimoniale e agli altri per costruire e/o ricostruire una enunciazione e una pratica collettiva antagonista e/o di alternativa all'altezza della globalizzazione. Ma per entrambe è stata una costruzione di discorso di breve durata, il tempo di realizzare la sua inconsistenza.<br>
Ma già ai tempi di Genova ricordiamo che, ad esempio, il discorso che Bifo propone oggi - in sostanza: non si vada più a contestare un summit - non era così diverso e molte forze autonome, in senso però differente da Bifo, già allora segnalavano che il problema non era tanto quello di penetrare nel summit o di non andarci per nulla ma di rendere ingovernabile il dispositivo securitario che lo rendeva possibile e concentrarsi su obiettivi solo apparentemente "medi" o "intermedi". Sulla necessità, o meglio, sul desiderio oggi di creare dei luoghi in cui le forme-di-vita autonome si rafforzino in vista di un evento a venire - anche qui, non è solo Bifo a pensarlo - si tratta piuttosto di diversi modi di vedere e di creare questa possibilità. In verità si può immaginare che alcuni di questi luoghi siano già nati ma anche che abbiano imparato, a loro spese, che attualmente l'invisibilità o, per dirla con Deleuze, l'impercettibilità sia una necessità tattica ineludibile a fronte della pervasività del controllo.<br>
Ma, tornando al discorso precedente, è strano in effetti - ho spesso pensato - che una generazione cresciuta quanto meno all'ombra dei testi di Michel Foucault abbia potuto credere che il potere si concentrasse in un luogo, in una istituzione, in alcuni individui e non invece nella nuova rete di dispositivi normativi, finanziari, metropolitani, culturali che investono ogni punto del globo. <br>
Oggi questo dovrebbe essere più chiaro - diciamo dovrebbe, perché non è poi così evidente in molti discorsi - ed infatti lo scorso anno, durante la contestazione del G8 di Rostock, il discorso collettivo non verteva affatto intorno all'assalto della zona rossa bensì sull'inizio di una pratica comune che prendesse spunto dalle lotte metropolitane più recenti e cominciasse a pensare che obiettivi strategici divenivano le istituzioni sociali, politiche e finanziarie che hanno sede nelle città e che sono coinvolte massicciamente nell'attacco capitalistico che vede nella ristrutturazione urbana la chiave di volta per una nuova fase di accumulazione di profitto e di devastazione della vita comune. Insieme a questo fu evidente che altri obiettivi sensibili risiedevano ormai, in negativo, nella massa di dispositivi di sicurezza che vengono tra l'altro sperimentati tutti insieme in occasione dei vertici e, in positivo, nella sperimentazione di nuove forme orizzontali dello stare insieme di un movimento. <br>
Ma forse per il potere una delle cose a cui serve ancora il G8 è questa: l'occasione di dislocare e porre in relazione tra loro dispositivi di controllo e forze di controinsorgenza per mettere alla prova la loro tenuta.<br>
E forse anche dall'altro lato rimane ancora un utile esercizio, quello di mettere alla prova la capacità comune di disattivare la capacità di controllo della police (che non è solo e semplicemente la polizia) mentre si apre la temporalità su di un imprevedibile. Sono, da un lato e dall'altro, come delle simulazioni dell'insurrezione-che-viene: trovare i modi per passare dalla simulazione all'effettualità nel tessuto della metropoli è il compito di questa generazione. Tra l'una e l'altra, simulazione ed effettualità, sta la scommessa insita nella circolazione e nella densità delle forme-di-vita insorgenti che sapremo creare.<br>
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Foto di philippe leroyer [Anti-G8 Demonstrations (21) - 06Jun07, Bad Doberan (Germany)], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Marcello TarÃ¬				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-07-09				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Quando sento dire G8...</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/198_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Il Canto contro l'usura di Ezra Pound				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=197</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il quarantacinquesimo dei cantos di Pound si occupa dell'usura ed è un canto che unisce in sé una grande bellezza e un macroscopico errore storico. Dice il poeta tra le altre cose: Pietro Lombardo/ non si fe' con usura/ Duccio non si fe' con usura/ né Piero della Francesca o Zuan Bellini/ né fu "La Calunnia" dipinta con usura (vv.27-31). La bellezza di questi versi non può sottrarsi alla constatazione che in essi viene contraddetta un'elementare verità storica per cui gli artisti citati sono il prodotto di una società in cui l'usura, ovvero il prestito di denaro, era non solo praticata con larghezza, ma rendeva possibile le committenze date a quegli artisti. Certo si sa che le posizioni politiche ed economiche di Pound erano caratterizzate da una sorta di anticapitalismo reazionario, che emerge in più punti dei cantos, e che non gli ha impedito di avere lettori anche tra chi aveva idee differenti dalle sue, che evidentemente hanno trovato nei suoi versi altre verità oppure la bellezza del testo. Ma io penso che la bellezza di questo canto consista proprio nel fatto che affermi la verità, ma che non si tratti di una verità storica, ma morale. Infatti se è un'elementare verità storica che la civiltà italiana medievale e rinascimentale sia tutta un prodotto dell'usura, è un elementare verità morale che l'arte è tutta improntata a uno spirito aristocratico e disinteressato che ovviamente confligge con l'usura, né servirebbe a nulla denunciare la posizione di Pound come quella di un'anima bella perché ciò significherebbe saltare a pie' pari il problema di questo testo. Semmai si potrebbe considerare che alcuni usurai hanno speso le loro ricchezze nelle opere di Botticelli o Michelangelo e altri in quelle di nani, ballerine e calciatori. Come dicevo, il problema della poesia è un altro ed è la posizione della poesia dentro le contraddizioni della storia: Pound in questo canto descrive ciò che rende bella e giusta la vita, ma nega contemporaneamente le circostanze storiche in cui questa si svolge effettivamente a tal punto da negare le basi sociali su cui è sorta la stessa possibilità di fare la poesia. In altri termini il dilemma è se la poesia, e in generale l'arte, possa sussistere rinunciando a una propria autocomprensione come fenomeno storico oppure debba farsi carico delle contraddizioni storiche a costo di un'umiltà che può rasentare il silenzio. Se si propende per la prima tesi, si è per un'idea di poesia come rappresentazione della felicità possibile o ideale della vita; se si è per la seconda, ciò che conta è un tasso il più possibile alto di coerenza e autocomprensione della poesia a costo anche che questa taccia. Ma colui che tace non ha parte nella storia. Di fronte a questo dilemma non ha senso obiettare che esiste una poesia, e un'arte, tragica o impegnata che si fa carico delle contraddizioni della storia, perché, come hanno rilevato gli autori della scuola di Francoforte, ogni opera d'arte contiene in sé un'idea di vita felice o migliore, sia pure in forma implicita o per negazione del presente.<br>
Forse l'unica forma di conciliazione di questo dilemma, che altrimenti va affrontato prendendo partito per uno dei due corni, è l'avvento di una fase storica in cui il dominio del profitto e delle attività finanziarie, ciò che si sarebbe chiamato usura nel medioevo, si estenderà a tal punto da soffocare, anziché consentire lo sviluppo dell'arte. Ma è ancora troppo presto per dire con sicurezza se quel tempo è giunto. Certo quel dirigente italiano intervistato qualche mese fa da un supplemento finanziario di un giornale, che spiegava di preferire lavorare per una multinazionale informatica cinese anziché americana, perché i primi non sono ossessionati dal raggiungimento immediato di tassi di profitto troppo elevati e dunque si può lavorare e programmare meglio, sembra dar ragione di altri versi del quarantacinquesimo canto, quelli che dicono: Si priva lo scalpellino della pietra/ il tessitore del telaio/ con usura (vv.20-22).<br>
Nelle Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge si trova una frase che descrive qualcosa di molto simile al dilemma cui ho accennato sopra: "volevamo restare un partito di poveri, e il denaro diventava lentamente ma sicuramente il più forte, il denaro fa marcire tutto - e tuttavia fa anche sgorgare la vita in ogni luogo. In meno di cinque anni la libertà di commercio ha fatto un vero miracolo. Non c'è più fame, una gioia di vivere titubante sale attorno a noi, ci sommerge, e il peggio è che si ha la sensazione di poter facilmente affondare". In queste righe Serge descrive l'Urss negli anni della Nep, con il suo protocapitalismo selvaggio. Ciò che affonda non è l'arte, ma la rivoluzione, per il resto però la contraddizione è quella che si può cogliere dietro i versi di Pound: il denaro fa sgorgare la vita in ogni luogo e nella vita c'è anche la poesia, che ha tra i suoi compiti più alti e nobili la critica della vita presente in nome di una vita migliore. Si può aggiungere che la poesia e l'arte non hanno mai chiesto a differenza della rivoluzione il sacrificio di molte vite e d'altra parte non hanno mai potuto cambiare il mondo, se non nell'intimo di qualche lettore. <br>
Per il resto la verità morale e la verità storica sia nella rivoluzione sia nella poesia restano in un rapporto di fraterna lontananza. <br>
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Foto di anadah [Tirare o non tirare?], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giorgio Mascitelli				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-07-08				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il Canto contro l'usura di Ezra Pound</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/197_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Scambi				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=194</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Una delle voci più attive della bilancia commerciale
italiana è l'export-import di "criminali". Ne
vorremmo esportare tantissimi nel Terzo Mondo ed Est europeo: profughi
politici, affamati, presunti terroristi islamici, Rom ruba-bambini,
pezzenti di incerta nazionalità. Molto più
qualitativa e ridotta l'importazione, che consiste sopratutto nel
recupero, mediante estradizione, di protagonisti dei mai amnistiati
anni di piombo che si erano rifatti una vita in Francia fidando nelle
promesse di Mitterand. Dopo Persichetti ora è la volta di
Marina Petrella, proprio mentre Sarkozy caldeggia il diritto d'asilo in
Francia dei guerriglieri colombiani delle Farc. Come si vede, le
virgolette apposte al termine criminali erano decisamente opportune. La
soluzione dei problemi politici, migratori e dei conflitti sociali
è affidata alla criminalizzazione e successivamente a una
trattativa indultista, in cui i protagonisti diventano ostaggi di
complessi scambi diplomatico-mediatici. Purtroppo i governi italiani
(Prodi per Persichetti e Berlusconi per Petrella) dimostrano in questo
sporco gioco un grado superiore di ottusità, sia nel
pretendere estradizioni che nel caldeggiare espulsioni. Quello che
impressiona non è poi l'ovvia propensione forcaiola e
xenofoba della destra, piuttosto l'indifferenza della cultura
democratica italiana. A differenza della Francia, qui da noi (con rare
eccezioni) un caso Marina Petrella non esiste.<br>
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Foto di E|NoStress| [|Streets of Love|], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-07-07				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Scambi</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/194_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				La sindrome di BogotÃ 				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=193</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il bel viso è a posto, non dico paffutello ma in carne nel modo giusto. Come prima del rapimento, suppergiù. Ingrid Betancourt è in ottima forma mentre scende la scaletta dell'aereo. Siamo tutti contentissimi. Ma non era in fin di vita? Non era affetta da un male assassino che la crudeltà dei guerriglieri delle Farc aggravava giorno per giorno? Forse sono diventati buoni. Forse erano già non cattivissimi. Forse - più probabilmente - c'era da tempo nell'aria, concordata tra loro, il governo colombiano e i servizi americani, la liberazione-farsa. Così hanno provveduto con buon anticipo a rendere presentabile il prezioso ostaggio. Ingrid ha ringraziato Dio, la Vergine e l'esercito colombiano. Sull'esercito ha insisitito: "Fidatevi". Come minimo, incauta. Magari nella foresta non ha potuto leggere, e nessuno tra i guerriglieri, scioccamente, si è preoccupato di ragguagliarla in proposito, la prima pagina del «Los Angeles Times» del 25 marzo 2007. Dove è scritto quello che da varie fonti si sapeva già: "L'esercito colombiano collabora ai massimi livelli con le milizie paramilitari". Quelle milizie criminali che devastano villaggi, massacrano gli abitanti, prima li seviziano nei modi più orrendi, e oltre a tutto si occupano di narcotraffico. Questa volta la fonte è un funzionario della Cia che ne ha viste troppe per il suo livello di sopportazione (presumibilmente altissimo). Non smentito dalla Cia stessa. Come minimo, incauta Ingrid. Oppure si tratta della "sindrome di Bogotà". Invece di farsi sedurre dai rapitori, come da manuale, la rapita si è fatta sedurre dagli apparati che, in termini politici magari non entusiasmanti, aveva posto sotto accusa al tempo della sua campagna presidenziale. Corruzione era il suo piatto forte. Ma siamo umani, per favore! Comprendiamo! Non ci vuole niente a farsi corrompere, sentimentalmente e politicamente, da chi ti sta tirando fuori da una brutta situazione, da notti in tenda o per terra col pericolo di serpenti, scorpioni e chissà quanti altri insettacci. Si fida dell'esercito colombiano. Chiede anche a noi di fidarci. Lì esagera, ma la comprendiamo. Bentornata, Ingrid. Ci risentiamo al prossimo messaggio. E speriamo che la sindrome, quel giorno, abbia esaurito i suoi effetti.<br>
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Foto di waI.ti [Insect Hotel Wood], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Mario Gamba				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-07-04				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>La sindrome di BogotÃ </title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/193_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Un anniversario				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=191</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Nel pomeriggio del 3 luglio 1849 le truppe del corpo di spedizione francese al comando del generale Oudinot entrano in Roma dalle direttrici di Porta San Pancrazio e di Porta Portese, lungo le quali sono stati portati gli attacchi che in un mese e poco più di cannoneggiamenti e di durissimi scontri hanno ridotto a cumuli di rovine le grandi ville del Gianicolo nelle quali i difensori della Repubblica si erano attestati (Villa Corsini, il Casino dei Quattro Venti, Villa Savorelli, il Vascello, e da ultimo il baluardo di Villa Spada); aperte larghe breccia nelle mura urbaniane; colpiti in città numerosi edifici e causato vittime; e piegata infine l'Assemblea Costituente alla resa. I combattimenti sono cessati l' 1 luglio. Garibaldi ha già lasciato la città nella tarda serata del giorno successivo, con i resti della sua Legione. Tenterà di raggiungere Venezia che ancora resiste, ma la sua avventura si concluderà nelle paludi di Comacchio con la tragica morte della moglie Anita e la fucilazione di numerosi suoi luogotenenti e seguaci, tra cui Ugo Bassi, Giovanni Livraghi e Angelo Brunetti, l'agitatore popolare conosciuto come Ciceruacchio, con i suoi figli. I triumviri eletti nell'aprile precedenti, Aurelio Saffi, Carlo Armellini e Giuseppe Mazzini si sono dimessi, non volendo sottoscrivere la resa. A quest'atto formale hanno provveduto Aurelio Saliceti, Alessandro Calandrelli e Livio Mariani, subentrati nella carica. Per Mazzini si è trattato e si tratterà dell'unica esperienza diretta di governo della sua pur lunga vicenda politica. Rimarrà in città indisturbato per dieci giorni, sino a quando  il console americano non gli avrà procurato un passaporto inglese con un nome falso, e un passaggio in nave per la Francia. Gli ospedali rigurgitano di feriti: molti moriranno di cancrena e di setticemia nei giorni successivi. Tra i caduti sul campo, numerosi gli alti ufficiali, come Luciano Manara, Goffredo Mameli e Angelo Masina; e i volontari provenienti da altre regioni italiane o da nazioni oppresse, come Ungheria e Polonia. Ciò a testimoniare dello slancio e della compattezza rivoluzionaria dei combattenti. Del resto, la breve vita della "repubblica dei briganti" è stata tutta percorsa da uno spirito radicalmente sovvertitore: il gruppo di militanti repubblicani e mazziniani, molti giovani e giovanissimi, che le ha dato vita e si è posto alla sua testa, ha saputo avviare in breve tempo un programma di governo capace di scardinare le antiche istituzioni politiche, economiche e sociali del potere temporale, ponendo mano ai patrimoni ecclesiastici e alla manomorta fondiaria, ai sistemi di cambio delle valute, alle privative, ai lavori pubblici, riformando in senso democratico e popolare le istituzioni assistenziali, calmierando il costo degli affitti e di alcuni generi alimentari, permettendo la libertà di culto, di stampa, di pensiero e di associazione. Un programma che ha cercato di radicarsi, spesso con discreto seguito, nel contesto di una città povera o poverissima, priva di una qualunque borghesia imprenditoriale e mercantile e di un qualunque tessuto realmente produttivo, afflitta dai privilegi nobiliari e di casta; e che tenta febbrilmente di incarnarsi in uno scritto costituzionale che vuole essere il più aperto e avanzato tra tutti quelli redatti nel corso dei vari moti italiani a partire dall'anno precedente. Certo, la breve vita della repubblica non è andata esente da contrasti interni anche duri. Tra le fazioni moderate e quelle democratiche numerosi sono stati gli scontri politici: Mazzini, la cui condotta quasi da tutti  è stata giudicata come assai equilibrata e poco incline agli estremismi, si è comunque sentito accusare di "comunismo" quando ha proposto di assegnare ai meno abbienti palazzi e case del patrimonio ecclesiastico espropriato. Le trattative con i francesi, condotte nel mese di maggio da Ferdinand De Lesseps sul piano dell'equivoco e dell'inganno più o meno consapevole, hanno ingenerato non poche ambigue illusioni tra alcuni esponenti dell'Assemblea. Sul piano delle strategie militari da seguire, Garibaldi ha più volte deliberatamente disobbedito agli ordini, ritenuto troppo prudenti, del comandante in capo dell'esercito Pietro Roselli e del suo capo di stato maggiore, Carlo Pisacane, e si è scontrato anche con lo stesso Mazzini. E sul piano politico, il mancato accordo con il governo provvisorio toscano di Montanelli e Guerrazzi si è rivelato rovinoso perché ha chiuso ogni ipotesi di sbocco "nazionale" alle singole insorgenze. Ma la città è rimasta comunque quasi sempre tranquilla e solidale, le manifestazioni patriottiche hanno avuto largo concorso di popolo; si sono segnalati pochissimi incidenti e quasi sotto silenzio sono passate le (non numerose) uccisioni di ecclesiastici da parte di una sorta di "corpo franco" acquartierato in Trastevere e comandato dal forlivese Callimaco Zambianchi. Il corpo politico e sociale della Repubblica è rimasto dunque, nel complesso, compatto e saldo. Roma cade soprattutto di fronte alla preponderanza delle armi francesi, artiglieria e zappatori in primo luogo; e alla concomitante e altrettanto minacciosa invasione austriaca delle Romagne e delle Marche. Di questa saldezza e di questa compattezza, la prova definitiva sarà rappresentata dall'ultimo gesto di cui la Repubblica sarà capace, di ampio significato politico e ideale,  e che a noi qui piace ricordare "al presente" in tutta la sua carica dispiegata di utopica, affascinante, concretissima irrealtà: la proclamazione dal balcone del Palazzo Senatorio, in Campidoglio, nel pomeriggio dello stesso 3 luglio, della predetta Costituzione e la sua lettura da parte del presidente dell'assemblea, Giuseppe Galletti, ai molti cittadini accorsi e alla schiera di attoniti soldati francesi che si vanno schierando sulla adiacente terrazza dell'Ara Coeli.<br>
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Illustrazione: Roma Gianicolo Villa Spada, combattimenti</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Chicco Funaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-07-03				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Un anniversario</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/191_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Meriti				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=190</link>
				<description>				<![CDATA[<p><i>Se l'autorità vede un ragazzo in gamba, lo faccia studiare; e se il padre è povero, si contribuisca con i beni ecclesiastici</i> (Martin Lutero, <i>Predica sul dover mandare i bambini a scuola</i>, 1530)<br>
<br>
Mi accade, nelle ultime settimane, di sentir tessere elogi della meritocrazia, sospetti, e per più motivi: innanzi tutto, perché spesso vengono da persone di cui non so riconoscere eventuali meriti (amministratori non sempre capaci, insegnanti non molto competenti, ricercatori conformisti, telespettatori rimbigottiti). Ma anche perché, riprendendo slogans di editoriali sciatti e presuntuosi, esprimono posizioni più arretrate di quelle, non dirò del democratico Dewey, ma del meritocratico Lutero; che, raccomandava ai ricchi di lasciare per testamento donativi per sussidi di studio: "Così tu non redimi dal purgatorio le anime dei morti, ma conservando gli uffici divini aiuti sia i viventi, sia le generazioni future a non andare in purgatorio, anzi a redimersi dall'inferno...". Se quella sul purgatorio è, in un discorso moderato (si badi all'anno di composizione), una battuta ironica degna del segno zodiacale di Martin Lutero (scorpione, <i>of course</i>), la battuta sulla redenzione dà da pensare: ed è comunque meritocratica - ma con un ingrediente in più rispetto a tanti fautori odierni del merito, come da frase in epigrafe. Naturalmente, soggiungerei, osservando il principio che le pari opportunità in un processo formativo vanno stabilite non in entrata, ma in uscita. Resta un problema che i fautori della meritocrazia non si sognano di sfiorare, e che invece non pare residuale: un sistema meritocratico favorisce o no l'apprendimento?<br>
L'osservazione attenta e il ragionamento di buon senso permettebbero di accedere a un paradosso, per cui, se un bambino dotato di un buon capitale culturale (genitori colti, con buone abitudini linguistiche, un ambiente ricco di stimoli, etc.), frequenta una scuola in cui riconosce buona parte degli argomenti trattati e ci si sa muovere, alla fine del percorso scolastico il suo bilancio in termini in apprendimento sarà assai scarso, probabilmente invece alto quello in termini di rendimento scolastico; e cioè dei "meriti" rivendicati da una schiera di soloni succubi del senso comune: che, si sa, li odia i paradossi, il senso comune.<br>
Che la meritocrazia ostacoli percorsi di reale apprendimento, lo dice la scienza più competente in materia, la psicologia sociale. I cui ricercatori meritevoli, anche italiani e magari rifugiati all'estero - talora in università prestigiose - da tempo studiano gli effetti del confronto sociale (chi vale di più di un altro, chi ha più e chi meno meriti) sul funzionamento cognitivo e sui meccanismi di base dell'apprendimento. Da Losanna, uno di loro, Fabrizio Butera, ci spiega nitidamente, e con tutte le pezze d'appoggio (che chi voglia può trovare su "Psicologia sociale" n. 2, 2006) che l'uso dei voti per ricompensare i meritevoli o spronare chi dovrebbe diventarlo può indurre a una buona esecuzione dei compiti e a una memorizzazione a breve termine ma non aiuta un apprendimento stabile, duraturo, profondo. E che chi spinge verso un "apprendimento da performance", piuttosto che da padronanza, motivando a fare meglio degli altri e non a capire in maniera approfondita, induce a rimanere chiusi dentro la propria opinione e cercare di dimostrare che l'interlocutore ha torto, rifiutando l' apporto che all'apprendimento deriva dal conflitto socio-cognitivo. Altri sono i meriti riconoscibili attraverso dinamiche cooperative, come si sa, grazie a Montessori o Milani. Chi tifa per la meritocrazia, non auspica una società con maggiori competenze e un confronto costruttivo, ma singoli cresciuti nell'individualismo, capaci di vedere nel gruppo solo possibili subordinati ( o di adattarsi ai voleri di chi ha più potere).<br>
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Foto di phil dokas [sparkly things], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giuseppe Faso				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-07-02				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Meriti</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/190_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Clemente Mastella e David Cronenberg				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=189</link>
				<description>				<![CDATA[<p>David Cronenberg è uno dei registi contemporanei più <i>schizoviolenti </i>e cattivi di sempre: un filmaker geniale, un indagatore ossessivo della nostre ossessioni più indicibili. <br>
Autore di un esordio fulminante come <i>Il demone sotto la pelle</i> nel quale un condominio <i>upper class</i>
viene inspiegabilmente invaso da stranissime forme aliene che si
introducono nei corpi umani nei modi più incredibili (in
questo senso imperdibile la scena nella vasca da bagno in cui la
protagonista gode di questa improvvisa inserzione aliena) e trasformano
gli inquilini in pazzi maniaci sessuali che ridono forsennatamente e
cercando in tutti i modi di soddisfare i loro impulsi <i>erotomani</i>; regista di un capolavoro come <i>Rabbid sete di sangue</i> nel quale un virus casualmente creato da un medico un poco pazzarello si innesta sui corpi umani attraverso uno strano <i>nuovissimo </i>organo assassino direttamente sotto l'ascella; creatore di opere, capi d'opera indimenticabili, come <i>La mosca</i> (pellicola che ha rappresentato un <i>puntoaccapo </i>per una intera generazione, la mia), <i>Il pasto nudo</i> (dal genio del <i>cut-up</i> William Seward Burroughs), <i>Crash </i>(qui non direi, come pure è stato detto, fantascienza, piuttosto <i>biocinema</i>), <i>Spider </i>(il tema preferito di Cronenberg: la schizofrenia), e naturalmente nel 1999 <i>Existenz</i>,
geniale dissertazione sull'inganno del cinema, sull'illusione della
realtà, sui nuovi poteri immateriali, sulle
possibilità di riscatto dei nostri corpo <i>bucati </i>e sul
neoterrorismo, sull'incapacità di una lettura in qualsiasi
modo univoca di questa menzogna che tutti ci attanaglia, sulla violenza
imposta alla nostra carne, <i>sull'anfibia</i> nostra tendenza all'interpretazione assoluta. Eccetera.<br>
Da qualsiasi punto la vuoi vedere, Cronenberg è un regista fenomeno: un autore geniale.<br>
L'altro giorno mentre mi soffermavo, in un impulso masochistico improvvisamente irresistibile, a vedere Clemente Mastella a <i>8 e mezzo</i> su la7 pensavo proprio a questo: alla testa tagliata di netto del pesce mutante che i <i>realisti </i>di <i>Existenz </i>pescano
nelle loro piscine di riproduzione biologica, alla faccia stravolta
dalla violenza della schizofrenia di Viggo Mortensen nel finale di <i>History of violence</i>, all'essere metà macchina e metà mosca e metà uomo che implora di essere ucciso nel <i>unhappy </i>finale de <i>La mosca</i>;
ho pensato all'insettone sbavante liquami giallastri con il quale si
intrattiene, spesso in discussioni assai stimolanti, il protagonista de
<i>Il pasto nudo</i>, infine alla mano sporca di sperma della protagonista di <i>Crash </i>alla
fine di uno dei suoi amplessi iperviolenti. E quando Mastella mi ha
salutato dal video, mentre lui sorrideva imprudentemente felice, io ho
letteralmente visualizzato il <i>bigattino </i>[1] gigante che nel terribile sogno di uno strano e oscuro parto, in uno dei fotogrammi migliori de <i>La mosca</i>, viene estratto dalla vagina di una magnifica Geena Davis.<br>
---------<br>
[1] Larva di mosca carnaria, é una delle esche piu'
utilizzate nella pesca. La sua origine naturale è legata alla
decomposizione della carne; il colore naturale della larva di mosca
carnaria è bianco avorio, ma sono anche reperibili colorate
artificialmente (gialle, rosse, verdi). <br>
---------<br>
Foto di twenty_questions [virus], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Gianmarco Mecozzi				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-07-01				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Clemente Mastella e David Cronenberg</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/189_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Censimenti e revisioni				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=186</link>
				<description>				<![CDATA[<p>"Rilievi fotodattiloscopici con modalità
informatiche" - recita il comunicato degli uffici del ministro
Maroni a proposito della schedatura dei minori Rom anzi, che dico! del
"censimento" dei suddetti. Apposizione di lettere e
figure geometriche con modalità sartoriali - avrebbe scritto
Adolf Eichmann a proposito di J e stelle gialle cucite in altri tempi.
Censimento, però, perché preoccuparsi? Nell'ottobre
1940 Léon Poliakov, futuro storico dell'antisemitismo, chiede
consiglio a Kojève sull'opportunità o meno di
aderire agli inviti a farsi censire come ebrei nei commissariati. Il
saggio amico cerca di dissuaderlo, ricordando che quando i servizi di
statistica effettuavano un censimento, i contadini russi si
nascondevano nei boschi, subdorando che ciò non presagisse
nulla di buono. Poliakov scuote le spalle e si lascia timbrare il
passaporto con un bel Juif in rosso, ma se ne pente quando l'anno
successivo vengono effettuate le prime retate di ebrei avviati alla
deportazione e allo sterminio e lui riesce fortunosamente a scappare
appena in tempo. Storie del passato, ora c'è la democrazia e
si tratta soltanto di contenimento della delinquenza e della paura
percepita. Se ne occupano i prefetti-commissari speciali di Milano,
Roma e Napoli, mica la Gestapo.<br>
Certo, si tratta di una grave
emergenza criminale dalle parti di Gomorra, nella Milano del processo
Mills, nella Roma dove Renatino De Pedis, boss della banda della
Magliana, è sepolto con tutti gli onori nella basilica di S.
Apollinare. Soprattutto si agisce per il bene dei minori minacciati di
maltrattamenti e di sfruttamento. Cosa non si fa per le creature...
Anche la detenzione "protettiva", <i>Schutzhaft</i>, fu ripescata nel 1933 dalla Gestapo per proteggere i marginali dalla collera popolare (<i>Volkszorn</i>) rinchiudendoli a Dachau. <i>Volkszorn </i>è anche il nome di una delle più accreditate band nazi-rock tedesche, l'equivalente dei nostri <i>Gesta Bellica</i> e <i>Legittima Offesa</i>.
Perché non invitarli a una riedizione di quel convegno sulle
foibe alla Sapienza che tanti mal di testa ha procurato al preside e
storico percepito Guido Pescosolido?<br>
-------<br>
Foto di Mr Jaded [Fingerprint 3], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-30				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Censimenti e revisioni</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/186_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Adolescenza				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=184</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Rimango incantato dal garbo e la sottigliezza con cui una mia
conoscente, ogni volta che sente dire da una mamma: "sai,
è l'adolescenza" o simili frasi pigliatutto, risponde
con un candore naïf: "no, non lo so: di che si
tratta?". Lei segue così, con inimitabile grazia,
più di un'indicazione di una buona teoria sociale. Una
è di metodo, ed è quella che invita a bloccare ogni
richiamo a "lo sanno tutti che...", spesso non
più che volgare intimidazione verso chi non voglia scivolare
negli stereotipi di senso comune. Un'altra è più
specifica, e riguarda da vicino l'adolescenza.<br>
Da una trentina
d'anni, gli studiosi hanno ridimensionato la diffusa immagine
dell'adolescenza come fase di "passaggio, crisi" in cui
disagi, conflitti, difficoltà, sofferenze sono inevitabili. E
ciò per più ragioni: da una parte, il fatto che i
problemi, sicuramente rilevanti, tipici di quell'età si
presentano in sequenza e non tutti insieme, e possono perciò
essere affrontati; dall'altra per il peso rilevante dell'ambiente, (la
famiglia, la scuola, i gruppi di pari; etc.), che può offrire
un grande sostegno per superare i compiti che lo sviluppo pone, o,
naturalmente, aggravare le difficoltà, drammatizzandole (come
spingono a fare dicerie di senso comune e mass media).<br>
Certo,
è meglio non sottovalutare le sofferenze che spesso ci sono e
che presumibilmente sono aumentate negli ultimi anni - tra le cause, le
difficoltà che le trasformazioni sociali inducono nelle
famiglie, i modelli proposti proprio dagli stessi media pronti a
stigmatizzare come atti di devianza i sintomi del malessere giovanile,
i modi rigidi mostrati in molte scuole nell'affrontare i conflitti
sociocognitivi probabilmente aumentati grazie disseminazione degli
stili di vita, ecc. Resta il fatto che troppi educatori ancora oggi (e
forse sempre di più) parlano delle "crisi
adolescenziali" come si parla di un fenomeno naturale,
espungendo dall'analisi... se stessi. E' un po' il rovescio di quel che
succede quando si valutano le competenze degli allievi: in quel caso si
tende a espungere l'allievo stesso, con le sue competenze profonde
pregresse o maturate al di fuori dei riti scolastici (il compito,
l'interrogazione, la valutazione...).<br>
Prima che sociologi e
psicologi mettessero in dubbio immagini poco proficue dell'adolescenza,
c'era chi aveva notato una strana divaricazione tra l'adolescenza
narrata negli anni '60 dagli psicologi (tutta tempeste e passioni) e
quella raffigurata dai sociologi (conformista e acquietata). Venne il
'68 a far saltare questi schemi, grazie a una realtà sociale
che investì anche gli studi e li costrinse a riconsiderare in
maniera nuova la questione. L'adolescenza che pian piano ne
sortì fuori (penso a un trattato riepigolativo, nitidissimo,
curato da Palmonari nel 1993) ora risultava una fase prolungata e con
una sua autonomia (non di passaggio "da ... a"), in cui
il giovane, non visto in astratto ma a partire dall'appartenenza
sociale e di genere, è chiamato ad affrontare i problemi
posti dal suo stesso sviluppo fisio-psico-sociale.<br>
Considerare
l'adolescenza una crisi fatale senza sapere ben sostenere le ragazze e
i ragazzi nell'affrontare, uno per volta, i problemi che a
quell'età si incontrano significa negare di avere a che fare
con soggetti attivi che si stanno giocando, sì, una partita
importante per quanto riguarda la costruzione dell'identità,
ma anche l'inserimento in un contesto più ampio, che esige
capacità di scelta, senso di responsabilità,
autonomia. E così l'adolescenza si allontana da quella ben
descritta da Coleman o Palmonari, e ridiventa momento di crisi, a
rischio di devianza o di sofferenze inenarrabili (e della cui
rielaborazione non ci si fa perciò carico). Purché
sia chiaro che in questi casi le agenzie educative hanno
responsabilità enormi. <br>
------------<br>
Foto di Guesus [MUY estresado] [La ver-ticali-dad es subjetiva...], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giuseppe Faso				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-27				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Adolescenza</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/184_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Senza regole				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=183</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Che cosa possiamo fare contro l'"innata aggressività della nostra specie"? Niente. Se è innata. Se è una questione di "natura umana". Non possiamo fare niente. Regolarla, certo. Organi di tipo statuale, peraltro dotati oltremisura di aggressività (è innata, vale per i regolatori quanto per i regolati), ci hanno provato. Il successo è argomento di ricerche e discussioni da molti decenni e secoli. Non si è riusciti a impedire che un buon numero di maschi esercitassero con supremo sgarbo il congiungimento sessuale con un buon numero di donne. Qualche volta li si è puniti qualche volta no. Non è dato sapere se con la punizione gli sgarbi sono stati meno del prevedibile oppure no. La regolazione è comunque stabilita sulla carta. Non si è riusciti a impedire che gruppi di insorti a causa di insopportabili condizioni di vita o a causa di misteriosi impulsi tipo la refrattarietà al "patto preliminare di obbedienza" praticassero omicidi e distruzioni. Circostanze diverse di manifestazione dell'"innata aggressività della nostra specie". Diverse, d'accordo. Ma a che cosa serve stabilire che una - la seconda - rende in qualche modo più accettabile, quando non la santifichi, l'aggressività innata in questione? Siamo giunti a un grado di riflessione abbastanza avanzato per dire: questa aggressività non ci piace. Che quegli insorti abbiano raggiunto, magari, un provvisorio e parzialissimo loro patto di liberazione, conta zero. Anche perché, lo insegna l'esodo degli ebrei ma basterebbero i più modesti scazzi tra leader e militanti dei recenti gruppi extraparlamentari, quel tipo di patto dura poco. Provvisorio e parzialissimo. Non sono aggettivi così disprezzabili, a pensarci bene. Lo dice anche Deleuze: le rivoluzioni perdono. Poi aggiunge: però è bene farle. L'impulso di aggressività è più forte dell'impulso di liberazione. Sarà vero? Lecito temere che sì (oltretutto i due impulsi possono miscelarsi). Lecito dubitare. Altro esempio. Si è amata molto la forma di vita che presupponeva una erotizzazione libera e diffusa tra tutti. Qualcosa di questa forma di vita permane, forse. Ma la si è insidiata e minacciata e aggredita con certi impulsi tipo gelosia, possesso, dominio nel formarsi di coppie, vecchio modello di vita amorosa: qualcuno lo ritiene innato, qualcun altro ritiene che la civiltà giudaico-cristiana abbia contribuito parecchio a introdurlo. Un bel problema. Non se ne esce. Ma ha senso porre la questione dell'aggressività in questo modo? Ha senso pensare di prenderla a spunto, tralasciando gli studi sull'aggressività, a cominciare dalla psicoanalisi (e che Deleuze e Guattari la maltrattino si può anche trascurare), e insistendo come in un mantra su queste parole: innata, natura, umana? Sui dati che sono dati e non cambiano? Certo che non cambiano. Se vogliamo che cambiare sia per sempre. Così come pensiamo che l'essere bestie feroci sia da sempre. Siamo gettati nell'universo senza nessuna garanzia di una pacifica stabilità. Non è poi così saggio desiderare una diversa regolazione, perché sempre regolazione è. E come sarà diversa? Le regole democratiche? Le regole cooperative? Le regole della valorizzazione del comune? Perché non farsi un pochino sedurre dalla constatazione che non c'è nessun posto dove andare? Ma che c'è da giocare un appassionante gioco di disordine contro ordine, di ribellione contro regolazione, di erotico approccio alle persone contro ghigno difensivo come prima misura nei contatti tra umani, di repubbliche dionisiache di un giorno di un anno contro lunghe gelate istituzionali? Magari una volta si può provare a giocare senza regole del gioco. Per curiosità. Per vedere che cosa succede.<br>
------<br>
Foto di nerovivo [-,- complexity [4]], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Mario Gamba				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-26				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Senza regole</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/183_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Il ring negro di Tiberiu				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=182</link>
				<description>				<![CDATA[<p>La faccia scura di Tiberiu Chiriac, svoltato l'angolo di palazzo Wedekind, t'appare incorniciata tra una ringhiera e un paio di scritte a tatzebao col pennarello nero. È giorno di manifestazione autoconvocata e intorno a lui la parte stretta della piazza, oltre la linea segnata dall'obelisco e dai poliziotti schierati a barriera, si riempie di bandiere Cub Rdb o Cobas. Lo gnomone d'Augusto ha l'ombra puntata sul parlamento quando un migliaio, tra precari a caccia d'impiego e pubblici dipendenti in fuga da esso, si piazzano con striscioni e megafoni in direzione di Monte Citorio. <br>
Al terzo giorno di sciopero della fame, il naso schiacciato del romeno, non dà segni di sfinimento e quell'agitazione fomentata dai sindacati di base lo ingarella alquanto. "No alla Mafia nello sport Boxe" strilla un suo cartello. "No allo sfruttamento degli sportivi Romeni. No alla schiavitù al Razzismo" aggiunge su un altro mentre l'ultimo, "Ambasciatore e Consoli romeni Corrotti", lo chiude con tutti i puntini sulle i. <br>
"Toti la negru" attacca al gong della chiacchierata "<i>mi hanno trattato come uno schiavo del ring. Sono arrivato nel 96 in Italia. Professionista dopo tanti anni di dilettante al mio paese con la Prahova Box Ploiesti. Palestra importante Prahova. La più forte di tutta la Romània. Pure Nino Benvenuti conosce</i>". Peso mosca con forte spirito d'adattamento, flessibile al peso e alle circostanze manco t'avesse sottoscritto l'ultimo saggio di Ichino, Tiberiu prende il mestiere del pugile con la serietà dell'underdog patentato, del loser buono per ogni match, sparring peone sempre disposto a far fare bella figura al campione che gioca in casa. "<i>Io combatto per borsa</i> - riprende secco - <i>frega niente di medaglie. Mi hanno chiesto di fare il mosca con Messina e io fatto. Poi bantam a 118 libbre con Mura a Reggio Emilia. Tutto a posto. Con Iodice sono anche salito a superpiuma. Mai detto no</i>". Undici incontri al 2000: undici sconfitte. Un cappotto condito da 8 kappao e zero pareggi. Ma non è certo il record immacolato la preoccupazione maggiore di Tiberiu. "<i>Problema vero per me è che soldi promessi non sempre sono arrivati. Contratti bassi da tre quattrocento euro ma il manager uguale mi fregava. E come me altri pugili venuti da Romània. A un certo punto abbiamo pure fatto sciopero. Ci siamo rifiutati di boxare e il Coni ha mandato noi al tribunale sportivo. Una mafia il Coni. Dopo mie denuncie mi hanno tolto permesso di soggiorno e ho girato clandestino per un po'. Ho lavorato mesi come operaio al cantiere a Ceccano. Cinquecento euro per tutto mi hanno dato. Ho passato brutti momenti. Mi hanno minacciato con fucile ma mia battaglia è per giustizia. Voglio solo quello che mi spetta. E non vedo ora di scappare da Italia. Giuro</i>".</p>
<p>------------<br>
Foto di Claudio D'Aguanno</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Claudio D'Aguanno				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-25				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il ring negro di Tiberiu</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/182_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Convertiti e pervertiti				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=180</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Un altro africano, Agostino, arrivato clandestino in Italia per ragioni familiari, quando si decise, dopo lungo travaglio, alla conversione, non la sfoggiò pubblicamente né tanto meno pretese di aggiungere l'impegnativo nome di Cristiano al momento del battesimo. Durante il soggiorno milanese scrisse il <i>De immortalitate animae</i>, non editoriali ben pagati per il «Corriere della Sera». Vero che, alla fine della sua vita, ci andò giù con mano pesante nei confronti di donatisti e pelagiani, ma in complesso per un lungo tratto fu tollerante e puntò alla persuasione ecclesiale più che alla repressione imperiale. Il nostro Magdi Cristiano, invece, esordì con una sparata anticoranica che imbarazzò l'incauto pontefice-battezzatore e perfino il devoto Giulianone. Proseguì auspicando la demolizione o non-edificazione delle moschee italiche e l'espulsione degli imam e scatenando crociate contro le organizzazioni rappresentative islamiche con cui faticosamente trattavano i vari governi nazionali, insomma applicando al campo musulmano il noto stereotipo dell'ebreo odiatore di se stesso. O più semplicemente del convertito fanatico, di cui anche la politica ci ha offerto memorabili esempi. Ma si tratterebbe ancora di una patologia individuale, per quanto autorevolmente sponsorizzata dal Papa e pubblicizzata sulla stampa, un predicatore fondamentalista come ce ne sono tanti negli Usa e nel mondo islamico. <br>
Quando però il Nostro si applica ai delicati temi dell'immigrazione, non possiamo dimenticare che parla ufficialmente il vice-direttore del «Corriere» (18 giugno 2008) e non più soltanto il <i>born again</i> schiumante risentimento. Come trattare gli immigrati? Ma è semplice: se un estraneo si introduce a casa nostra, chiamiamo subito la polizia, senza curarci troppo delle sue motivazioni e senza aspettare che ci faccia del male. Basta che abbia infranto la legge che tutela l'inviolabilità del domicilio privato. Come mai non applichiamo la stessa regola alla casa collettiva, la città e lo Stato e ci lasciamo andare a una tolleranza buonista? Addirittura, se i clandestini passano il Mediterraneo sani e salvi ci sentiamo rasserenati, senza prendere in considerazione il loro reato, «ma se i clandestini muoiono in mare, ci sentiamo tutti afflitti fino al punto da autoattribuirci una colpa collettiva, quasi fossimo noi i veri responsabili di quei morti che meritano certamente tutto il nostro cordoglio umano». La nostra unica colpa consiste eventualmente nel non averli ancora dissuasi, con il reato di clandestinità e l'effettività delle espulsioni, a rinunciare a quella pericolosa traversata. Non pensavo che il battesimo conferisse superiori capacità logiche, dato che evidentemente il peggior Cpt spaventa meno della morte per fame e guerre, ma un po' di virtù cristiane, per esempio la carità, quello sì. Non si vergogna la Chiesa, che su clandestinità e accoglienza ha opinioni diametralmente opposte, di questo recente e impietoso adepto? Ma lasciamo che Magdi "Cristiano" si rallegri al vedere cadaveri galleggianti e viventi agonizzanti aggrappati alla gabbie per tonni e cerchiamo di capire perché il suo giornale lo pompi (e foraggi) tanto. Oggi il prudente «Corriere» va "controcorrente" al politicamente corretto, ossia sul filo della corrente della <i>deregulation</i> di Sacconi, che supporta esaltando oggi le stravaganze di Brunetta sui "fanulloni" come ieri faceva con i "bamboccioni" di Padoa-Schioppa o con i "fanulloni" di Ichino (scusate la ripetizione, ma forse coincidono gli ispiratori). Per tacere dagli elogi alla Marcegaglia, leader della "nuova" Confindustria e primatista degli infortuni sul lavoro nella sua azienda di famiglia. In perfetta coerenza, d'altronde, con il suo scalognato sostegno alla grande coalizione Veltroni-Berlusconi, allo smarrimento per l'inevitabile defilarsi del primo dopo le randellate del secondo, ai ripetuti ammonimenti a non tornare alla stagione dei girotondi. Se quei garbati riti di traslazione angosciano talmente Panebianco e Galli della Loggia, figuriamoci ogni ricordo di '68. Non meraviglia perciò che la difesa dei collettivi studenteschi contro un assalto di fasci fans di Ahmadinejad nei pressi della Sapienza venga paragonato da Ostellino... alle minacce di Ahmadinejad a Israele, di cui Roberto Fiore diventa l'impagabile <i>testimonial</i>. Fino al punto di sfidare il ridicolo inventandosi, nell'isolamento della stesso circuito giornalistico, il sequestro "percepito" del preside di Lettere alla Sapienza di Roma, Pescosolido. Dietro il folklore dei convertiti e delle vibrazioni, di delinea allora un disegno più complesso e pericoloso, il cui esito per fortuna si rivela controproducente quanto il celebre e ridicolo <i>endorsement</i> di Mieli a Prodi non molti mesi fa. Gli endorsati farebbero bene a fare gli scongiuri.<br>
--------<br>
Foto di chris24w [born again], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-24				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Convertiti e pervertiti</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/180_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Mormorazioni nel deserto				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=176</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il rapporto tra aspetti temibili della natura umana e istituzioni
politiche è, senza dubbio, una questione metastorica. Per
affrontarla, serve a poco evocare il caleidoscopio delle differenze
culturali. Tuttavia, come sempre accade, una questione metastorica
guadagna visibilità e pregnanza soltanto in una concreta
congiuntura storico-sociale. L&rsquo;invariante, cioè la
congenita (auto)distruttività dell&rsquo;animale che pensa
con le parole, è messo a tema da crisi e conflitti
contingenti. Detto altrimenti: il problema
dell&rsquo;aggressività intraspecifica balza in primo
piano <i>allorché </i>lo Stato centrale moderno conosce un
vistoso declino, costellato però da convulse spinte
restaurative e da inquietanti metamorfosi. È nel corso di
questo declino, e a causa di esso, che torna a farsi valere in tutta la
sua portata antropologica il problema delle istituzioni, del loro ruolo
regolativo e stabilizzatore.<br>
Fu lo stesso Carl Schmitt a constatare,
con palese amarezza, il tracollo della sovranità statale:
&ldquo;L&rsquo;epoca della statualità sta ormai
giungendo alla fine [&hellip;] Lo Stato come modello
dell&rsquo;unità politica, lo Stato come titolare del
più straordinario di tutti i monopoli, cioè del
monopolio della decisione politica, sta per essere
detronizzato&rdquo;. Lo sgretolamento del &ldquo;monopolio della
decisione politica&rdquo; deriva tanto dalla natura
dell&rsquo;attuale processo produttivo (basato sul sapere astratto e
la comunicazione linguistica), quanto dalle lotte sociali degli anni
Sessanta-Settanta e dal successivo proliferare di forme di vita
refrattarie a un &ldquo;patto preliminare di obbedienza&rdquo;.
Non importa, qui, soffermarsi su queste cause o ventilarne altre
eventuali. Ciò che conta sono piuttosto gli interrogativi che
campeggiano nella nuova situazione. Quali istituzioni politiche al di
fuori dell&rsquo;apparato statale? Come tenere a freno
l&rsquo;instabilità e la pericolosità
dell&rsquo;animale umano, là dove non si può
più contare su una &ldquo;coazione a ripetere&rdquo;
nell&rsquo;applicazione delle regole di volta in volta vigenti? In
che modo l&rsquo;eccesso pulsionale e l&rsquo;apertura al mondo
che caratterizzano la nostra specie possono fungere da antidoto <i>politico </i>ai veleni che essi stessi secernono?<br>
Questi
interrogativi rimandano all&rsquo;episodio più scabroso
dell&rsquo;esodo ebraico: le &ldquo;mormorazioni&rdquo; nel
deserto, ossia una sequenza di conflitti intestini di rara asprezza.
Invece di sottomettersi al faraone o di insorgere contro il suo
dominio, gli ebrei hanno messo a frutto il principio del <i>tertium datur</i>,
cogliendo una possibilità ulteriore e misconosciuta:
abbandonare la &ldquo;casa della schiavitù e del lavoro
iniquo&rdquo;. Si inoltrano così in una terra di nessuno
e, lì, sperimentano forme inedite di autogoverno. Ma il
vincolo di solidarietà si indebolisce: cresce il rimpianto
per l&rsquo;antica oppressione, il rispetto per i compagni di fuga
si rovescia repentinamente in odio, dilagano la violenza e
l&rsquo;idolatria. Divisioni, sopraffazione, calunnie,
aggressività polimorfa: così si dà a
vedere, alle falde del Sinai, &ldquo;un essere che resta
indeterminato, impenetrabile e &lsquo;questione aperta&rsquo;
quanto alla sua essenza&rdquo; (sono ancora parole di Schmitt). La
narrazione dell&rsquo;esodo costituisce, forse, il più
autorevole modello teologico-politico di oltrepassamento dello Stato.
Perché prospetta la possibilità di minare il
faraonico monopolio della decisione mediante una sottrazione
intraprendente; ma anche perché, dando grande risalto alle
&ldquo;mormorazioni&rdquo;, esclude che questa sottrazione abbia
a proprio fondamento la naturale mitezza dell&rsquo;animale umano.
Una Repubblica non più statuale intrattiene un rapporto assai
ravvicinato, e privo di veli, con l&rsquo;innata
distruttività della nostra specie.<br>
------<br>
Foto di hidden side [Diagonal climbing], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Paolo Virno				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-20				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Mormorazioni nel deserto</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/176_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Operaismo, adesso				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=174</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il librone su <a target="_blank" href="http://www.deriveapprodi.org/estesa.php?id=341&stato=novita"><b><i>L&rsquo;operaismo degli anni Sessanta</i></b></a>
è un&rsquo;occasione per ricordare. Ma non solo. Ricordare
fa bene alla salute politica, oggi un po&rsquo; malandata.
Soprattutto se la memoria rimanda a una stagione magica, da tutti i
punti di vista, per le lotte, per le scoperte, per le persone di
allora, per le conquiste del dopo, per quello che resta, che il tempo
nemico non riesce a cancellare.<br>
Ma, appunto, il ricordare non
basta. Una lettura come questa, il ripercorrere quella esperienza, deve
rilanciare in avanti. Che cos&rsquo;è l&rsquo;oggi
rispetto a ieri? Rileggere il passato serve per leggere il presente.
Altrimenti quell&rsquo;esperimento militante verrebbe falsato nel
suo significato di fondo. Non si trattava di un&rsquo;avanguardia
letteraria, non era il Gruppo &rsquo;63. Non spezzava una
tradizione, per finire lì la sua funzione. Era un modello di
fare ricerca e di fare politica, un modo di intrecciare analisi e
intervento, una forma di pensiero e una forma di azione, che depositava
nel tempo una ragione antagonistica. Altrimenti come si spiegherebbe la
sua durata di riferimento, questo tornare a parlarne, provocando
ascolto, dopo quasi mezzo secolo?<br>
Quando uno legge, è
importante che si domandi: che cos&rsquo;è il lavoro,
oggi? Chi è, oggi, il lavoratore? Chi sono, qui e ora, gli
operai e chi il capitale? E allora si apre una prateria di nuove
ricerche, di nuove analisi, di nuovo intervento, di un pensare e di un
agire inediti e però anche spinti, strattonati, da una
storia. È più difficile adesso un punto di vista
unilaterale sul lavoro. Non c&rsquo; è più la
figura unificante dell&rsquo;operaio massa, o dell&rsquo;operaio
sociale. E anche il capitale non se la passa, simbolicamente, tanto
bene: non c&rsquo;è più la figura dominante del
grande capitalista industriale. Il lavoro in frantumi ha lasciato, dopo
di sé, il lavoratore in frantumi. Un pluriverso del lavoro,
che va posseduto intellettualmente e riunificato politicamente. Tante
figure di lavoratori, da riconoscere nel loro specifico e da riportare
al loro comune. E tuttavia non ce la possiamo cavare dicendo
&ldquo;i lavori&rdquo;. Il plurale è una scappatoia per
non prendere di petto il problema. Il concetto politico di lavoro
è quello che va rimesso al centro dei rapporti sociali e nel
fuoco della battaglia culturale. <br>
E l&rsquo;invito è
alle giovani forze intellettuali, perché si facciano carico
di riprendere il discorso e l&rsquo;esperienza
dell&rsquo;operaismo, aggiornandolo a questo tempo, traducendolo
nella lingua dei conflitti attuali, ritrovando la passione di un nuovo
antagonismo, senza fughe ideologiche, con tenacia realistica e
impaziente iniziativa.<br>
---------<br>
Foto di LOL² A [rosso Vs blup], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Mario Tronti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-19				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Operaismo, adesso</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/174_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Ritardati e ritardatari/e				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=171</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Non leggo i quotidiani, se non quando sull'Eurostar o in aereo me li rifilano gratis. Guardo di rado la televisione italiana. È come con il fumo, ho smesso, cerco di proteggere un po' i polmoni, ma proteggere il cervello è meglio, dunque niente quotidiani, niente tv. Sono abbonato a "Internazionale". Dopo il 15 aprile ha riportato i giudizi della stampa estera sulla terza vittoria di Berlusconi e alleati. Sempre la stessa solfa, il tycoon, il conflitto d'interesse, i neofascisti, la mafia. Nessuno sforzo per cercar di capire com'è cambiata la società italiana e se per caso questi cambiamenti hanno a che fare con gli umori politici degli elettori, Veltroni avrebbe perso perché non ha saputo convincere le persone, avrebbe sbagliato campagna elettorale. Questa casta giornalistica internazionale ha un profondo disprezzo per i normali cittadini, cioè per i lettori. Le cose più banali, più scontate, si rischia magari di leggerle su testate prestigiose, su "Le Monde", "El Paìs", la "Tageszeitung".<br>
Pensandoci però, quando mai "Internazionale" riporta cose interessanti nella rubrica "italieni"? Anche un giornale che sembra intelligente, che dimostra di conoscere il mondo, lo spettacolo, un giornale fatto con gusto, quando si trova a dover parlare dell'Italia, del suo prossimo, non sa tirare fuori nulla che valga la pena di essere letto. Il fallimento, l'inconsistenza di quella cultura politica che viene dalle buone maniere del socialismo e del comunismo italioti non possono essere più evidenti. Sanno tutto di Darfur, alture del Golan, favelas sudamericane, sembrano di casa a Bangkok, nel Sudan, nella Mongolia interna, sanno quanto costa un caffé nella provincia di Toronto e che film si proietta nei multisala di Kiev ma se chiedi loro: "Mi sai dire qualcosa di Biella?" perdono l'orientamento, li vedi barcollare, come avessero la labirintite. <br>
Per fortuna c'è chi non perde invece le vecchie abitudini. La CGIL per esempio. Alla Conferenza d'organizzazione di Roma sembravano - riferisce un testimone oculare - una confraternita di flagellanti, a qualcuno era venuto il sospetto di aver sbagliato qualcosa, per esempio di aver sottovalutato il fenomeno del postfordismo, per esempio che il lavoro dipendente non è tutto. Se li incontravi prima delle elezioni però non ci potevi neanche discutere, dubbi zero, erano sicuri di vincere, molte donne avevano ordinato dal sarto già la mise da quota rosa. Una donna, Susanna Camusso, sarà forse la prossima segretaria generale, una donna per reggere il tavolo dei negoziati con Emma Marcegaglia ("tra donne ci s'intende"). La presentano già fotografata al timone di una barca a vela, nella posa che una volta era dell'Avvocato, lei però non è tipo da flagellarsi, è una dura, lei dice che sulla questione del precariato "c'è stato qualche ritardo". <br>
Ci rendiamo conto del prezzo che dobbiamo pagare tutti per consentire al <i>learning process</i> di questa Sinistra di seguire i suoi ritmi lenti? Cinque anni di Cavaliere ci costa 'sta roba, cinque anni di governo Berlusconi-Bossi-Fini. Poiché ai nostri discorsi per definizione non credono, per accelerare l'apprendimento di questa rispettabile confraternita invece di consigliare bigini di Marx o di Keynes suggeriamo il seguente passaggio tratto dalle "Considerazioni finali" che il Governatore della Banca d'Italia ha letto il 30 maggio: «I consumi continuano a risentire dell'instabilità dei rapporti di impiego, diffusa specialmente fra i giovani e nelle fasce marginali del mercato del lavoro. L'incertezza sul reddito corrente, sulle sue prospettive di crescita futura frena le decisioni di spesa, anche per l'inadeguatezza della rete di protezione sociale. Nonostante i miglioramenti conseguiti negli ultimi anni, ad esempio rafforzando l'indennità ordinaria di disoccupazione, manca ancora un ridisegno organico e rigoroso delle garanzie offerte, essenziale per un mercato del lavoro che coniughi flessibilità ed equità». Chiaro no? La precarietà dei rapporti di lavoro penalizza i consumi, se i consumi calano diminuisce il PIL, se cala il PIL aumenta l'indebitamento pubblico, se aumenta il debito pubblico si aumentano le tasse, anche ai precari, e soprattutto non si spende per sistemi di tutela, per ammortizzatori sociali. I deboli sono più poveri e il "risanamento dei conti pubblici" è una chimera. È stata la ricetta Prodi-Padoa-Visco-Damiano. Un perfetto circolo vizioso. E Veltroni avrebbe dovuto "convincere" gli elettori?<br>
---------<br>
Foto di Robby Garbett [chain driven], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Sergio Bologna				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-18				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Ritardati e ritardatari/e</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/171_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				La marmaglia				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=169</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il giorno di ferragosto del 2007 ho visto il mio amico Tim, che non vedevo da un anno. Eravamo io e lui, a Parma, e c'era caldo.<br>
Abbiamo girato un po' per il centro, abbiamo preso un caffè, ci siamo raccontati quello che ci era successo e non c'era da essere tanto allegri, ma neanche da sbattere la testa contro il muro. <br>
In centro era tutto chiuso, abbiamo preso un autobus siamo andati a mangiare nella pizzeria sotto casa mia, in periferia, in casa non avevo niente, solo cibo per gatti. Eravamo i primi clienti. Non so perché racconto queste cose. <br>
La pizzeria si chiama Il veliero, ed è arredata come un arredatore si immagina sia arredato l'interno di un veliero, bianco, verde e arancione. Mi piace molto. <br>
C'è una vetrinetta con una collezione di bottiglie mignon di liquori. Mio babbo ne aveva sempre in casa. Di amaro Ramazzotti. Da quando ho avuto dodici anni mi ha detto che potevo berlo anch'io, tanto non faceva niente. C'era anche una pubblicità, Un amaro Ramazzotti fa sempre bene, due ancora meglio. Io, ogni tanto, andavo fino alla vetrinetta che era in sala di fianco alla televisione, la aprivo, aprivo il tappo di plastica della bottiglietta e truc, bevevo tutto d'un fiato. Sono trent'anni che non ne bevo. Non mi manca. E forse era Cynar. <br>
Dopo un po' in pizzeria hanno cominciato a arrivare degli altri clienti. Il cameriere chiedeva a tutti cosa facevano in città, perché non erano in ferie. Io gli ho detto che mi piace lavorare. Lui mi ha guardato per qualche secondo come se stesse per dire qualcosa, poi è andato via. <br>
A un certo punto, da un tavolo alla mia sinistra, un signore ha cominciato a insultare un ragazzo molto grasso seduto di fronte a lui. Il ragazzo lo vedevo di schiena. Aveva i capelli rossi, e una maglietta arancione, e le braghe corte e le scarpe da ginnastica, e sembrava che guardasse per terra. Era il tono di quello che lo insultava, che lo faceva sembrare un ragazzo, dalla stazza poteva essere un uomo. Sémo, gli diceva il signore, Ignorànt. Lo diceva con disprezzo. <br>
Il cameriere si è avvicinato al tavolo, si è rivolto al ragazzo Tuo padre fa dei sacrifici, per te, gli ha detto, tu devi ricambiarli, devi trovarti un lavoro per essere il bastone della vecchiaia di tuo padre, che adesso è lui che lavora per mantenerti a te. <br>
C'era una terza persona, seduta a quel tavolo, una signora, che ha detto, rivolta al cameriere, Mio marito è in pensione. Ah, ha detto il cameriere, è in pensione?<br>
Io e Tim mangiavamo del riso e ci piaceva molto, o forse avevamo molta fame. <br>
Dopo qualche minuto il ragazzo si è alzato, ha preso un casco dalla sedia vicino a lui, si è avvicinato a sua madre, le ha preso la testa, l'ha baciata, è andato via. Intanto il padre diceva, con un tono che pretendeva al buffo, come se fosse una battuta che aveva detto altre volte e che aveva fatto ridere Io questa faccia la conosco. Il ragazzo non l'ha neanche guardato. <br>
Io e Tim continuavamo a mangiare il riso. <br>
La signora si è rivolta al cameriere gli ha chiesto Quanto tempo è, che sei qua? Trent'anni, ha detto il cameriere. Il cameriere era meridionale. E i primi tempi mi guardavano così, ha detto, ha abbassato la testa e ha fatto uno sguardo come se guardasse una cosa inspiegabile, come se avesse davanti una pizza triangolare. <br>
Ah, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata. <br>
E ci han messo del tempo, ha detto il cameriere, a considerarmi come loro. <br>
Sì, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata. <br>
------<br>
Foto di m.a.x [the place had character], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www,flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Paolo Nori				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-17				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>La marmaglia</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/169_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Taci, il nemico ti ascolta				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=168</link>
				<description>				<![CDATA[<p>L'esposizione trasgressiva del privato per darsi un'immagine pubblica è pratica abituale nel mondo dello spettacolo, più recentemente traslata in politica. Certo bisogna accontentarsi: al posto degli scandali delle grandi Kate Moss e Amy Winehouse abbiamo le vanterie senili di Berlusconi e il priapismo celodurista e post-fascista. Decisamente più ammosciante. Del resto la coppia esibizionismo-voyeurismo si è democratizzata al punto da assumere caratteri di massa. Da un lato siamo invasi da rivelazioni non richieste, sequenze che passano direttamente dai cellulari a You Tube, autocertificazioni di bullismo, stupro, aggressioni, dall'altro siamo sottoposti a un regime di sorveglianza capillare con telecamere, satelliti, intercettazioni giudiziarie e private, telefoniche e ambientali, mentre con i più svariati pretesti (pedofilia, terrorismo, download illegale) è stata cancellata ogni riservatezza nell'uso della posta elettronica e della rete. Lo spionaggio legale è minima parte di quello effettivo. C'è perfetta corrispondenza fra ossessiva messa a nudo dal basso del cuore e del sesso e avido impossessamento di dati e sentimenti privati da parte del sistema politico ed economico. L'esibizionista da giardinetti si è trasferito in rete, mentre il potere guardone fa <i>phishing</i> su spostamenti fisici, opinioni, emozioni consumabili. Carte di credito e cellulari forniscono dati sensibili sulle traiettorie spaziali, la banca soppesa con improbabili sondaggi la mia propensione al rischio, il supermercato registra in dettaglio la composizione dei consumi. Cosa sono i toccamenti e bacini ministeriali Gregoraci-Sottile o le smanie bancarie di Fassino rispetto al sistema di spionaggio satellitare Echelon o ai più caserecci  centri di ascolto Telecom? Dove sta allora l'urgenza di regolamentare le intercettazioni telefoniche effettuate dalla magistratura, su cui pensosamente dibatte tutta la casta politica, con piccole sfumature fra partiti di governo e di opposizione? Qualcuno pensa davvero che da domani potremo parlare liberamente senza azionare sciacquoni e musica a tutto volume o convocare a sorpresa una manifestazione via e-mail?<br>
E allora veniamo al nucleo di realtà celato dietro la nebbia delle ipocrisie. Quello che si vuole ottenere è l'inutilizzabilità processuale delle intercettazioni, lasciando aperto il gioco ammiccante delle indiscrezioni autopromozionali o ricattatorie. I soliti affari sporchi della casta, in senso bi-partisan, con particolare riguardo a quelli del Cav. Con l'effetto collaterale di tener docile la stampa (<i>in primis</i> gli editori) e sotto botta i procuratori. Noi preferiremmo che la Digos si impicciasse meno degli  "estremisti" e che non venissero richiesti imperiosamente ai server gli elenchi di chi scarica musica e film, ma se qualcuno controllasse i medici macellai e i furbetti del quartierino sarebbe come minimo un'applicazione civile della <i>par condicio</i>.<br>
--------<br>
Foto di Caps the flickr [11/365: Wire], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-16				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Taci, il nemico ti ascolta</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/168_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				La veritÃ  non si arresta, Emiliano libero!				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=165</link>
				<description>				<![CDATA[<p><b>Il giudice conferma gli arresti per Emiliano</b><br>
 <br>
È bastato leggere il <i>Corriere </i>o <i>Panorama </i>per
capire che l'operazione in corso in Italia, rispetto
all'università, è un'operazione tutt'altro che
marginale. Si usano le destre noefasciste per alzare il polverone e per
perseguire due obiettivi: normalizzare socialmente
l'università, mettere all'angolo il conflitto studentesco;
rompere l'egemonia di quel che rimane della sinistra nel corpo docente.
Un'operazione doppia ma congiunta, che non fa sconti e usa i media come
sciabole taglienti.<br>
L'università, nodo produttivo
metropolitano, deve diventare uno spazio liscio, dunque bisogna
separare il sapere dalla critica, la conoscenza dall'etica, la
formazione dalla libertà.<br>
Allora la falsità
della rissa, per nascondere l'aggressione; poi la falsità del
sequestro, per mettere a tacere le responsabilità di
Pescosolido; adesso la conferma degli arresti per Emiliano da parte del
tribunale del riesame.<br>
Inaccettabile e indegno!<br>
Ma non siamo
spaventati e non ci sentiamo sconfitti. Il corpo vivo
dell'università, gli studenti e i ricercatori, hanno
attraversato a migliaia le mobilitazioni di fine maggio e si sono dati
appuntamento per un grande evento giovedì 19 giugno. Si
tratterà di un momento di incontro e di discussione, ma anche
di un happening artistico e musicale, per chiedere la libertà
di Emiliano, per difendere l'anomalia Sapienza.<br>
Il sapere ha sempre un corpo e il corpo è sempre collettivo e sa resistere.<br>
 <br>
<b>Emiliano libero!<br>
Tutt* alla Sapienza giovedì 19 giugno!<br>
La verità non si arresta!</b><br>
 <br>
Rete per l'autoformazione - Roma<br>
---------<br>
Foto di FotoRita [Allstar maniac], [La tua Verità solleva anche la Polvere], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Rete per l'autoformazione - Roma				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-13				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>La veritÃ  non si arresta, Emiliano libero!</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/165_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Un giornale, un sondaggio, la scena di un film				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=163</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Cominciamo dal film, sul nazismo. Su un tram, salgono in forza
alcuni agenti di polizia municipale: vigili, li chiameremmo in altri
contesti, ma non in un film ambientato negli anni '30 in Germania.
Persone di apparente non-cittadinanza locale vengono fatte scendere dal
mezzo pubblico. Una volta scesi, i maschi vengono separati dalle donne
e dai bambini, e perquisiti, interrogati, sottoposti a complimenti, del
tipo "È finita la pacchia, per voi!" e altri
più volgari (se possibile). I ghigni degli scherani,
ancorché da comparse, sono tipici dei film del tardo
espressionismo. Parte un applauso da parte delle persone rimaste sul
tram, eseguito con passione. Il film si gira a Torno, a Milano, a Roma,
con una tecnica d'avanguardia: manca la macchina da presa. Si
addestrano intanto i cani per fiutare i non-cittadini da selezionare.<br>
Il "Corriere di Firenze" è una impresa
giornalistica di cui sarebbe bene sapere chi sentiva la
necessità. Un articolo, il 6 giugno, lamenta il fatto che in
un anno "ben" 4300 siano state le prestazioni sanitarie
"a favore di extracaomunitari" - "di cui la
maggior parte sono clandestini", si aggiunge. Dovete infatti
sapere che in Toscana non si dice: "vado al pronto soccorso a
farmi medicare", ma : "vado al pronto soccorso a
chiedere una prestazione a mio favore". Il titolo è a
caratteri cubitali: "Careggi, 618 culle 'clandestine'".
<br>
All'interno dell'articolo (leggibile all'<a target="_blank" href="http://www.asf.toscana.it/rasta/archivio/rs20080606.pdf"><b>http://www.asf.toscana.it/rasta/archivio/rs20080606.pdf</b></a>)
si torna ossessivamente sul tema : ma quanto ci costa "la folla
di extracomunitari che preme, di cui la maggior parte sono
clandestini...ben 618 bambini extracomunitari nati nel 2007 (e anche in
questo caso quasi tutti clandestini", e via clandestineggiando:
un termine che, come abbiamo scritto qui pochi giorni fa, può
essere usato da mascalzoni o pusillanimi, per gli adulti: e se si
tratta di neonati? Henry James avrebbe detto: un altro giro di vite di
delinquenza o di pusillanimità.<br>
Un'altra bella pensata da sciacalli ispira un sondaggio, reperibile sul Quotidiano online (<a target="_blank" href="http://sondaggi.quotidiano.net/?sondaggio=1119"><b>http://sondaggi.quotidiano.net/?sondaggio=1119</b></a>): "Allarme rom, si moltiplicano le segnalazioni alle forze dell'ordine: cosa ne pensi?<br>
> 1. Sono paure fondate<br>
> 2. Psicosi immotivata"<br>
Non vi daremo un premio se indovinate cosa rispondono i clickatori.<br>
Di fronte a tali abissi di infamia rischia di essere consolatorio ricordare la battuta di Jessica Lange, nel film <i>Frances</i>, rivolta a un giornalista ributtante: "lei deve essere ridotto molto male, per fare questo lavoro". <br>
-------<br>
Foto di Illetirres [missing identity], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giuseppe Faso				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-12				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Un giornale, un sondaggio, la scena di un film</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/163_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				L'anticomunismo di Indiana Jones				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=162</link>
				<description>				<![CDATA[<p>La prima scena è folgorante. Quando Indiana Jones, una volta l'archeologo del mistero e dell'avventura e simbolo di un sapere libero da ogni pregiudizio (diosanto quanta propaganda <i>filoamericana</i> incastrata nelle nostre testoline occidentali!), quando Indy dunque in risposta a uno schiaffo di uno dei nerboruti sgherri della splendida russa del Kgb (una Cate Blanchett irresistibile, assolutamente erotica, che però <i>maddai</i> nel doppiaggio italiano parla come Ivan Drago; a quando un Malcom X col dialetto razzista di Mamy di <i>Via col vento</i>?), quando dunque Harrison Ford si lancia in questa declinazione così negativa del termine <i>compagno</i> come da noi non farebbe nemmeno Leo Gullotta al Bagaglino (cito: «ho detto no, <i>compagno</i>!» ma scritto non rende proprio l'idea), allora capisci che non c'è niente da fare, il sacrificio è stato compiuto: si sente il puzzo dell'agnello arrostito.<br>
E ancora: nella scena finale la vena ludico-schifosa dell'anticomunismo di Spielberg (lo stesso regista che alla fine dei Settanta ci ha rappresentato l'alieno come una risorsa e una possibilità in <i>Incontri ravvicinati del terzo tipo</i> e nel democratico <i>ET</i> dell'ottantadue e che tre anni fa ci ha consegna una pellicola paranoica-terroristica come <i>La guerra dei mondi</i>; davvero un regista-azienda estremamente sincero), questa intenzione paradigmaticamente anti-reds del regista di <i>Jurassik park</i> dunque si perde tutta e miserabilmente nella sua illogica denuncia di una <i>ricerca della verità</i>, quella cioè inseguita e perseguita con tenacia dalla <i>pornoscienzata</i> russa (della quale si allude a un passato pruriginoso nelle mani virili e pelose niente di meno che di Stalin, robadamatti!) ché davvero questa è la incredibile tesi finale del film: il comunismo (ripeto: nelle fattezze mai così esplicitamente <i>sessuali</i> della tutina attilatissima di Cate Blanchett) non si accontenta ma continuamente <i>vuole sapere</i>, sempre di più, sempre di più fino a morire di questa sforzo immorale. E infatti Cate Blanchett morirà accecata e <i>disciolta</i> da questo sapere universale <i>alieno</i>.<br>
Questa dunque è la vostra denuncia finale? Il pistolotto di Spielberg e Lucas è questo? Meglio la mediocrità di un sapere asservito al sistema del capitale che tentare qualsiasi altra strada? Meglio questo cinema di inseguimenti ed effetti speciali da bambini obesi che la ricerca dentro al linguaggio delle immagini o che altro di nuovo? Molto ambiguo è anche il rapporto di Indy con l'americano che fa il doppio gioco coi russi. Atteggiamento comprensivo? Spielberg qui cerca di ricomporre qualche frattura? Per non parlare infine del tentativo assai maldestro di mettere Indy in mezzo alla lotta tra America e Russia denunciando blandamente il clima da caccia alla streghe in Usa durante la guerra fredda (caccia alla streghe che naturalmente ha termine nel democratico finale in cui tutti sono felici e contenti e come oggi in Usa che qui c'è la libertà e blablabla blablabla).<br>
Più che un film: la caduta di un mito nelle fogne dell'america attuale.<br>
Ciò che di positivo c'è stato nell'11 settembre è stato davvero svelare questa tensione al fascismo da sempre presente nel neocapitalismo americano. La patina antifascista di cui si ammantava il sistema dello spettacolo statunitense, e l'industria cinematografica come sua punta di diamante, (guardate <i>Indiana</i> ma anche molte altre pellicole di ambientazione guerresca antinazi), quel velo da liberatori del mondo è stato finalmente stracciato dalla guerra civile mondiale al comunismo di ieri e dalla guerra infinita <i>a tutti </i>di oggi. E meno male. L'11 settembre in questo senso è stato un bene. Chi ricorda il corto di Sean Penn nel quale la caduta delle torri gemelle liberava la luce che faceva ricrescere la piantina di Ernest Borgnine e nello stesso tempo gli faceva aprire gli occhi sulla sua vita (sulla sua storia?) terribilmente schifosa?<br>
Niente più equivoci. Indiana Jones, e con lui Harrison Ford, e con lui Steven Spielberg, e con lui tutta l'industria del sogno americano, il fangoso sogno americano stesso, tutti in coro ci stanno dicendo ancora una volta: o con noi, o contro di noi. <br>
Non c'è problema. Fuck Indiana.<br>
-------<br>
Foto di Jessica Finson [Dr. Jones], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Gianmarco Mecozzi				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-11				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>L'anticomunismo di Indiana Jones</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/162_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Appello a sostegno della Sapienza, a sostegno degli studenti				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=160</link>
				<description>				<![CDATA[<p><b>Per la verità sui fatti, per la libertà di Emiliano</b><br>
<br>
Molte cose sono state raccontate in questi giorni
sull'università la Sapienza, molte cose non vere hanno preso
il posto della verità. L'aggressione contro alcuni studenti
ad opera di militanti del partito neofascista Forza nuova è
stata trasformata in una rissa, una gioiosa manifestazione di oltre
2000 studenti (nonostante la pioggia) in un sequestro di persona. La
verità sappiamo è un campo di battaglia e non
sempre bastano i fatti a renderla inattaccabile.<br>
In conseguenza a
queste falsità si è dispiegato un singolare attacco
nei confronti degli studenti e dell'università tutta. Gli
studenti sono stati definiti responsabili di una degenerazione politica
senza precedenti, figlia del '68, <i>annus terribilis</i>, secondo il <i>Corriere della sera</i>,
da archiviare una volta per tutte; la Sapienza un'istituzione incapace
di far parlare forze politiche che, nonostante facciano ripetutamente
uso di ideologie xenofobe e razziste, oltre che negazioniste nei
confronti della Shoah, abituate all'uso della violenza e
dell'aggressione, sono legali e dunque meritano di essere ascoltate da
studenti, ricercatori e docenti. <br>
Questo attacco va respinto,
perché porta con sé un'ostilità senza
precedenti nei confronti del sapere critico, della democazia e
dell'autonomia dell'istituzione universitaria. Un'ostilità
che colpisce anche la Costituzione repubblicana, espressamente
antifascista: pluralismo e tolleranza politica e culturale, in questo
senso, non sono disgiungibili dal rifiuto di ideologie, linguaggi e
pratiche dichiaratamente fasciste come quelle del partito Forza nuova.
L'università è probabilmente un luogo anomalo nel
paese, anomalo perchè all'interno di esso la pratica
democratica del dissenso trova posto, anomalo perchè la
critica può essere esercitata pubblicamente. Un'anomalia
positiva, dunque, che tiene assieme la comunità scientifica
tutta e che fa dell'università uno spazio democratico da
proteggere.<br>
Era inevitabile, infine, che all'interno di questa
campagna politica di linciaggio, si collocasse una sentenza del Gip
(giudice per le indagini preliminari) che ha imposto gli arresti
domiciliari non solo a due attivisti di Forza nuova, gli aggressori, ma
anche ad Emiliano, studente della Sapienza aggredito. Chiedere la
libertà di Emiliano significa riconoscere la differenza tra
aggressori e aggrediti, significa dire la verità sui fatti
accaduti alla Sapienza.<br>
<br>
Primi firmatari:<br>
Nanni Balestrini
(poeta e scrittore), Erri De Luca (scrittore), Valerio Mastrandrea
(attore), Serge Quadruppani (scrittore e traduttore), Sandro Mezzadra
(docente universitario, Bologna), Adalgisio Amendola (docente
universitario, Salerno), Sergio Bianchi e Ilaria Bussoni (casa editrice
<i>Derive Approdi</i>, Roma), Gianfranco Morosato (casa editrice <i>Ombre corte</i>, Verona), Ugo Cornia (scrittore), Valerio Evangelisti (scrittore), Benedetto Vecchi (giornalista de <i>il manifesto</i>),
Matteo Pasquinelli (ricercatore universitario, Londra), Carlo Formenti
(docente universitario e giornalista), Franco Berardi Bifo (saggista),
Agostino Petrillo (docente universitario, Milano), Tiziana Terranova
(ricercatrice universitaria, Napoli), Adelino Zanini (docente
universitario, Ancona), Augusto Illuminati (docente universitario,
Urbino), Angelo Mastrandrea (giornalista de <i>il manifesto</i>), Girolamo De Michele (scrittore), Roberto Gramiccia (medico e scrittore), Gabriele Porro (giornalista, <i>la Repubblica</i>),
Alessandro Pandolfi (docente universitario, Urbino), Wu Ming
(scrittori), Andrea Fumagalli (docente universitario, Pavia), Christine
Ferret (responsabile <i>Centre des Ressources</i> - Ambasciata di Francia, Roma), Veronica Raimo (scrittrice), Luisa Capelli (casa editrice <i>Meltemi</i>), Marco Bascetta (casa editrice <i>manifestolibri</i>),
Raffaella Battaglini (autrice teatrale), Elena Vanni (attrice), Marco
Philopat (scrittore), Massimo Gaudioso (sceneggiatore), Elio Germano
(attore), Ottavio Marzocca (docente universitario, Bari), Pino Marino
(cantautore e musicista), Anna Pizzo (giornalista, <i>Carta</i>), Pierluigi Sullo (giornalista, <i>Carta</i>),
Luca Casarini (attivista e scrittore), Lanfranco Caminiti
(giornalista), Tano D'Amico (fotografo), Raul Mordenti (docente
universitario, Roma), Alberto Gianquinto (docente universitario, Roma),
Sandro Chignola (docente universitario, Padova), Anna Simone (docente
universitaria, Bari), Paolo Vernaglione (Laboratorio filosofico, Liceo
Manara, Roma), Francesco Careri (gruppo Stalker e docente
universitario), Luca Montuori (architetto), Riccardo Petrachi
(architetto), Mario Gamba (giornalista), Antonello Sotgia e Rossella
Marchini (architetti), Franco Ghione (docente universitario, Roma)<br>
  <br>
Nuove adesioni:<br>
 Daniela
Bendoni (pittrice), Roberto Iovino (Coordinatore nazionale Unione degli
studenti), Chicco Funaro (giornalista), Radio Kairos (Bologna), Anna M.
Borghi (professore associato, università di Bologna),
Francesco Zanotelli (docente universitario a contratto, Siena), Rita
Ramberti (assegnista di ricerca in filosofia, Bologna), Claudia
Scorolli (dottoranda, università di Bologna) Alessia Mariotti
(geografia economico-politica, Università di Bologna), Luca
Tornatore (dipartimento di astronomia, univ. di Trieste), Alessandro
Arienzo (assegnista di ricerca, Napoli), Luca Tomassini (ricercatore,
Roma), Alfredo Bertocchi (ricercatore Enea, Frascati), Cristina
Centioli (ricercatrice Enea, Frascati), Claudio D'Aguanno (Enea
Casaccia), Aldo Nunzi (tecnico Enea Casaccia), Lucia Pierlorenzi
(architetto, Roma), Sergio Vaccaro (ricercatore Enea Casaccia),
Agostino Letardi (entomologo Enea Casaccia), Arsen Palestini
(dipartimento di Scienze Economiche, universita' di Bologna), Sandro
Bellassai (Università di Bologna), Christian Picucci
(attivista antirazzista), Paola Liberto (Arci Solidarietà
Lazio), Carlo Moccaldi (giornalista Metropoli-Repubblica), Luca Leuzzi
(ricercatore a TD, Roma) Giovanni Bazzocchi (tecnico-laureato,
università di Bologna), Matteo Montanari (assegnista,
università di Bologna), Francesca Scandellari (assegnista,
università di Bologna), Vittorio Morandi (CNR, Bologna),
Loredana Erra (dottoranda di Chimica, università di Salerno),
Rossana De Simone (delegata CUB Bologna), Maria Cristina Sordilli
(studentessa universitaria, Roma), Parsifal Reparato (studente
specializzando in antropologia alla Sapienza), E-RETICOLETTIVO
(Orbassano, provincia di Torino), Adriana Marafioti (biblioteca di
filosofia della Statale di Milano), Giuseppe Panella (docente
universitario, scrittore, Pisa), Riccardo Bellofiore (docente
universitario, Bergamo), Domenico Fiormonte (ricercatore universitario,
Roma Tre), Francesco Gnerre (scrittore, docente universitario, Roma Tor
Vergata), Lothar Knapp (docente universitario, Osnabruck, Germania),
Giuseppe Aragno (storico, Napoli), Alberto Pedro Di Santo (graphic
designer, Cerenova), Marco Albertaro (storico, Torino), Alice
Sotgia  (ricercatrice, Parigi), Lelio La Porta (insegnante
Liceo, Roma), Silvio Antonini (segretario e portabandiera ANPI,
Viterbo), Ascanio Bernardeschi (Consigliere provinciale, Pisa), Andrea
Fioretti (Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti_CUB, Roma) ...<br>
<br>
Per firme e adesioni: roma@uniriot.org <br>
-----<br>
Foto di _&#1052; &#1080; &#1088; &#1050; &#1086;__, con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				roma@uniriot.org				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-10				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Appello a sostegno della Sapienza, a sostegno degli studenti</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/160_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Bocca di rosa				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=158</link>
				<description>				<![CDATA[<p style="text-align: right;"><i>Ed arrivarono quattro gendarmi<br>
con i pennacchi e con le armi.<br>
Ma il cuore tenero non è una dote<br>
di cui son colmi i carabinieri<br>
ma quella volta a prendere il treno<br>
l'accompagnarono mal volentieri...</i></p>
<p style="text-align: left;">Istituto davvero post-moderno il foglio di via per le prostitute extracomunitarie quanto le varianti proposte da componenti sparse della destra freneticamente eccitate dal tema: quartieri a luci rosse, riapertura delle case chiuse, inestinguibile nostalgia della "quindicina" (la rotazione quindicinale della carne fresca). Ne sono corifei, a livello rispettivamente referendario e parlamentare, Daniela Santanché e l'on. Italo Bocchino. Assente stavolta l'ex-on. Mele, appena rinviato a giudizio per cessione di droga a bi-partner. Che facciamo, ci ridiamo sopra? O la consideriamo un'estensione inevitabile del protezionismo tremontiano, atteso che qualsiasi soluzione dovrebbe comportare l'eliminazione radicale della concorrenza extracomunitaria e neo-europea (romena) alla professionalità nazionale? Infatti è impensabile una sanatoria per le prostitute come quella inevitabile per la badanti, anche se entrambe le categorie appartengono merceologicamente ai servizi di cura alla persona. Tanto meno è ipotizzabile la stipula di contratti di lavoro alle temporaneamente residenti e peggio ancora quando ancora devono venire in Italia (si chiama "tratta delle bianche"), dunque in principio tutte le straniere esercitanti dovrebbero essere espulse e il meretricio regolamentato e localizzato sarebbe riservato alla manodopera italica. Diciamo inoltre che tutta la vicenda getta una luce radente sul concetto di "pubblico" promosso da Confindustria e destra politica: mentre intendono dissolvere i contratti collettivi di lavoro in contratti individuali, sostituiscono l'unica pattuizione rimasta "libera" con tariffe di Stato. Marchette nelle fabbriche, tabelle nei postriboli. È il postfordismo, bellezza.<br>
Per lunga tradizione il ruolo del/della prostituto/a ha riassunto simbolicamente lo status contraddittorio del mercato e dello sfruttamento, quindi l'arrovellarsi secolare sul problema indica il disagio e i paradossi (nonché le connesse fantasie erotiche) del ceto dirigente. Mille soluzioni amministrative, nessun cambiamento pratico, molta corruzione indotta dalla ricattabilità del mestiere. Come tutta la gestione della clandestinità che si profila, avremo un gigantesco incremento del lavoro nero e delle tangenti pagate agli affittuari, alle forze dell'ordine ("deviate", s'intende), ecc., secondo la logica del proibizionismo. Con effetti gratificanti sulle emozioni e la riconoscenza elettorale dei benpensanti e dei difensori del territorio: qui no, a tre chilometri sì, tanto ho la macchina. Molto probabilmente tutta la campagna (cui prima delle elezioni aveva incautamente contribuito anche Massimiliano Smeriglio, segretario del Prc romano) si stempererà nei prossimi giorni - fra l'altro la Chiesa sembra avversa al reato di clandestinità e all'amministrazione pubblica della prostituzione sia come espulsione che come recinzione. Resta però un fulgido esempio di riuso di istituti pregressi (foglio di via e detenzione amministrativa, bordelli residenziali e Cpt) e di progettualità "governamentale". Variazioni future di "sinistra" sul tema? State copiando quanto già volevamo fare (sinistra collaborativa), tassiamo le prestazioni, istituiamo un albo di categoria (come a Firenze volevano fare per i lavavetri), sgomberiamole come i Rom e i mendicanti. Quanto erano più umani i vecchi riformisti alla Turati!<br>
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Foto di Jimmie xx [Red Lips], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-09				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Bocca di rosa</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/158_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Hotel Regina Coeli				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=157</link>
				<description>				<![CDATA[<p>L'11 giugno arriva Bush a Roma e l'evento risveglia le doti precognitarie dei funzionari governativi. <br>
Nel 2001 per il G8 a Genova il presidente Berlusconi riempì di fioriere la città mentre il suo degno ministro ordinava qualche centinaio di plastic bags. I fiori appassirono sotto nuvole di gas CS mentre le previsioni funeree non raggiunsero le dimensioni fatturate. Qualche mese dopo arrivarono le dimissioni di Scajola ma non certo per quel suo deficit contabile o per le mattanze nazimessicane di Bolzaneto e dintorni. <br>
Oggi, la semplice richiesta d'autorizzazione per una manifestazione di commiato al presidente Usa, mette in agitazione le veggenti sparse tra via Arenula e il Viminale. Dietro sollecito dell'attuale ministro padano agli Interni, momentaneamente distaccato presso il governo nazionale, s'è infatti provveduto in questi giorni allo sgombero preventivo d'un certo numero di "camere multiple" dell'albergo di via della Lungara a Roma. La storica location, meglio conosciuta come Casa Circondariale Regina Coeli, vanta da secoli buona fama d'accoglienza e, tra le strutture della capitale, è da sempre quella a più forte densità abitativa, di comprovata ricettività e ben poco timorosa di sfidare certe obsolete leggi fisiche che governano l'ingombro dei corpi o l'impenetrabilità delle spesse mura. Nel carcere potrebbero starci al massimo 800 ospiti ma è norma corrente accettarne in matricola un numero di gran lunga superiore. <br>
A dispetto però di tanta tradizione trasteverina del "<i>più semo mejo stamo</i>" viaggia ora un traffico inusuale di zampogne (così si chiamano in gergo quei bustoni neri che il detenuto in transito usa per traslocare la propria roba). Le zampogne in questo caso sono trascinate a spalla soprattutto da partenti del terzo e sesto braccio. Destinazione Cassino, Frosinone, Velletri per i romani. Altre amene località di villeggiatura, molto più a sud, quelle segnate sul ticket bus degli stranieri. "<i>Ducento post' e chi'ù assai c'hanno chiesto a 'ca</i>" mi fa la guardia del piano "<i>duecentoventi posti: aspettiamo visite</i>". <br>
Frequento il carcere per via d'un progetto ovvero la realizzazione d'un giornale di carcere assieme ai detenuti. Capita, di settimana in settimana, che qualcuno di loro vada altrove oppure, più raramente, esca liberante. Questa volta però è tutta la gloriosa struttura ad apparire semivuota, quasi sgombra di passi, orfana di tante voci che di solito rimbalzano tra un piano e l'altro. "<i>Romoletto nun lo trovi</i> - mi saluta Marco dal ballatoio - <i>l'hanno sbolognato a Rebibbia. Corpa de quer puzzone di Bush!</i>" Romolo era il mio redattore di punta. Ex campione dei medi junior negli anni ottanta, pugile zingaro arrivato a un tiro d'uppercut dal titolo europeo, Zorba "il demolitore", come ama farsi chiamare, m'ha mollato sul ciocco assieme a quasi tutto il gruppo di detenuti con cui s'era iniziato a progettare il giornale. "<i>Nun se sta' male così larghi</i> - insiste lo spesino - <i>e tutto sommato è mejo se li compagni nun ce cascheno. Quello è un cadavere che cammina. Lo lasciassero solo co' le guardie e l'amichi sua a faje da becchini...</i>" <br>
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Foto di ©icewomanfirst [Sbarre], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Claudio D'Aguanno				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-06				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Hotel Regina Coeli</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/157_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				ClandestinitÃ 				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=154</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Quando si passa dalle ipocrisie giustificate dalle convenienze sociali al linguaggio diretto, qualcosa si guadagna (in chiarezza) e altro si perde (in contegno, come lo intendeva Goffman). Si  osservi l'evoluzione dell'uso di "clandestino".<br>
Pochi mesi fa, con ipocrisia, i governanti parlavano di "lotta alla clandestinità" - e conducevano una lotta, non sempre blanda, contro singole persone chiamate "clandestini"; oggi si proclama direttamente la "lotta al clandestino", da quella istituzionale (il "clandestino" come reo) a quella socio-criminale (l'aggressione per strada, il pogrom), tra loro unite profondamente e separate in superficie da pochi anelli di una catena: il razzismo eretto a sistema.<br>
Chi si oppone debolmente, sembra destinato non solo a debacles e ritirate locali, ma a una sconfitta epocale. Uno dei motivi principali sembra risiedere nella scelta di opporsi alla "clandestinità come reato", ripetendo, dell'avversario, una categorizzazione e così confermandola. Perché non ci si oppone, come in Francia o in Spagna, alla "mancanza di documenti come reato"? Sans-papiers, sin-papeles: perché "clandestini"?<br>
L'analisi che qui si conduce sulle quotidiane parole che escludono non vive solo a stampa. Conduco esercizi di spiazzamento, semplici e spesso efficaci. Chiedo alle persone di cercare di ricordare cosa dicevano, sei anni fa, invece che "badante", quindici anni fa, invece che "etnico", vent'anni fa, invece che "culturale" . Sfogliamo insieme giornali di allora, consultiamo banche-dati. Spesso la prima reazione è paranoica, poco plausibile ("ho sempre detto così"), e la resistenza alle successive evidenze patetica - segno di un peggioramento del clima civile, dovuto soprattutto a chi, avendo accesso ai media, da intellettuale o politico inquina quotidianamente il linguaggio del senso comune. Talora invece l'onestà intellettuale dell'interlocutore produce in lui vere sofferenze.<br>
Così è accaduto a un ex-sindaco, sul termine "clandestino". Gli ho chiesto come li pensava, lui, i senza documenti, quando nel '90 o nel '95 li aiutava nella ricerca delle "prove" della loro presenza, per potersi regolarizzare; o quando, nell'ottobre dell'89, la giunta da lui presieduta concedeva un piccolo contributo a un pullman di sans-papieres in partenza per la manifestazione nazionale antirazzista (e per l'apertura di una sanatoria) dopo l'uccisione di Jerry Masslo. La coscienza esatta del linguaggio di allora ("li chiamavamo immigrati, semplicemente") e della diffusione successiva del termine "clandestino" lo ha sbigottito. Balbettava. Anche perchè ha misurato il cambiamento avvenuto dentro di sé: "se dico clandestino indico qualcuno che ha fatto qualcosa di male".<br>
Clam-die-stinus, infatti, significa "che si nasconde di giorno". Per due motivi: o perché agisce contro precisi decreti (come attestato fin prima del 1600 in Bernardo Davanzati) oppure perché si è imbarcato di nascosto in una nave o in un aereo, come indicava un dizionario già nel 1950. Più tardi, un bel romanzo di Mario Tobino ci ricordò che "clandestino" era anche il gruppo di antifascisti viareggini che presero le armi contro i tedeschi (rischiando la vita contro precisi decreti).  Raffigurare in questo modo chi è senza documenti è malvagio, e copre la volontà perversa a costringerlo a star nascosto, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti, nelle case di chi ha anziani da assistere. Nascosto, impaurito, ricattabile. Senza carte e senza diritti. <br>
Per lottare contro un'ulteriore ferita alla dignità delle istituzioni e della società, bisogna chiedere il riconoscimento immediato dei diritti, la "concessione" delle carte, e ricordare che la loro mancanza (un'infrazione amministrativa) è dovuta alla miopia di uno stato le cui classi dirigenti poi si meravigliano di criminali raid razzisti (ma non li perseguono, come a Ponticelli). Ma  è urgente anche, e prima,  una campagna che metta al bando la parola "clandestino". Per fare chiarezza: chi continuerà a usarla sarà per lo meno un pusillanime.-<br>
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Foto di pni [Clandestine], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giuseppe Faso				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-05				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>ClandestinitÃ </title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/154_A.jpg</url>
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			</item>
			<item>
				<title>				L'intervista impossibile				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=151</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Ho parlato con molte persone dell'intervista su «Repubblica» di Carlo Bonini a Dario Chianelli, che si è accusato della guida della spedizione contro i negozi del Pigneto gestiti da bengalesi, a Roma. Bonini metteva insieme informazioni che apparentemente formano una contraddizione esplosiva e improbabile: Chianelli delinquentello conosciuto da tutti, Chianelli venera Che Guevara, Chianelli guida gruppetti apolitici a sfasciare vetrine straniere, Chianelli vuole bene ai negri, Chianelli mena per farsi rispettare.<br>
Per quanto i miei amici su quasi tutto la pensino come me (anzi, io la penso come loro), quell'intervista - secondo me preziosa - non ci trovava per niente d'accordo. "È una montatura ridicola" dicono i miei amici "con troppi buchi a smentirla". Bonini si accontenta di un tatuaggio per minimizzare un pericolo grave come il razzismo. Immagina, ammoniscono gli amici, che effetto faccia quell'intervista al lettore benpensante e legalitario di Repubblica: lo rassicura perché i fascisti non esistono e può continuare a farsi i fatti suoi.<br>
Sarà. Allora ho cercato di mettermi nei panni di quel lettore. Penserà che quel Chianelli sia un millantatore che conta balle per farla franca, visto che intorno a lui il cerchio si era ormai stretto. Ma in realtà, sono fascisti lui e tutti i suoi amici, e da quando Alemanno è sindaco questi sorci escono dalle fogne. Penserà che il pericolo è grave, e che l'antifascismo sia quanto mai attuale: penserà di tornare per le strade a dirlo a voce alta? No, come dicono i miei amici, figurati: il lettore di Repubblica non vuole rogne ammuffite come l'antifascismo. Il benpensante, invece, penserà che Chianelli si senta così sicuro della protezione del suo Pigneto da raccontare come siano andate davvero le cose. <br>
E allora, se avranno ragione loro, il lettore di Repubblica avrà scoperto che a Roma, in un quartiere ben frequentato, guardie e ladri si mettono d'accordo, che le peggiori scorribande sono tollerate se chi le scatena è del quartiere, che le regole di convivenza si negoziano al bar. Il lettore, in cerca di rassicurazione, avrà scoperto che per capire il mondo non basta guardare "Porta a Porta". Ce ne vorrebbero, di montature così.<br>
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Foto di GiantsFanatic [High Contrast Newspaper], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Andrea Capocci				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-04				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>L'intervista impossibile</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/151_A.jpg</url>
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			</item>
			<item>
				<title>				Percezioni				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=148</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Con il consueto garbo sul <i>Corriere</i> del 2 giugno Pierluigi Battista ironizza sul "fascismo percepito" che si aggiunge al caldo percepito, all'inflazione percepita, all'insicurezza percepita. Si riferisce ovviamente alla presentazione schematica che è stata data dei fatti del Pigneto come aggressione dall'esterno (la realtà è molto più inquietante) e poi all'intervento del prof. Giulio Ferroni al Consiglio di facoltà di Lettere di Roma, che insieme alla doverosa solidarietà al suo preside, Guido Pescosolido, avrebbe affermato «l'altrettanto doverosa e sempiterna fedeltà al carattere antifascista dell'Università». Ur-fascismo percepito, inafferrabile, evocato del tutto retoricamente - si direbbe. Strano che Battista ingenuamente (o forse malignamente) non ricordi come la solidarietà andasse a un preside minacciato proprio di sequestro "percepito", secondo una fattispecie affatto inedita di reato. Citiamolo proprio dal <i>Corriere</i> del 30 maggio: «Sì, mi sono sentito sequestrato, lo confermo. Ho percepito di non poter uscire liberamente dal mio ufficio». Il coattone del Pigneto non si sarebbe spaventato per così poco, dobbiamo ammetterlo. In effetti la stampa si diffonde in materia con toni inquietanti, addirittura sinestetici, plurisensoriali come Vittorio Macioce sulla <i>Voce del Padrone</i> (alias <i>Il Giornale</i>) del 2 giugno a proposito dell'atrio di Lettere: «È un ritorno in bianco e nero, le barbe lunghe, i pantaloni a zampa d'elefante, le mani a cuore delle femministe, l'odore del piombo». Non aprite quella porta... Finisce che l'unico a essere reale, non percepito, è proprio Roberto Fiore, che non ha mai nascosto le sue opinioni sull'olocausto, il fascismo, l'omosessualità, l'immigrazione ecc. Forse illuminato dall'arcangelo Michele, sotto il cui patronato (come si legge nel sito ufficiale della sua ultima campagna elettorale) fondò Forza Nuova il 29 settembre 1997, fu antesignano di Giuliano Ferrara nel dichiarare olocausto l'aborto e soprattutto degradò quell'altro Olocausto a materia per gli storici. E infatti lo storico arrivò e gli consentì il convegno. Ahimé, solo sulla carta.<br>
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Foto di Myxi [A bench], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www,flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-06-03				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Percezioni</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/148_A.jpg</url>
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			</item>
			<item>
				<title>				Costretti all'antifascismo				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=147</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Ed eccoci di nuovo immersi nell'antifascismo. Non lo avevamo previsto. Non siamo sicuri che sia ben fatto mettersi a farlo. Scelta politica occasionale? Dopo aver tanto puntato su ben altri tipi di conflitti: ad esempio, tra un inquieto precariato cognitivo e i mobili assetti di poteri finanziari/politici, tutto sul terreno dei linguaggi cercando di avvicinare il punto di crisi, l'incompatibilità mortale. Arretramento obbligato? Forse è meglio non impigliarsi in simili interrogativi, forse è inevitabile che essi vengano messi sul piatto. Occorre far politica. Vuol dire pronunciarsi con i propri discorsi su tutto ciò che accade, cronaca compresa. Vuol dire intervenire a largo raggio, non essere assenti quando l'imbarbarimento della vita pubblica assume aspetti preoccupanti. Vuol dire richiamare l'attenzione su un fatto: un apparato mediatico che sembrava motivato dal sensazionalismo (più copie vendute, ascolti record, ecc.) ben presto si trova a fiancheggiare e motivare a sua volta, in termini squisitamente politici, compagini di governo e di "opposizione" (quante virgolette servirebbero?) che producono violenza xenofoba, leggi speciali, virus razzisti, aggressioni sessiste. E queste compagini ottengono proprio sul terreno di una inaudita esibizione autoritaria un consenso quasi "bulgaro". Impressiona il sondaggio di Ballarò: siete d'accordo o no con l'introduzione del reato di clandestinità, con l'esercito a presidiare le discariche, con le espulsioni in massa di stranieri irregolari? Sì, il 70 o 75 per cento. Cifre che spazzano via anche le distanze elettorali tra i due partiti dominanti. Segno che queste distanze dal punto di vista delle posizioni politiche non c'erano. Succede che un quartiere ex proletario promuove un pogrom anti-rom, succede che cinque tipacci neonazisti uccidono a Verona un ragazzo poco entusiasta di loro, succede che una banda coatta distrugge negozi di integratissimi stranieri al Pigneto di Roma, succede che un migrante muore nel Cpt di Torino (da domani si chiamerà Centro di Identificazione e di Espulsione, cercasi pd che trovi la nuova dizione almeno imbarazzante) perché nessuno si è adoperato per soccorrerlo. E il partito neonazista Forza Nuova va in tv e voleva andare alla Sapienza, Facoltà di Lettere, a coronare questa sequenza di avvenimenti, magari a celebrare l'inizio di un processo politico di cui potrebbe essere ispiratore. Si può non esserci? Si può non prendersi la responsabilità di chiarire con l'azione, con le iniziative più varie, comprese quelle che prevedono resistenze e attacchi di forza, che non è il caso di cadere nell'abisso? Che non è il caso di dover confidare nel buon Berlusconi, leader massimo, certo, ma propenso a un balletto liberale, se non altro, refrattario per formazione e per interesse alle cupe atmosfere da Ku Klux Klan (e Striscia che fine farebbe?). Non c'è nessun altro che si possa prendere questa responsabilità al di fuori dei movimenti. Di quanto rimane dopo divisioni, regressioni, standardizzazioni pseudopacifiste. E così ci ritroviamo a praticare l'antifascismo. Era negli anni Settanta l'illusoria risorsa di un movimento che moriva. Nel '77 (quando rifioriva) non se ne parlava mica tanto. Siamo costretti all'antifascismo. Sapendo che se non riusciremo in fretta a metterlo da parte, tra i ferri vecchi, se non faremo circolare il più possibile le nostre idee creative e le nostre forme di vita più libere e suggestive, se non diffonderemo il nostro tipo di "contagio", non ci salveremo nemmeno da un poco prevedibile ritorno del fascismo organico.<br>
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Foto di ro_buk [resettato] [uomo   macchina], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Mario Gamba				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-30				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Costretti all'antifascismo</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/147_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Aggressioni? Aggressioni!				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=145</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Non che abbiamo particolari rimostranze per Roberto Fiore. Siamo consapevoli delle esigenze della moderna divisione del lavoro: anche nel postfordismo qualcuno il lavoro sporco deve pur farlo. Magari con un filo di efficienza in più: spedire una torma di gorilla a mazziare quattro ragazzini, darle ma anche prenderle e rimetterci pure una macchina fatta a pezzi, assomiglia più alle imprese dei nazisti dell'Illinois in Blues Brothers che ai bei tempi dello squadrismo anteguerra e post. Il problema è chi ce li ha mandati, pronto a scaricarli (sopratutto in assenza di successo) per intonare il corale degli opposti estremismi e ribadire che tutto quanto succede non è un fatto politico ma rissosità generazionale, disagio da stadio, vaiolenz vaiolenz... L'apparato statale che chiude gli occhi o si proclama arbitro di fatto si schiera attivamente a fianco degli aggressori, dal Pigneto a via De Lollis, lamentandone ipocritamente gli eccessi. Non è una novità, lo faceva anche con il supporto delle autorità accademiche negli anni sessanta, quelli dell'omicidio di Paolo Rossi a Lettere; mi pare di ricordare che a quei babbioni non gli andò bene. Pescosolido farebbe meglio a verificare la magra carriera del Rettore di allora, Papi, e di tanti altri baroni opportunisti. Assai più saggio o memore sembra invece il pro-Rettore vicario di oggi, Frati, tanto che l'attacco di destre e governo investe al momento non solo i collettivi ma la stessa Sapienza, che acquisisce inopinati titoli di qualità - altro che Aquis e «le università d'élite»! Tutt'intorno le grandi manovre: Fini che prende le distanze da Almirante razzista (per ridimensionare Alemanno), Alemanno che lancia toponomastiche bi-partisan (con la freccia avvelenata anti-Lega di Craxi), il Pd che ostenta un antifascismo retorico per contrattare sulle riforme e la Rai. Tutti pronti a instaurare la grande armonia sul taglio delle estreme, altro che fascismo alle porte!<br>
Torniamo coi piedi sulla terra: la lezione da trarre da questi fatti è piuttosto semplice e alla mano. Se si vogliono mantenere aperti gli spazi politici e di una riscossa di lungo periodo, bisogna rimuovere gli ostacoli, non inventarsi nemici epocali. Relitti di una sinistra fallita, certo, nel medio periodo. Provocatori organizzati di destra e sciami di gente impaurita disposta a seguirli per disperazione, nell'immediato. Con metodi diversi, beninteso. Quei quattro "ragazzini" (ritrattiamo subito il termine), invece di fare le vittime, hanno dimostrato dignitosamente (e crediamo che l'esempio sarà popolare, anche generazionalmente) che la violenza nera può essere ribattuta, non offusca la razionalità politica e costituisce il punto d'avvio di nuove aggregazioni democratiche nei quartieri e nelle scuole. Gli aggrediti appartengono a una Rete per l'autoformazione, un'istanza di riorganizzazione dal basso dell'Università in crisi, capace anche di difendere efficacemente i propri spazi di libertà. Ieri dalle missioni clericali, oggi dall'invasione forzanovista. <br>
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Foto di limowreck666 [the drop], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-29				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Aggressioni? Aggressioni!</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/145_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Sapienza, la veritÃ  non si arresta!				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=143</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Sono ore convulse, dove poco è il tempo per scrivere, ma molto è il tempo che serve per raccontare. Per raccontare in primo luogo la verità sui fatti accaduti la mattina di ieri, la verità sulla violenza subita, la verità sociale e politica che continua a tenere lontani neofascisti e squadristi dall'università la Sapienza.<br>
Proviamo a procedere con ordine. La presidenza di Lettere e filosofia, lo storico moderno, compilativo e mediocre, di nome Guido Pescosolido, autorizza un convegno di Forza nuova all'interno della facoltà. Inutile dire che il preside, il mediocre, ha fatto finta di non sapere, di non aver capito, peggio si è protetto dietro lo scudo del pluralismo culturale: che ognuno parli, tanto parlare e far parlare non costa nulla, anzi frutta molti soldi e poco importa quali sono i gesti e le pratiche politiche che accompagnano il parlante. Mediocre nel mestiere, mediocre nella vita, questo preside piccolo piccolo che semmai merita un posto nella segreteria tecnica, fotocopie e fotocopie da fare.<br>
In modo tempestivo, lunedì mattina, occupiamo la presidenza, dopo sette ore il pro-rettore Frati revoca l'autorizzazione e il preside piccolo piccolo se ne torna a casa con la sua borsetta da uomo mediocre. Usciamo dalla facoltà e ci ritroviamo telefonicamente qualche ora dopo, voci fidate ci raccontano di un'attacchinaggio di Forza nuova lungo le mura della città universitaria. 5 macchine, armati, <i>of course</i> (fa parte del galateo politico del tempo presente). La notte trascorre, tutto si fa più chiaro.<br>
Sono le 13, è martedì, e noi usciamo dalla città universitaria per attacchinare e promuovere un'iniziativa sulle trasformazioni della formazione nella crisi della globalizzazione: radicalizzazione dell'autonomia, differenziazione, vuoti del mercato delle competenze, tanti temi e molti problemi per capire dove muove l'università che cambia. Passano pochi minuti e due macchine (forse noleggiate) ci raggiungono, scendono in tanti, scendono con tante armi: spranghe, mazze ferrate, catene, qualche coltello. Sono attimi durissimi. Alcuni di noi sono feriti (punti in testa e spalle rotte), ma loro, adulti (alcuni ultra quarantenni) e armati vanno via, vanno via.<br>
In tre in ospedale, molti di noi interrogati, la giornata procede dentro la facoltà di Lettere e in un corteo forte, pieno di studenti (almeno duemila), pieno di indignazione. Una giornata in cui in molti hanno deciso di rompere il silenzio, tra professori e ricercatori, molte le parole in nostra di difesa, potente la ricerca di verità. Eppure, puntuale la controffensiva mediatica: "è stata una rissa, uno scontro tra opposte fazioni". Ma di quale opposte fazioni si parla! Da una parte, la nostra, c'è l'università, gli studenti, dall'altra un manipolo di militanti e di squadristi che con l'università non c'entrano nulla, aggressori violenti e razzisti, funzionari politici di un partito che dovrebbe essere fuori legge. Inutile dire che alla finzione mediatica si è accompagnato l'arresto di Emiliano e Giuseppe, due studenti della Rete, aggrediti alle spalle e feriti. D'altronde all'arresto deve seguire la bugia e alla bugia l'arresto, il circolo è vizioso.<br>
Ma un passo importante si sta compiendo in questi giorni all'università di Roma la Sapienza: il partito di Forza nuova, sulla base della sollecitazione dei movimenti, viene considerato illegale da un'istituzione pubblica. Se esistesse un'opposizione in Italia, in seguito ai fatti di questa mattina si potrebbe pensare una campagna politica vincente per ottenere lo scioglimento delle forze politiche neo-squadriste e razziste. L'opposizione non c'è, ma ci sono i movimenti, ci sono le persone in carne ed ossa, c'è la voglia di verità, il desiderio di giustizia, e non saranno le finzioni e le menzogne a cancellarli.<br>
La partita, però, va vinta fino in fondo ed è per questo che è decisivo avere i nostri fratelli Emiliano e Giuseppe liberi subito, altrettanto dare vita quest'oggi ad una grande assemblea pubblica. Alle ore 9:00 presidio a P. Clodio, in attesa del processo per direttissima, alle ore 14:30 assemblea pubblica nella facoltà di Lettere. Giovedì 29, invece, fondamentale essere in tante e tanti presso l'entrata della facoltà (a partire dalle 8:30), per impedire che gli squadristi possano tornare e che mettano piede dentro l'università.<br>
<br>
La verità non si arresta, <br>
La Sapienza sarà libera,<br>
Emiliano e Giuseppe liberi subito!<br>
<a target="_blank" href="http://www.uniriot.org"><b>www.uniriot.org</b></a><br>
<br>
--------<br>
Foto di catchesthelight [Stained Glass Collage], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Rete per l'autoformazione - Sapienza, Roma				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-28				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Sapienza, la veritÃ  non si arresta!</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/143_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Monte Sacro dei rumeni				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=142</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Abito sotto il Monte Sacro, a Roma. Detto tutto insieme <i>Montesacro</i> lo potresti quasi scrivere minuscolo, come a dire un'<i>area</i>, un quartiere. Ma ogni luogo ha la sua radice, e a Montesacro c'è questo monte, che in realtà è una collinetta. Sta dietro casa mia, vedo la sua sommità dalla finestra della cucina. <br>
Sale da Ponte Nomentano, un antico ponte romano su cui fino a pochi anni fa passavano le macchine della nomentana strette strette. Sale ed era una pastura da pecore brulla fino agli anni '30; poi l'edilizia ha spostato le greggi più fuori e sono cresciuti alberi belli e eleganti, cipressi e pini marittimi. Ma un po' dimenticato, defilato come tante cose della città che i romani guardano senza vedere finché qualcuno non gli mette una delimitazione intorno. Come il Monte Sacro, appunto, valorizzato con tanto di monumento e cancellata nel 2005, bicentenario della visita a Roma di Simon Bolivar che proprio da qui, a Ferragosto del 1805, fece il suo famoso e furioso giuramento di liberazione del Sud America dall'oppressione spagnola. <br>
Perché proprio qui?<br>
Perché il monte ha una lunga storia, quella del più antico sciopero dell'epoca latina: nel 493 a.C. la plebe romana si asserragliò su questo colle per protesta contro i patrizi, rifiutando di lavorare perché sfruttati e senza diritti, senza voce in capitolo, senza niente da perdere. Il console Menenio Agrippa chiese al Senato di affidargli il compito di sedare la rivolta, e salì al monte a tenere un discorso restato famoso: quello delle braccia che si rifiutano di faticare per lo stomaco, che se ne sta beato a ricevere cibo senza fare altro che prendere e digerire; ma senza lo stomaco che trasforma il cibo in nutrimento, anche le braccia non possono vivere, conciona Menenio. <i>Volemose bene</i>, insomma, e quindi i plebei tutti a casa. A fare le braccia per lo stomaco, con una piccola vittoria: l'istituzione di due Tribuni della Plebe, rappresentanti al Senato con potere di solo veto. <br>
Bolivar appassionato di questa storia ascende la collina e pronuncia il giuramento; due secoli dopo c'è il monumento e un'iscrizione che lo racconta e io mi chiedo se i gitanti rumeni che cantano ogni giorno di festa nel parco l'hanno letta, se la conoscono questa storia. Loro che tutte le domeniche fanno il picnic nel parco, in una zona pianeggiante dove ci sono panchine disposte a semicerchio sulle quali appoggiano da bere e da mangiare e poi iniziano a cantare, per ore. Canzoni brutte, a volte vecchie melodie italiane da Sanremo anni sessanta con testi riscritti. C'è una donna che canta con la voce più alta e stridula di tutti, è infaticabile, trascinatrice, rilancia sempre appena sente che il finale di un pezzo si spegne in un borbottio; allora parte con un pezzo nuovo e più allegro, batte le mani. Non l'ho mai vista ma ormai la riconosco. Furiosa ma forse felice, non può parlare con nessuno: canta e basta, stecca spesso, spinge troppo. E tutti dietro, per ore, alla fine sempre più bevuti, esausti e stonati, l'estate fino alle sette la sera. Pensano di essere liberi di fare casino lì, in mezzo agli alberi dove passeggiano solo i cani, che nessuno li senta. Mi fanno tristezza e mi rompono le palle queste brutte canzoni stonate ma ho paura che qualche vicino invece si infastidisca e li faccia smettere. Che mandino i carabinieri a dirgli di piantarla, a controllare i documenti, che li mandino via dal sacro monte della plebe, che la signora stia corrucciata e un po' umiliata a pensare a un altro posto dove andare a cantare che non dia fastidio ai patrizi di Città Giardino. <br>
E ipotizzare due tribuni rumeni con potere di veto legislativo al Senato sarebbe pura fantascienza.<br>
--------<br>
Foto di PE Weck [Rom], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Monica Mazzitelli				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-27				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Monte Sacro dei rumeni</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/142_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Come se fosse meglio				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=139</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Secondo la Questura di Roma l'aggressione squadrista del Pigneto, pur indicando disagio e intolleranza, non è un episodio politico, in quanto mera rivalsa privata per un presunto scippo. Risse, come l'omicidio di un aderente a un centro sociale qualche tempo fa a Ostia, o adolescenti oggetto di bullismo a base di croci celtiche (noto gadget affettivo del nostro nuovo sindaco Alemanno). Per i magistrati di Verona non si può etichettare politicamente un evento pur dolorosissimo come il pestaggio di un bravo ragazzo da parte di cinque sbandati. Le vittime, private di ogni ragione, sono appunto vittime dell'umana ferocia, della disperazione marginale, del degrado urbano, come i poveracci travolti da Suv assatanati. Riduzioni occasionali alla nuda vita sacrificabile. Come d'altra parte impolitici, dettati da atavica inadeguatezza alla logica statale, sono coloro che si oppongono a discariche, basi militari, Tav e inceneritori, il partito dei NIMBY, <i>not in my back-yard</i>. Ben altro è la riforma della Costituzione, la gestione radio-televisiva, la nuova modellistica contrattuale, il rapporto fra sigle e forma-partito. Certo, se la politica è quella pappa e ciccia (<i>bi-partisan</i> mi sembra inutilmente esornativo) delle aule parlamentari o la parodia che si svolge in sale più modeste per chi è stato cacciato da altri consessi con il voto del 13-14 aprile, allora si tratta di eventi impolitici. Non è la svastica e la militanza organica che fa il fascismo quotidiano, ma proprio la presunta impoliticità, avallata dalle autorità competenti e dalla stampa. Il fascismo reso abituale e «naturale» come strumento insieme di sfogo delle contraddizioni e di controllo dei vari mercati che le alimentano (occupazione, salari, droga). Un controllo del territorio in cui intolleranza, manipolazione politico-mediatica e organizzazioni criminali sono alleati spontanei a livello di periferie e di classi pericolose, mentre altre forme di illegalità, evasione fiscale e speculazione edilizia caratterizzano aree e ceti più elevati, ma che pure si difendono in questo modo dalla crisi incalzante, su su fino alla grande criminalità bancaria della gestione dei mutui, dei finanziamenti e dei prestiti. Il «sistema» appunto, che non coincide solo con la camorra e i cui mazzieri sembrano fatti apposta per poter essere solennemente condannati da Alemanno e Tosi ogni volta che pisciano fuori dal vaso.<br>
--------<br>
Foto di dgray_xplane [still life], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-26				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Come se fosse meglio</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/139_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Diritto di difesa				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=137</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Ricordate la mail che girava con la firma del potente consigliere regionale laziale del PD, ex-assessore ed ex-manager pubblico Mario Di Carlo poco prima delle elezioni amministrative romane? <br>
<br>
> Ricevo e giro: <br>
> Informazione che ci allarma da far girare. Come può un rumeno senza fissa <br>
> dimora, mezz'ora dopo aver aggredito la povera ragazza nei pressi della <br>
> Stazione della Storta ad avere come difensore l'avvocato Francesco Saverio <br>
> Pettinari famoso penalista difensore del magistrato Metta indagato, <br>
> nell'ambito del processo Lodo Mondadori che vedeva indagati Berlusconi, <br>
> Pacifico, Previti e Squillante? Inoltre l'avvocato Pettinari risulta <br>
> iscritto in gioventù all'MSI. Guarda caso uno dei soccorritori della ragazza <br>
> firma con Alemanno con tanto di foto sul Messaggero del 22 aprile 2008, il <br>
> patto per la legalità e la sicurezza. Agatha Christie faceva dire a Poirot <br>
> che quando ci sono tre coincidenze diventano un'indizio. <br>
> Mario Di Carlo <br>
<br>
Non se ne sa più nulla dalle elezioni. La storia puzzava, in effetti. Forse davvero i satanici <i>spin doctor</i> di Alemanno erano arrivati al punto di organizzare uno stupro pur di «conseguire l'obiettivo», o forse era la solita mania del complotto. Comunque sia andata, quella sgrammaticata mail pre-elettorale, che intendeva portare voti a Rutelli, involontariamente raccontava già la sconfitta culturale della sinistra, insinuando un dubbio: può un poveraccio rumeno essere difeso da un prestigioso avvocato ex-fascista?<br>
A leggere quella mail, ho pensato agli avvocati «compagni» toccati in sorte a tanti per le accuse più varie. Agli spicci raccolti nelle cene sociali per le spese legali. Alle cause perse per la foga e la superficialità degli avvocati compagni o l'ostilità dei magistrati, spesso «compagni» pure loro. A quante volte abbiamo pensato che sarebbe stato meglio affidarsi a «uno bravo». La differenza tra l'estrazione sociale e politica di un imputato e quella del suo difensore dovrebbe essere un vanto, non motivo di diffidenza, per una sinistra qualsiasi. Mario Di Carlo, o chi per lui, sottintendeva un altro principio: un poveraccio deve essere difeso da un poveraccio, possibilmente incapace, e se ciò non avviene occorre indagare. Il poveraccio deve essere condannato due volte: per il reato, e per aver cercato di difendersi. E se si proclama innocente, forse andrebbe condannato anche per falsa testimonianza.<br>
Avvocati potenti e stupratori non sono simpatici a nessuno, certo. La sanzione per uno stupratore è obbligatoria ed ogni sospetto è lecito, certo. Ma un'iniziativa politica fondata su questi sospetti è un'operazione rischiosa. Quella mail voleva conquistare i voti di chi non si accontenta di una condanna secondo regolare processo, ma pretende che la sentenza sia scritta ancor prima che l'imputato entri in aula. Anzi, era già una requisitoria a mezzo telematico, con vera e propria costruzione della prova («tre coincidenze diventano un'indizio» [sic]). C'è voluta la peggiore destra per affermare il diritto alla difesa per un rumeno nullatenente. Siamo in una botte di ferro.<br>
---------<br>
Foto di PhotoGraham [Illuminating], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Andrea Capocci				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-23				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Diritto di difesa</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/137_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				La Grande Avventura di Gomorra				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=134</link>
				<description>				<![CDATA[<p>A vedere <i>Gomorra</i>, il film di Garrone tratto dal libro di Roberto Saviano, mi sono ricordato di una cosa che scriveva Victor Serge nel suo fenomenale <i>Memorie di un rivoluzionario</i>. <br>
Victor Serge, per chi non lo conoscesse, è uno scrittore russo rivoluzionario. Prima anarchico in Francia, arrestato, processato e buttato in prigione, e poi protagonista della rivoluzione bolscevica in Russia, di nuovo incarcerato da Stalin ed esiliato in Messico per poi lì morire, isolato. Serge è un lucidissimo testimone e un protagonista di quaranta anni di storia rivoluzionaria d'Europa.<br>
Serge dunque scriveva questa cosa qui che mi aveva già colpito allora e che mi colpisce spesso quando leggo o vado al cinema o altre amenità di questo genere. Scriveva questa cosa proprio mentre in Europa infuriava la Prima guerra mondiale, che lui si sentiva infelice come di una intima inadeguatezza, non perché stava in prigione e nemmeno per la crudeltà delle <i>autorità costituite</i>, ma proprio perché non poteva parteciparvi, alla Grande guerra del '15-18, dico. <br>
Serge naturalmente non era affatto un <i>interventista</i>, graniticamente convinto, come era, che la guerra altro non fosse che il grande mattatoio del proletariato rivoluzionario di allora. Serge non era affatto un esagitato, né un amante della violenza <i>tout court</i>, e tanto meno un fanatico estremista. Eppure, così egli stesso scrive, avrebbe voluto partecipare alla Prima guerra mondiale. Nonostante tutto questo, mi dicevo, e poi: perché? Perché Serge rimpiangeva, e questo è il punto il nodo lo <i>gnommero risolto</i>, di non potere partecipare a quel destino collettivo comune che esso, il grande mattatoio mondiale, in ogni caso rappresentava.<br>
Ecco, io nel mio minuscolo, vedendo il film di Garrone, ho percepito come questo senso di rimpianto di non stare a Napoli a partecipare a questa vera e propria guerra di posizione territoriale tra i clan camorristi di Scampia e limitrofi. Mi affretto ad aggiungere che questo sentimento io lo provo pure ogni volta che leggo sui giornali di qualche manifestazione sovversiva a cui non ho partecipato o a qualche evento di portata planetaria che io giudico essenziale e a cui non ho potuto prendere parte. D'altronde chi non avrebbe voluto abitare a New York, in una veste o nell'altra, nei giorni dell'11 settembre? E chi oggi non vorrebbe stare in Cina, a Pechino o India, gli attuali centri dove si giocano i destini del mondo? E ogni volta che c'è un terremoto o una inondazione o una guerra <i>nuova</i>, c'è sempre questo rimpianto di non potervi partecipare, che è un po' come la nostalgia di una vita sprecata. E poi, infine e con uno scarto forse un po' esagerato, perché praticare la lotta sociale, in qualsiasi forma volete, se non per prendere o riprendere finalmente in mano quel destino collettivo che ci è stato espropriato <i>tanto tempo fa</i> e di cui sentiamo l'odore, che ormai è quasi un olezzo, ogni volta che accadono cose di questo genere, ogni volta che <i>qualcuno ci dice</i> che accadono queste cose? <br>
Naturalmente (lo dico per i più scettici) per chi scrive non si tratta di <i>iscriversi</i> alla camorra (ché tra l'altro essa non è <i>solamente</i> una guerra tra bande criminali ma un sistema economico, un modo di produzione capitalistico, che possiede radici ben oltre Napoli e il sud dell'Italia e che in una maniera o nell'altra oggi, proprio la camorra di <i>Gomorra</i> forse più della mafia siciliana è diventata comportamento culturale e atteggiamento mentale diffuso in ogni ramo delle relazioni sociali neoitaliche); piuttosto qui la questione è domandarsi fino a dove può arrivare questa esigenza <i>rivoltata</i>, questa nostalgia rovesciata della Grande Avventura Collettiva che io ho sentito durante la visione del film di Garrone (peraltro bello nei silenzi, nelle pause e nei paesaggi - e assolutamente azzecato nella parabola dei pischelli <i>schizomafiosi</i>). Dove può arrivare quella stessa voglia di avventura collettiva, qui davvero <i>rovesciata</i> e rivoltante che, se vai a vedere bene, è proprio quella che spinge a linciare e perseguitare i rom, a evocare la difesa dell'Italia, a elaborare il bieco il razzismo sociale di oggi. <br>
Si dirà: questo è quello che accade quando i conflitti sociali, e i destini collettivi a essi legati, vengono sistematicamente negati. Essi cioè ritornano (e non c'è bisogno nemmeno di Ballard per saperlo) sotto forma di patologia sociale. Eppure, oggi non basta più saperlo e se in qualche modo il circuito non viene interrotto e se sto segno non viene rovesciato una volta per tutte, all'orizzonte (o è già il presente) si staglia qualcosa di più funesto di una <i>semplice</i> patologia sociale <i>razzisteggiante</i>: e cioè una patologia sociale costituente. <br>
Per finire. Non so se il film di Garrone dovete andarlo a vedere, ma il libro di Serge, se non l'avete già fatto, quello sì che dovete leggerlo.<br>
-------<br>
Foto di deadeyebart a.k.a Brett [Clue], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Gianmarco Mecozzi				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-22				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>La Grande Avventura di Gomorra</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/134_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				U Signuri l'acciaccÃ² [*]				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=133</link>
				<description>				<![CDATA[<p>comunque è il destino <br>
meglio i fannulloni<br>
DELLA SERVITÙ<br>
DELLA SANITÀ<br>
<br>
<i>ho fotografato il menometro<br>
della bombola d'ossigeno<br>
segnava zero<br>
consegnerò questa foto alla procura</i><br>
<br>
non si è più fratelli<br>
si è servitori di UNO STATO<br>
CHE NON RAPPRESENTA I POLLI PENSANTI<br>
NÉ GLI IMPIEGATI FANNULLONI<br>
<br>
ieri a palermo è morto QUALCUNO<br>
o una mosca<br>
c'era la bombola scarica ma<br>
LORO respireranno <br>
il CUBANO ce lo doneranno per RESPIRARE MEGLIO la disgrazia<br>
e poi<br>
<br>
NOI LA BOMBOLA L'ABBIAMO PORTATA<br>
IN RIANIMAZIONE<br>
<br>
<i>u signori l'acciaccò<br>
e li fici mettiri<br>
na la PUNTA DI LA SPATA di l'autri</i><br>
<br>
mai dire palermo<br>
mai dire bufera per favore signori giornalisti coglioni<br>
BUFERA SU D'ALEMA VI RENDE E VI ETICHETTA COGLIONI<br>
saranno i direttori che ordinano<br>
ma voi siete la loro lingua la loro passera<br>
<br>
mai essere nelle e in queste cose che succedono in ospedale<br>
tra camici gialli e rossi<br>
sono fatti privati<br>
un uomo muore<br>
condoglianze tra bombole d'ossigeno vuote scambiate per bombole vuote<br>
tra ragazze che sono ragazzi o bimbi o bimbe o tuttoinsiemegirmi<br>
<br>
<br>
<i>ho fotografato il menometro<br>
della bombola d'ossigeno<br>
segnava zero<br>
consegnerò questa foto alla procura</i><br>
<br>
cercasi qualcuno che falsifichi questa fotografia<br>
no<br>
nessuno<br>
fannulloni<br>
<br>
--------<br>
<b>[*]</b> Palermo domenica 13 maggio, Ospedale Ingrassia. La ricoverata signora Caterina Intravaia, classe '48, è deceduta dopo inutili interventi di rianimazione sollecitati dal fratello Antonino. In visita pomeridiana alla sorella, soprannumeraria al reparto di Pneumologia dal 7 maggio - cioé barellizzata al centro di una corsia di sette letti tutti occupati e quindi non collegata alla rete interna dell'ossigeno ma al bocchettone di una bombola - l'ha trovata «cianotica, con gli occhi persi nel vuoto, la bocca nera». Il manometro segnava zero e l'ha fotografato con la sua piccola digitale, quindi è corso a chiamare aiuto. La bombola è ora sotto sequestro per disposizione del procuratore. La signora Caterina Intravaia è sotto terra per procura.<br>
<br>
Foto di Walaz [Manómetro de agua], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Francesco Gambaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-21				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>U Signuri l'acciaccÃ² [*]</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/133_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Lettera aperta a Berlusconi				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=132</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Caro presidente ti scrivo, così, per distrarmi un po' e siccome sei molto vicino, quasi ovunque, più piano ti scriverò. Da quando hai vinto c'è una grossa novità: il governo vecchio se ne è andato e quello nuovo, il tuo, sta per cominciare. In molti dormono poco la notte e litigano più spesso, però in compenso moltissimi, la stragrande maggioranza, ridono sovente e senza un vero perché. Per loro, per noi, secondo me per tutti rappresenti l'incarnazione della possibilità della realizzazione dell'impossibile. Tu: non tanto ciò che dici o ciò che fai, ma proprio tu, cioè come lo dici e come lo fai. <br>
Nel vocabolario italiano Treccani alla voce «miracolo», tra l'altro, si può leggere: «qualsiasi fatto che: susciti meraviglia, sorpresa, stupore, in quanto superi i limiti delle normali prevedibilità dell'accadere o vada oltre le possibilità dell'azione umana». Questa definizione solo in parte (anche se in buona parte) può dare un'idea di quel «fatto» che è la tua vita. Se uno tenta di ripercorrere la tua entrata in scena viene colto da una vertigine che lo lascia senza fiato: da chansonnier sulle navi da crociera a costruttore di numerose Milano a inventore della televisione commerciale a presidente della squadra più vincente dell'intera storia del calcio italiano fino a diventare l'uomo politico che di fatto, per lo meno in termini numerici, non ha mai perso una competizione elettorale. E chi sa quali altre imprese ho tralasciato e quante altre ne farai. Ma la cosa che veramente stordisce e lascia ammutoliti è combinare tutto ciò con te, con il tuo viso, con la tua voce, con le tue fattezze: è qui che avviene il vero miracolo. <br>
Non sei solo quello della porta accanto, sei molto di più: sei quella parte di ognuno di noi che proprio perché ci appartiene più intimamente viene più nascosta; sei quell'insieme di supponenze e di fragilità che ci dà la dimensione della nostra medietà. Ora, se sono vere le previsioni che fanno gli economisti di quasi tutto il mondo, compreso quel bizzarro personaggio del tuo nuovo governo che va sotto il nome di Tremonti Giulio, il quale vorrebbe curare il male (il mercatismo) con la causa che lo ha prodotto (la cultura giudaico-cristiana), dobbiamo aspettarci un vento, anzi un ciclone recessivo che ci impoverirà pesantemente. È chiaro che non basterà più essere riusciti come tu hai fatto a fermare il tempo - anche il tuo, ti sei posizionato intorno ai cinquanta-sessanta con i pruriti e l'audacia di quell'età - ma occorrerà un ulteriore colpo di reni perchè la gente del tuo popolo (e non solo) continui a crederti e quindi a seguirti; occorrerà un passaggio successivo che io umilmente, serenamente, pacatamente, ti vorrei consigliare. <br>
Dovresti riuscire, e so che ce la puoi fare, a disincarnarti: o meglio ad assumerti in cielo, dico assumerti perché essere assunto non ti compete. Ma non del tutto: dovresti lasciarci una parte della tua materialità: o la voce come ha fatto Mina, o il viso come ha fatto Greta Garbo, in maniera tale che la tua autorevolezza sia imperitura. D'altronde, tu come tutti gli irripetibili e gli unici non punti all'eternità: sai bene che se così fosse, l'autore dei tuoi meriti non saresti te stesso ma il creatore del tuo destino e questo lo troveresti insopportabile. Punti piuttosto a fare crepare di invidia tutti gli altri. <br>
--------<br>
Foto di p.s.v. [lettera], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giancarlo Davoli				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-20				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Lettera aperta a Berlusconi</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/132_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Leggendo la mano				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=130</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Che la catastrofe della sinistra si sia innestata su o abbia rivelato una deriva antropologica o meglio uno scollamento della società italiana dalle sue rappresentazioni correnti (che vuol dire poi giornalistiche, mica storiografiche o filosofiche) è un discorso che gira, con le solite varianti apocalittiche e integrate. Anche il rapporto fra ossessioni sicuritarie e generale incertezza e precarietà delle aspettative economiche, occupazionali, esistenziali è piuttosto scontato: non ci vuole, appunto, la zingara per scoprirlo. Dovessi dire dove sta la catastrofe, dove si tocca il blocco dei flussi sociali, dove il fallimento della sinistra non apre il varco a una reale radicalità di lotte e movimenti, dove insomma risiede il problema - beh, direi che è la mancanza di ribellione. Si scende in piazza contro i rifiuti (giustissimo) non contro la camorra che li gestisce, vengono fischiati leader falliti (forse è perfino poco) e vengono recuperate le seconde file fra i responsabili del disastro, mentre gli immigrati entrano a bandiere spiegate nel novero delle vittime, gloriosamente fianco a fianco degli ustionati della Thyssen-Krupp, delle donne violentate, degli edili caduti dalle impalcature, dei ragazzini travolti dalle auto o postati sul web pedopornografico. Viva il grande regno dell'universale sofferenza, della massa critica della sfiga che si fa valore, della nuda vita finalmente scolpita a tutto tondo! Come se gli Ebrei si crogiolassero con Auschwitz, invece di esaltare Masada e la rivolta del ghetto di Varsavia, come se gli Armeni ricordassero i soli massacri e non la resistenza del Mussa Dagh (naturalmente se ne guardano bene). Le prediche sulla non violenza hanno sgradevolmente accompagnato un calo oggettivo della combattività sociale: non morir più di lavoro e detassare le buste paghe sostituiscono la lotta per gli aumenti salariali e la riduzione dell'orario di lavoro, la tutela del diverso e del debole contro bulli e razzisti subentra alla rude battaglia per espandere reddito e diritti, conquistare cittadinanza, eguaglianza effettiva e servizi sociali. Tutte cose sacrosante, s'intende, mica vogliamo dire che bisogna picchiare gli handicappati, violentare le donne, bruciare i capelli agli adolescenti insicuri, allentare i protocolli di sicurezza sul lavoro. Ma in genere queste cose, in una paese piuttosto illegale e barbarico come quello in cui viviamo, sono gli effetti collaterali e benefici di altre lotte di maggior respiro. Sappiamo benissimo che è piuttosto arduo e improbabile che gli immigrati organizzino ronde e forme di difesa contro le aggressioni di identitari insicuri e teppisti in camicia nera o verde. Anche gli insorti di Varsavia erano dei veri pazzi. Li hanno massacrati tutti (meno qualche decina), ma alla fine hanno vinto loro. Proviamo almeno a decostruire l'ideologia vittimaria. Nell'immediato non ne verranno certo enormi vantaggi per precari, donne aggredite, immigrati braccati. Poi, chissà. Per il momento non avremo almeno portato i nostri cervelli all'ammasso.<br>
---------<br>
Foto di Meredith Farmer [glass house], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-19				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Leggendo la mano</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/130_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Guai a chi ci tocca				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=129</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il «laboratorio Roma», il «modello
Roma», orgoglio rutellian-veltroniano, non ha tenuto. Avesse
tenuto, anche stentamente, poteva rappresentare un appiglio, diventare
un baluardo e un riferimento contro il berlusconismo dilagante. Al
ballottaggio, Rutelli cianciava di questo. Lui - diceva - avrebbe
fermato i barbari. Aggravando forse il carico negativo. Così,
da una maggioranza elettorale bulgara si è ritrovato una
disaffezione, e un andargli contro. Non è stata solo una
deriva del risultato nazionale in cui il centrodestra straripava. E'
stata proprio una sconfitta specifica. Così, l'eclatanza si
è rovesciata nel suo opposto: avere conquistato Roma
è diventato l'orgoglio della destra, lo sdoganamento
definitivo, la fine del percorso iniziato a Fiuggi e via discorrendo.<br>
Così, Roma continua a essere «laboratorio»,
continua a proporsi come «modello». Ora, a segno
rovesciato. Le prime dichiarazioni di Alemanno, nuovo sindaco, sembrano
proprio di chi non sa trattenersi: via l'Ara Pacis, via i campi rom,
via il Festival del cinema, via i venditori ambulanti, via i
clandestini, via questo via quello, in una furia demolitrice dove tutto
si affolla. Poi, la pochezza: metteremo Squitieri [Squitieri!] a
governare il cinema, metteremo Sgarbi [Sgarbi!] a governare i
monumenti. Ma la determinazione è feroce, questo non fa solo
'a faccia feroce. <br>
Roma in questi anni è stato davvero
un laboratorio straordinario di esperienze sociali, dalla conquista del
diritto alla casa alle lotte delle donne, da un fermento culturale
vivissimo nella letteratura, nella musica, nell'arte alla conquista di
spazi aperti, dalle battaglie dei precari a quelle dei clandestini,
degli irregolari, delle mille etnie che qui si ritrovano. Era questo il
lievito vero della visibilità e della vivibilità di
questa città. I centri sociali ne hanno rappresentato una
parte rilevante, determinante.<br>
Di contro, uno sfilacciamento del
tessuto sociale, una sensazione di abbandono che le luminarie e i
fuochi d'artificio non bastavano a sopire, un incanaglirsi degli
abbienti, un incarognirsi nelle periferie, in uno scontro orizzontale,
tra prossimi, tra contigui, tra poveri. La destra ha raccolto intorno
un discorso d'ordine spiccio e sbrigativo e una sequela di
«capri espiatori» mutamenti sociali già
accaduti o in transizione, ambivalenti, ambigui.<br>
Vedremo cosa
accadrà. Lo scontro non è circoscritto qui: per un
verso, davvero qui c'è la destra al governo [moderna e
antica, violenta e azzimata], per l'altro, davvero qui c'è
una opposizione sociale che non ha intermediazioni e filtri e che
può essere in grado di diventare riferimento di tutta una
città, se sa sottrarsi all'angolo e rilanciare, fidando
proprio su tutto il patrimonio di ricchezza accumulato in questi anni.
Ma il significato va oltre Roma.<br>
Intanto, pubblichiamo un primo documento dei centri sociali. Ci sembra interessante e importante.<br>
la redazione deriveapprodi<br>
----------<br>
Foto di Darwin Bell [barricades on break], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a><br>
----------<br>
<br>
Guai a chi ci tocca!<br>
<br>
Un fatto significativo è accaduto quest'oggi, 23 centri
sociali di Roma si sono ritrovati a discutere delle trasformazioni
politiche della città, più in particolare delle
dichiarazioni di chi, il nuovo sindaco, intende chiudere l'esperienza
dell'autogestione. Alemanno parla di legalità, mette al bando
i centri sociali illegali, divide tra buoni e cattivi, progetta un
processo di normalizzazione. <br>
I centri sociali, però,
nascono nel conflitto, momenti di rottura in grado di costruire
comunità, mutualismo, cooperazione, solidarietà,
cultura. Per questo motivo, con forza e determinazione, la voce di
tutti i centri sociali intervenuti nell'assemblea che si è
tenuta quest'oggi a Esc ha chiarito che non c'è posto per
divisioni, non saranno accettate aggressioni repressive. In questo
senso con forza diciamo: «Siamo tutti illegali!» <br>
Parlare di centri sociali, inoltre, significa parlare di una fitta rete
di relazioni, di progetti, di campi di intervento: dalla casa alla
formazione, dalla produzione culturale indipendente
all'antiproibizionismo. Difenderli, significa dunque mettere al centro
questa ricchezza, una parte di città che nessuna istituzione
può ridurre al silenzio. <br>
Le esperienze di autogestione
e di occupazione non staranno nell'angolo, non aspetteranno di subire
colpi, non arretreranno di un passo. Per questo, di concerto con i
movimenti di lotta per la casa, promuovono una grande manifestazione
cittadina per sabato 14 giugno, contro gli sgomberi e per un'altra idea
di città - ostile al clima e alle pratiche sicuritarie, dalla
parte dei diritti -, preparata da una assemblea unitaria prevista per
giovedì 5 giugno. <br>
Infine, nell'ottica di estendere la
comunicazione con la città, i centri sociali promuovono un
grande evento per fine giugno dove far convergere tutte le esperienze
artistiche e culturali che nell'autogestione, romana e non solo, hanno
mosso i primi passi e che oggi rappresentano un polo decisivo della
cultura indipendente di questo paese. <br>
<br>
Acrobax, Angelo Mai,
Auro e Marco, Brancaleone, Corto Circuito, Decolliamo, Esc, Forte
Prenestino, Horus occupato, Intifada, Kollatino, Lucha y Siesta, Onda
Rossa 32, Rialto, Sans Papiers, Spartaco, Spazio occupato Il comitato
primavalle, Strada, Strike, la Torre, Villaggio Globale, Vittorio
occupato, Zona a rischio</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				23 centri sociali Roma				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-16				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Guai a chi ci tocca</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/129_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				I 55  giorni di Berlusconi				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=128</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Mettiamola così, spicciamente: il veltronismo, l'arte del governo di Roma a mezzo la fuffa mediatica e un rigoroso meccanismo di cointeressenze economiche forti [immobiliaristi, banche] e inclusioni politiche basate sulla distribuzione di prebende e denaro pubblico a piccole cordate, con il complemento di esclusioni sociali, non ha retto all'assenza di Veltroni. <br>
Fosse vera questa considerazione, che il dislocarsi o il ritrarsi di un leader provoca il crollo politico della sua «macchina di governo», l'unica nota positiva è che forse si può azzardare la stessa ipotesi per il berlusconismo senza Berlusconi: non ci fosse più Berlusconi, non ci sarebbe più berlusconismo. [E visto che i sogni sono a poco prezzo, si può aggiungere in complemento: non ci fosse più Bossi - e ci siamo andati vicino un pelo - non ci sarebbe più quel razzismo]. Le cose purtroppo non stanno così, le mutazioni economiche, sociali, antropologiche di questo paese sono molto più profonde, però uno i sogni se li fa: una malattia degenerativa rapida, un colpo apoplettico, un rigurgito di viagra che si strozza. L'omicidio politico.<br>
Andrea Salieri ci ha fatto un libro: <i>L'omicidio Berlusconi</i>. Pure Giuseppe Caruso ci ha fatto un libro: <i>Chi ha ucciso Berlusconi</i>. E il gruppo della Babette Factory in <i>2005 dopo Cristo</i> raccontava il paese sullo sfondo di un complotto per l'assassinio di Berlusconi [un Berlusconi uno, nessuno, centomila]. Berardo Carboni invece ci ha fatto un film: <i>Shooting Silvio</i>. Un gerundio che può richiamare l'«eseguendo la sentenza» delle Brigate rosse su Aldo Moro.<br>
Ora che Berlusconi fa il doroteo - parola di D'Alema - e la solidarietà nazionale è ripristinata o quasi, la cosa ci starebbe tutta. Solo che Berlusconi col cazzo che si farebbe ammazzare. E ci ritroveremmo una sorta di padre Pio da Pietrelcina come leader del paese. Con il silicone e gli imbellettamenti senza aspettarne la dipartita.<br>
Come dice Berlusconi stesso dopo avere sparato una cazzata qualunque delle proprie, comunque questa è solo una «ipotesi di scuola».<br>
-----<br>
<br>
Foto di late night movie [smoking gun], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-15				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>I 55  giorni di Berlusconi</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/128_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				La fiera della menzogna				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=127</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Nel bel mezzo degli eventi accaduti nei giorni scorsi a Torino, in
occasione della fiera del libro, mi è tornato in mente uno
dei tanti slogan suggestivi degli anni ruggenti della nostra meglio
gioventù bruciata: «creare notizie false che
producano eventi veri». Questa frase - non so se proprio
così nella originaria dizione ma sicuramente così
nel concetto che voleva esprimere - era comparsa su un numero
postsettantasette della rivista «A/traverso», per poi
essere di lì a poco ripresa nel volume di Bifo e Maurizio
Torrealta <i>Simulazione e falsificazione</i>. Ecco che a distanza di
trent'anni ci si ritrova a constatare che sono i propri nemici a
tradurre in pratica sapiente quel concetto che allora muoveva da
aspirazioni sovversive. Come dire: tutta l'informazione ufficiale
costruita in quei giorni attorno alla diatriba
sull'opportunità o meno di onorare alla kermesse del libro il
sessantesimo anniversario dello Stato israeliano, e il suo inevitabile
corollario di proteste e boicottaggi, è stata una
stupefacente operazione di falsificazione. Perché davvero
questa volta le menzogne sono state raffinate e capaci di applicarsi
con grande cura fin sopra e dentro i minimi dettagli. Sulle prime
pagine dei giornali hanno primeggiato scenari libanesi falsi accostati
a quelli veri, cioè la costruzione di un immaginario che
sospende il fiato su una Torino come Beirut. Per le strade
desertificate da ordinanze da coprifuoco serrate schiere di agenti
delle forze dell'ordine sfoggiavano le medesime espressioni dei bei
tempi genovesi della Diaz e di Bolzaneto. Prontissimi a festeggiare nel
modo risaputo l'inizio del finalmente ritrovato buongoverno. Tanto per
mettere le cose in chiaro per il futuro. E allora vien da sé
rammentarsi che a sette anni dai fatti genovesi non si è
venuti a capo di nulla riguardo lo svelamento della famosa
«catena di comando» responsabile della
"macelleria cilena". E vien da sé anche fare
un parallelo con l'incomprensione della «catena di
comando» che ha presieduto alla costruzione di una narrazione
del tutto menzognera non solo nella descrizione dei presupposti dei
fatti, ma menzognera addirittura nella descrizione in presa diretta di
quanto accadeva, minuto per minuto, secondo per secondo. Insomma siami
sicuri che esista una «catena di comando» con a capo
una «cabina di regia», sia sul piano militare che
mediatico? Che ci siano burattinai, manovratori, strateghi usciti da
chissà quale laboratorio o agenzia? O che i meccanismi non
siano affatto questi, cioè quelli organizzati nella
tradizione della gerarchia, ma che siano piuttosto regolati da ben
altri dispositivi. E allora, anche se questo fosse solo un vago
sospetto, forse varrebbe comunque la pena di riprendere in mano qualche
testo impolverato e troppo presto abbandonato (di Foucault? di Deleuze?
di chi altro?). Intanto però, usando a chiusa una spudorato
spot a favore della nostra bottega, vi invitiamo sull'argomento a
leggere un libro di Vladimiro Giacché di prossimissima
pubblicazione per i nostri tipi: <a target="_blank" href="http://www.deriveapprodi.org/estesa.php?id=345&stato=prossime_uscite"><i><b>La fabbrica del falso. Le strategie della menzogna nella politica contemporanea</b></i></a>.
Anche perché mai come adesso, per poter capire, prima di
agire, abbiamo bisogno di fare appello a tutta la nostra intelligenza.<br>
-------<br>
<br>
Foto di Celeste [Uneasy Dreams], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Sergio Bianchi				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-14				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>La fiera della menzogna</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/127_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Tutto un mondo da rattoppare				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=125</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Procreare era l'unico modo per sfidare l'immortalità. Dieci, quindici figli a famiglia assicuravano la continuità della specie, comandamento biologico a cui l'animale uomo ha sempre obbedito. Ora il progresso della medicina, dalle biotecnologie all'ingegneria genetica, promette di sfidare la morte a livello individuale. Si inizia già nel feto, l'amniocentesi per scongiurare tare genetiche, la conservazione a prezzi esosi del cordone ombelicale per future malattie, poi da adulti il trapianto di qualsiasi pezzo di corpo serva o microchip per sostituire circuiti nervosi mancanti. Sani e eterni, o almeno, rattoppati e longevi. Se è il singolo ad aver preso il sopravvento, la diffusa sterilità che colpisce le società più avanzate sembrano l'ovvio rovescio della medaglia. Pochi spermatozoi e poco mobili, ovociti sempre più rari e menopause anticipate: è il prezzo che il progresso ci fa pagare per l'inquinamento elettromagnetico chimico atmosferico e chi ne ha più ne metta. Se non si spezza il meccanismo in atto dalla rivoluzione industriale in poi, per esempio con l'invasione di un più prolifico terzo mondo, la nostra società si prepara a vivere l'eutanasia di un mondo da parte di ultracentenari terrorizzati dalla morte.<br>
----<br>
Foto di vernhart [DSP 55-Mech Eye 2007-07-11], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Domitilla Di Thiene				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-13				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Tutto un mondo da rattoppare</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/125_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Miriam si sveglia a mezzanotte				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=122</link>
				<description>				<![CDATA[<p>E a Berardinelli dispiace che «ora i vampiri come Toni Negri avranno buon gioco a succhiare sangue fresco da giovani ingenui e delusi, facendo loro credere che tra democrazia borghese e lager nazisti non c'è differenza. I sopravvissuti di Autonomia operaia sono il Sessantotto trasformato in un film horror» (dall'intervista di Nicoletta Tiliacos ad Alfonso Berardinelli sul «Foglio» del 10 maggio). Se questa è la destra sofisticata e intelligente, tiriamo un sospiro di sollievo. Impermeabile a ogni estetica horror, per inconsapevolezza del proprio interno cronenberghiano. Del resto è l'ex-sinistra sofisticata e intelligente, che non da ieri spara sul Settantasette. Vedi, lo stesso giorno, Miriam Mafai su «Repubblica», che definisce la tesi della continuità fra Sessantotto e decennio successivo «un'autogiustificazione per chi con il terrorismo fu contiguo». Tutto ciò ci conferma nell'idea che lo spartiacque non sia tanto il riconoscimento del Sessantotto (anche Giuliano Ferrava stava a Valle Giulia), ma proprio il decennio successivo e l'<i>horribilis</i> 1977. Certo, ci sono i pasdaran anti-'68, Calderoli e Ratzinger, ma ben altri sono gli insidiosi recuperanti e il vero nemico non sono i movimenti in genere ma l'Autonomia. Come la combatteranno? I più laici con teste d'aglio ed elefantini di plastica, gli atei devoti agitando crocifissi e feti abortiti?<br>
Non nascondiamo un briciolo di compiacimento, pur in una collocazione alquanto ansimante. L'evocazione del mostro è sempre un buon segno, l'antagonismo è ancora vivo e sbrana insieme a noi. È poi un mostro, ben pasciuto e succhiatore di sangue fresco, mica come quegli altri <i>freaks</i> magrolini e spiritati, zingari ladroni, romeni stupratori, maghrebini assatanati. Non mi fate esagerare fino al limite dell'orgasmo: non sarà l'Idra a mille teste che ossessionò le classi dirigenti dal Seicento inglese alla Rivoluzione industriale? Dai, siamo più modesti. Però ci sarà un motivo se facciamo ancora paura. Se non ci vogliono ripescare a fiume come fanno per la Sinistra arcobaleno. Riflettiamoci su, lavoriamo sul territorio da talpe, se non da vampiri.<br>
-------<br>
Foto di pierre pouliquin [One of these days, I'll fly away], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-12				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Miriam si sveglia a mezzanotte</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/122_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Il precariato Ã¨ femmina?				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=121</link>
				<description>				<![CDATA[<p>È facile recensire quei film, molti direi la maggioranza,
per i quali non si riesce ad avere un briciolo di stima. Film indegni e
meno indegni, tristemente famosi o celebrati dalle sirene di regime,
film d&rsquo;autore o <i>vanziniani</i>, c&rsquo;è davvero l&rsquo;imbarazzo della scelta. <br>
Difficile, molto, è invece scrivere sui quei film (pochi) riusciti, belli e azzeccati. <i>Riprendimi </i>di Anna Negri (massì la figlia di Toni Negri) è sicuramente un gran bel film.<br>
Un
gran bel film complesso i cui livelli di interpretazione a prima vista
possono anche spaventare. C&rsquo;è prima di tutto il film
nel film ed è assolutamente in primo piano (vista anche la
struttura <i>mockumentary </i>della pellicola). C&rsquo;è
il precariato, e come poteva mancare?, e c&rsquo;è la
storia d&rsquo;amore, dentro una riflessione amara quanto vuoi ma
anche spudoratamente liberatoria. E c&rsquo;è soprattutto
la donna, il suo punto di vita e tutto un suo percorso di presa di
coscienza. Presa di coscienza di una fragilità e poi il
ritorno, quasi, di una forza. <br>
C&rsquo;è la donna precaria in questo film? <br>
Prima
di tutto il film è stato scritto e diretto da una donna ed
è chiaro, si capisce e la cosa è forte: il fatto
è che il punto di vista femminile in <i>Riprendimi </i>è
spietato. Laddove un altro  punto di vista, quello maschile,
avrebbe non dico nascosto ma in qualche modo tralasciato,
inconsciamente occultato e/o cambiato sguardo, Anna Negri questo non lo
fa, non può farlo, e mi sa proprio che non vuole farlo. Il
punto di vita femminile qui non è neutro; sarà
dolce quanto vi pare, ma è così implacabile
nell&rsquo;indagine, nel perseguire il suo obiettivo per
raggiungerlo. L&rsquo;immaginario maschile ne esce a pezzi,
devastato. <br>
Ma ancora: c&rsquo;è la donna precaria in questo film?<br>
Certo
è la struttura del film a dirsi da sé precaria; in
questo caso chi fa il film sa cosa dice, e questo è quanto.
Chi fa il film sa quanto può essere difficile dire quello che
tutti sappiamo e viviamo tutti i giorni. Sa quanto sia difficile
restituirlo in una narrazione, epica o lirica che sia. Sa quanto sia
difficile, e questo è uno dei temi portanti del film, tenere
insieme in modo equilibrato, e dentro un ordine delle cose compiuto,
una riflessione esistenziale sull&rsquo;amore e sulle sue <i>invarianti </i>con
la possibilità di una tensione militante, oggi. Sa come
tuttavia questo sia il tema centrale dei nostri giorni, delle nostre
vite, dei nostri corpi. Sa bene quanto sia importante risolvere questo
nodo e pure lo affronta, senza paura. Da una parte una vita quotidiana
difficile e complessa, sempre giocata sul filo dell&rsquo;abbandono
e del distacco, dall&rsquo;altra una espressione militante
apparentemente disintegrata eppure, se guardi bene, ancora vitale. Il
film qui non vuole dare risposte, ed è un bene, semmai
presenta un metodo.<br>
La tenacia militante con cui i due filmaker
protagonisti, tra momenti di crisi più o meno profonde e
riflessioni politiche e surreali, continuano la loro inesausta indagine
sul precariato, che gli sfugge dalle mani e gli si confonde sempre di
più con la vita <i>tout court</i>, è la stessa con
la quale da queste parti da anni si cercano conferme e
novità, nuove pratiche e antichi modelli, invenzioni utili e
meccanismi da usare sul campo di battaglia. Il finale <i>quite happy</i>
in cui è proprio uno dei filmaker a innamorarsi
dell&rsquo;oggetto della sua indagine, e cioè la
protagonista del suo film, lo vogliamo quindi prendere, la regista ci
perdonerà, come un omaggio a tutti quei <i>cercatori </i>che stanno da questa parte. <br>
Il metodo è giusto? Continuiamo a cercare.<br>
------<br>
Foto di Stitch [filmed DNA], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Gianmarco Mecozzi				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-09				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il precariato Ã¨ femmina?</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/121_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Chi entra e chi esce				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=120</link>
				<description>				<![CDATA[<p>sto a guardia delle porte automatiche<br>
dell'aeroporto f&b con questa scusa<br>
osservo molta gente che le attraversa<br>
senza alzare gli occhi parlanti dentro i cellulari fidando nell'efficacia delle fotocellule<br>
della mia ineffabile guardiania<br>
<br>
sono diciamo mi sento dentro uno statuto pornosociale<br>
scritto all'inverso rispetto al secolo scorso<br>
tatuato in pancia nella spiritualità delle viscere<br>
direbbe dalì <br>
sono mi sento diciamo il riccio e la polvere <br>
un mommo nobile con bastone da finto cieco<br>
<br>
punteggiano il mondo diversamente<br>
in un entrospazio che darà loro presto ragione<br>
i voli intracraniali le memorie dei sogni in chip <br>
quando apriranno per sbaglio la portammano rotta<br>
del wc aeroportuale assantumeranno d'orrore <br>
alla visione dell'uomo seduto<br>
<br>
------<br>
Foto di babasteve [Ladakh: Ancient Monestary Door] con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Francesco Gambaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-08				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Chi entra e chi esce</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/120_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Corsi e ricorsi				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=118</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il protagonista di <i>Vogliamo tutto</i>, il romanzo di Nanni Balestrini dedicato al '69 operaio a Torino, è uno che continua a lottare anche quando il padrone lo licenzia. Come campa? Vive a casa di amici, per strada, per bettole, chiedendo soldi in giro. Ma in qualche modo campa, abbastanza per rompere i coglioni al padrone. Sempre meglio che cercare un altro lavoro e ricominciare a fare lo schiavo. Se fossi l'amministratore delegato della maggiore banca svizzera, l'UBS, o della Deutsche Banck, che hanno appena annunciato dieci miliardi di euro di perdite per la crisi dei mutui subprime, riprenderei in mano quel libro.<br>
Certo, sembra raccontare una storia un po' datata. I conflitti sociali, dal 1969, hanno preso altre forme, sempre più morbide man mano che lo sviluppo lo richiede. Nei paesi più avanzati, quelli che D'Alema chiama «normali», la lotta di classe è stata sopita con gli strumenti più subdoli. Sin dalla Grande Depressione, gli Stati Uniti hanno delegato alla finanza la gestione di tali conflitti. Se un operaio faceva fatica ad arrivare a fine mese non si rivolgeva al sindacato ma alla banca, che gli concedeva l'ennesimo prestito, a un rischio sempre maggiore. Così gli permetteva di comprare una casa, un'auto, un po' di benzina. In cambio, il poveraccio si sforzava di rigare dritto pagando le rate a fine mese. Prova a scioperare, quando hai un'ipoteca sulla tua casa, un mutuo per pagare gli studi ai figli e un altro per pagare le medicine alla suocera. Il metodo è potente, tanto che lo stavamo importando anche in Italia. Persino la palestra, da noi, oggi si paga con denaro preso a prestito.<br>
Ci stavamo giusto abituando a vivere con mutui più longevi di noi, quando dall'altra parte dell'Atlantico è arrivata la crisi dei subprime. Gli indebitati americani si sono dichiarati insolventi in massa, le loro case ipotecate non valgono più niente e le banche si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Peggio per loro? No: invece di fallire, le banche private oggi sono incredibilmente salvate dagli Stati. Il premier inglese Gordon Brown ha nazionalizzato la Northern Rock; Bear Sterns, altro istituto sull'orlo del fallimento, viene aiutata dalla Federal Bank americana (nei giornali statunitensi si parla di «fine del capitalismo»). Queste banche hanno fatto un lavoro sporco per troppo tempo: è ora che i governi si dimostrino riconoscenti. <br>
Ma quel modello di mediazione sociale è comunque saltato. I lavoratori americani non potranno più ricorrere ai mutui subprime. Se vorranno comprare una casa, dovranno chiedere ai datori di lavoro di aumentare i salari. Dovranno tornare a organizzarsi, scioperare, attaccare senza nulla da perdere, nemmeno i debiti. Loro ricominceranno a «volere tutto». Noi saremo al corso di Pilates, convinti di vivere finalmente in un paese normale.<br>
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Foto di The Joy of The Mundane [Red G Bend] con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Andrea Capocci				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-07				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Corsi e ricorsi</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/118_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Il nostro 11 settembre				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=117</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il paragone può sembrare eccessivo, forzato e fuori luogo. Da noi nessun Mohammed Atta, acquattato e mimetizzato per anni, ha preso lezioni di volo pronto a votarsi al martirio, nessun aereo si è schiantato contro San Pietro o  il Quirinale, nessun bin Laden o al Zawahiri ha rivendicato la jihad nel cuore della crociata cristiana in un video mandato in onda da Al Jazeera, profetizzando la fine di Satana e il trionfo dell'islam. Niente di tutto questo, neppure lontanamente. E per fortuna.<br>
Non c'è stato alcun evento «unico» che ci abbia sgomentati nel modo in cui l'America è rimasta sgomenta di fronte all'attacco alle Due Torri e al Pentagono, così inimmaginabile da non poter neppure trovare i sentimenti a farvi fronte.<br>
Il paragone con l'11 settembre perciò non va inteso alla lettera. Ma il «sentimento» di questo paese nei confronti della crisi economica, della sicurezza, e dell'immigrazione che ne è il complemento, può essere letto alla luce di quel «sentimento». E, soprattutto, di quelle reazioni. Di questa «delega in bianco» data alla destra.<br>
A noi è mancato lo stupore dell'eclatanza di un evento incalcolabile. Ma una serie di eventi ha raggiunto una «massa critica» tale da mostrarsi agli occhi degli italiani come un unico fatto, un unico attacco, un unico progetto. Ciò che ha messo assieme la percezione degli eventi, inanellandoli in un unico testo, fino a farne un discorso, il discorso della paura e del bisogno di porvi un argine, un argine di sicurezza, è stata una «sceneggiatura popolare» basata su una retorica semplice. Gli immigrati sono diventati i «nostri» fondamentalisti, le rapine e la violenza sono diventate il «nostro» terrorismo. <br>
Le elezioni del 13 e 14 aprile sono state l'occasione «democratica» per scaricare nell'urna del voto sentimenti di frustrazione, di rabbia, di vendetta. Che il rito abbia ora gestualità elettorali e comportamenti leggibili può essere una attenuazione della sconcia bestialità che ci è connaturata in condizioni simili. Ma la «carta bianca» che ha eletto la destra è carica di passioni sbrigative e spicce. È questo che intimorisce: la saldatura fra il potere politico e queste passioni.<br>
Il peggio deve ancora venire. Avremo il nostro «shock and awe», le nostre «guerre preventive», le nostre «Guantanamo», le nostre sospensioni dei diritti in nome dell'emergenza, le nostre «Abu Ghraib», e l'essere guardati con sospetto, additati come traditori se solo si obietta. Persino la voce di chi predica il vangelo è già adesso ascoltata con sufficienza. Una progressiva caduta nell'eccesso e nel grottesco, perché noi non abbiamo neppure la grandiosità dell'America nell'esser mostruosi: siamo piccini e meschini.<br>
Il peggio deve ancora venire. Non c'è alcun «agire politico» che possa in tempi brevi rovesciare il senso comune delle cose. Non c'è, ancora, alcun «racconto politico»  che possa in tempi brevi rovesciare il senso comune delle cose. E piuttosto che guardare in terra, pensare al «territorio», conviene guardare in alto, verso il cielo.<br>
Guardare il cielo senza pensare che possa solo essere solcato da aerei che vanno a schiantarsi sulle Due Torri.<br>
------<br>
Foto di Plamen Stoev [Devetashka cave], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flikr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-06				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il nostro 11 settembre</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/117_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Meglio tardi che mai				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=115</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Qualcuno comincerà a rendersi conto che le sconfitte elettorali del crudele aprile appena trascorso non dipendono dai misfatti di qualche rumeno ubriaco e dall'autolesionismo dei dirigenti della «sinistra» ma appartengono, con un tocco di saccente buffoneria in più, a un ciclo internazionale che richiede una qualche riflessione. Fra l'altro Ken Livingstone era molto meglio di Rutelli e Boris Johnson più implausibile di Alemanno. Ken il Rosso ha pagato per non essersi abbastanza differenziato dai laburisti ufficiali ed è rimasto sotto le macerie del loro crollo generalizzato. Lì sta la vera analogia con le vicende italiane. La lezione da trarre è piuttosto un'altra. Partiamo dal voto «utile», vecchio cavallo di battaglia di tutti i sistemi uninominali e di recente introdotto in gran spolvero in Italia. Voto utile significa due cose: primo, votare per il meno peggio, rinunciando a fedeltà pregresse e a ogni ideologismo, accontentarsi di una vaga prossimità; secondo votare per chi ha <i>chances</i> effettive di successo, tendenzialmente fra non più di due concorrenti. Gli inglesi hanno preso l'indicazione alla lettera: non ne potevano più dell'oltranzismo liberista e bellicoso di Blair e Brown e paradossalmente hanno deciso di premiare i conservatori, sperando che la novità fosse migliore della sempre più tetra conferma del passato. Inoltre hanno provato la carta del terzo partito, a tal punto che i liberal-democratici (ostili alla guerra in Irak e meno carcerari del New Labour) hanno scavalcato i laburisti, che adesso rischiano di essere penalizzati nelle elezioni politiche come destinatari di voti «inutili» per collegi uninominali a maggioranza semplice. Non hanno votato a sinistra o a destra, ma hanno punito l'abbandono di una tradizione riformista e la sfrenata incentivazione di una diseguaglianza che si è rivelati disastrosa sul piano economico e sociale. La gara sulla maggiore sicurezza e su chi è più xenofobo è stata regolarmente vinta dalla destra, secondo l'unico riflesso condizionato rimasto. Il micidiale mix di malinconia post-coloniale e deludente dissoluzione di una pratica socialdemocratica in una retorica dei diritti umani rischia di riprodurre senza limiti sconfitte del genere. La fine del modello blairiano è la disfatta del riformismo meritocratico, di cui Giddens era stato il riverito teorico e il nostro Ichino un isterico imitatore. L'altro modello - quello zapaterista - è stato solennemente rinnegato e del resto risulta impraticabile a causa del deficit organico di laicità del PD. Mica roseo il futuro per Veltroni.<br>
------<br>
Foto di E01 [London bus], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-05				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Meglio tardi che mai</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/115_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Il fantasma col sigaro in bocca *				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=113</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Sbancor aveva molte cose da dirci, il suo è un messaggio a più strati. <br>
L'ironia è la chiave essenziale per penetrare nel suo regno. <br>
Pensate al suo nome. Sbancor è la negazione dell'asservimento al dominio del denaro, la consapevolezza della menzogna implicita nel danaro, nell'economia. <br>
Ma c'è una venatura amara di consapevolezza nel suo stile discorsivo. Sbancor sapeva bene che il dominio dell'economia è tutt'uno con il dominio dell'ignoranza, e sapeva che l'ignoranza è interminabile, come Freud diceva della psicoanalisi. (Si tratta infatti dello stesso tema: l'analisi è il processo di liberazione dal nostro non vedere noi stessi. E il non vedere è costitutivo del nostro essere.) <br>
Come il rapporto di Sbancor con la banca, da cui peraltro pare traesse i mezzi del suo sostentamento.  <br>
Ricordo la sua relazione al Convegno di Rekombinant dell'ottobre del 2005. Fuori pioveva a dirotto, e il clima era plumbeo. <br>
L'intervento di Sbancor fu lungo articolato, documentatissimo, e tenne col fiato sospeso una sessantina di persone che stavano ad ascoltarlo. Non è vero, disse, che gli americani abbiano perso la guerra iraqena. L'hanno vinta perché il loro scopo non è quello di rendere il mondo più governabile, né di mettere le mani sul petrolio iraqeno. Lo scopo dei petrolieri della Casa Bianca non era tenere bassi i prezzi del petrolio, ma piuttosto il contrario. Lucrare sulla guerra e sul petrolio. Da questo punto di vista, diceva Sbancor, la Halliburton non ha certo perso la guerra. Tre anni dopo sappiamo che il prezzo del petrolio si è messo a correre, moltiplicandosi più di quattro volte. Quanto al costo della forza lavoro, disse quel pomeriggio, descrivendo davanti ai nostri il divenire prossimo del mondo, il dumping cinese sta producendo i suoi effetti sul potere di acquisto del proletariato internazionale. Nei prossimi anni assisteremo a un avvicinamento progressivo del livello salariale crescente degli operai indiani o cinesi e il salario calante degli operai occidentali. <br>
In questo quadro, diceva ancora, l'entità europea va considerata come un'entità economica, punto e basta. E la catastrofe italiana può ormai considerarsi compiuta. Quello che seguirà, diceva Sbancor nell'ottobre del 2005, (qualche mese prima del penultimo atto della tragica farsa italiota, la vittoria risicata del centrosinistra), quello che andrà a seguire, è scritto nelle cifre del debito, nel peso decisivo dell'economia criminale, nell'inesistenza di una classe dirigente di ricambio, perché le élite sono state distrutte, incarcerate, perseguitate, messe affamate, espulse, umiliate, esiliate. <br>
Come sappiamo, tutto quello che Sbancor ci ha detto in quel pomeriggio di ottobre, si è rivelato vero, parola per parola. Non faceva il profeta, ma semplicemente guardava alle cose con uno sguardo ironicamente disperato, o disperatamente ironico.  <br>
Tanto che talvolta mi viene un dubbio sullo pseudonimo che aveva scelto questo compagno e amico, di formazione consiliar-libertaria, woobly e antilavorista, lettore raffinato di letteratura e scrittore lui stesso. <br>
Non gliel'ho mai detto questo dubbio. Ora me ne rimprovero, avremmo potuto chiacchierarci sopra per un paio d'ore, e invece non gli ho mai chiesto: hai pensato a questa assonanza, a questa duplicità? Sbancor non suggerisce solo la negazione del dominio del danaro sulla vita umana, ma anche il nome della vittima della violenza idiota del potere. Una vittima invincibile, che non smette di ritornare, ossessionando il potere assassino. Ricordate il Banquo che MacBeth fa uccidere nel dramma shakespeariano? E ricordate che la vittima ricompare, come fantasma, al posto riservato per MacBeth? Così ora vedo Sbancor: come un fantasma che irride ai vincitori, perché sa bene che chi vince non vince niente, e l'importante è essere impeccabile. <br>
Col suo sigaro in bocca ripete la canzone:  <br>
<span style="font-size: 12pt;">«</span><i>Life's but a walking shadow; a poor player, <br>
That struts and frets his hour upon the stage, <br>
And then is heard no more: it is a tale <br>
Told by an idiot, full of sound and fury, <br>
Signifying nothing</i><span style="font-size: 12pt;">»</span>.  <br>
ben tornato, amico mio fantasma.  <br>
<br>
<b>[*] </b>Nei giorni scorsi è morto Franco Lattanzi, conosciuto come Sbancor. Comunista libertario, anarchico, wobbly, consiliarista, ha attraversato tutti i movimenti sociali dagli anni Settanta, con fare generoso diventando nel tempo una voce cara e ascoltata.<br>
Il funerale di Sbancor avrà luogo sabato 3 maggio alle ore 15, in forma privata, presso l'Abbazia di Fossanova, a Priverno. Ma siamo certi del fatto che a Sbancor sarebbe piaciuto essere ricordato anche in un luogo laico. Perciò i suoi amici e i suoi compagni si troveranno un giorno che presto decideremo e comunicheremo.<br>
Intanto DeriveApprodi ha deciso di mettere on line il formato .pdf del libro di Sbancor, <i>Diario di guerra - Critica della guerra umanitaria</i>. Lo potete scaricare con un link più in basso.<br>
--------<br>
Foto di VMPR [Incense smoke against a black sky], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Franco Berardi Bifo				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-02				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il fantasma col sigaro in bocca *</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/113_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Processo ai comunisti italiani				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=111</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Oltre trent'anni fa ciò che sarebbe accaduto apparve
chiaro e ineluttabile e senza che il prefigurarlo potesse arrestare il
corso degli avvenimenti.<br>
Quando ti è capitato in sorte di
trovarti a fianco (in famiglia, nel condominio, a scuola, in fabbrica,
nell'università, nell'informazione) il partito comunista
europeo più bigotto e ambiguo dell'occidente e assieme il
più grande, il partito forgiato da Togliatti e poi
tristemente inchiomatosi nella testa di Berlinguer, il partito
modellato a guisa di rinnovata chiesa della controriforma. <br>
Quando
hai faticato - durante i lunghi e gloriosi anni del grande sommovimento
sociale - a riconoscere da fuori coloro che pure conoscevi come eroi
della resistenza, come dirigenti operai e intellettuali intransigenti,
e hai inutilmente lavorato perché le nuove lotte e le nuove
idee contaminassero le coscienze e smuovessero dal basso gli equilibri
del partito-cattedrale. <br>
Quando questo stesso partito, nei cruciali
anni Settanta, ha scelto di stare dalla parte di ciò che
restava dello Stato e di salvare - ibernandolo - il sistema dei
partiti, ovvero di abbracciare l'affogato con sciagurato trasporto;
quando ha stabilito (con modalità leniniste? staliniane?
togliattiane? berlingueriane?) che la condizione per avere governi,
banche e monopòli fosse buttare a mare almeno un paio di
generazioni di giovani individui che avevano assaporato la gioia e
l'asprezza del cambiamento, delle sue allusioni e delle sue incertezze.
Prima isolarli e rinchiuderli nelle riserve del terrorismo, poi far
credere che il terrorismo fosse una reale minaccia per la democrazia e
creare un illusorio stato di nuova resistenza nei suoi confronti,
quindi prenderli uno per uno, infine condannarli a vita alla condizione
dell'invisibilità, per sempre.<br>
In quel momento, oltre
trent'anni fa, fu evidente che il partito comunista italiano aveva
finito di organizzare solo la prima delle tappe della distruzione di
qualsiasi progetto di cambiamento e di autovalorizzazione delle forze
produttive. Fu altrettanto evidente che il meschino compito di gestire
i passaggi sarebbe finito nelle mani di quelle misere creature nate per
partenogenesi nelle botteghe oscure del partito proprio negli anni
dell'aperto conflitto sociale, diventate i suoi nuovi dirigenti durante
e dopo la sedazione generale del movimento: Massimo D'Alema, Piero
Fassino, Walter Veltroni e altri meno nominati, incluso i sindacalisti.<br>
Anche
il militante meno disincantato e disperato, in piena repressione
poliziesca-picista alla fine degli anni Settanta, poteva valutare come
questa «conventio ad excludendum», questo ostracismo
eterno nei confronti dei protagonisti autentici del movimento avrebbe
anche comportato la rinuncia completa a un possibile ricambio del ceto
politico della sinistra italiana. <br>
Ignari della sciagura incombente
questi cardinali del nulla, questi gendarmi della conservazione si sono
rigirati per decenni sul corpo di quello che nel frattempo è
diventato con loro il paese più oscenamente retrivo e incolto
dell'occidente.<br>
Quanto il sistema dei partiti ha ceduto una prima
volta per mano dei giudici e dei leghisti hanno pensato, vere teste di
Lenin, di essere gli unici a poterne ereditare il ruolo insostituibile.
Hanno governato con il solo risultato di evocare il potere dei loro
avversari. Hanno gareggiato per elaborare programmi di governo
completamente equivalenti a quegli degli avversari, e spesso li hanno
fatti presentare da individui del tutto simili, talvolta persino
peggiori, di quelli schierati dagli avversari. <br>
In tutto questo
tempo non hanno mai rinunciato ad abbassare la guardia nei confronti
degli autonomi e di tutti i «terroristi degli anni
Settanta», a braccarli e isolarli se colti fuori dalla loro
riserva, a cacciarli dall'università, dalle piazze, dal
parlamento.<br>
Infine hanno consegnato l'Italia, proprio
nell'anniversario del movimento del '68, ai dirigenti
dell'«altro 68», quello della destra fascista, a
Fini, Alemanno, La Russa e Storace.<br>
Per ricominciare, e anche per
ritrovare lo spirito, c'è bisogno di una commissione che
istruisca un Processo di incriminazione del Partito comunista italiano
e sue successive modificazioni.<br>
-------<br>
Foto di tuco ct [Hg], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Franco Fratini				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-30				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Processo ai comunisti italiani</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/111_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Espiazione				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=110</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Ci siamo pentiti? Nient'affatto. Abbiamo fatto bene a votare quella
merda, ma ci è andata male lo stesso. Eravamo troppo
ottimisti, invece la stupidità è prevalsa perfino
sull'istinto di conservazione della sinistra. Il braccialetto
elettronico prima, dopo lo sconquasso ancora a lamentarsi che la
sinistra ha troppi limiti sulla sicurezza. Inutile, più lo
smuovi e più puzza. È riuscito a dirottare su
Alemanno cinquantacinquemila elettori, che nell'area comunale avevano
votato Zingaretti per la Provincia. Più centomila nuovi
astenuti. Un'intera città, per usare le medesime parole che
aveva usato per magnificare il proprio vantaggio dopo il primo turno.
Ma non ce l'abbiamo (solo) con lui, ma con chi ce l'ha mandato. Tutti
innocenti, gli altri fiorellini? Veltroni, che ha fatto il sindaco per
tanti anni, D'Alema, che gli ha tirato la volata finale, già
pronto a impallinare il rivale nel Pd? <i>¡Que se vayan todos!</i>
Per dirla educatamente. Ancora ci rigurgita dallo stomaco il loft, il
pullman, la rimonta, siamo a un'incollatura, Roma sta seduta su una
polveriera... E tutti a magnificare i geni della tattica, l'altro ieri
l'astuto Massimo, ieri il grande comunicatore Walter. Il Navigatore,
l'Africano. Il bombardiere dei Balcani, il cacciatore di Rom e Romeni.
Una disfatta dopo l'altra e mai nessuno che si dimetta e mai nessuno
che li cacci a pedate, come si usa in qualsiasi paese di normale
democrazia. Con quale coraggio accusano il Pdl di essere un partito di
plastica. Davvero equanimi: disprezzano Berlusconi e la Lega tanto
quanto Zapatero. Ovviamente agli antipodi, ma accomunati dal fatto di
essere vincenti. Il Pd mai, neanche per sbaglio. Magari una volta
sì, a Vicenza, ma solo perché si erano schierati
con un'intera città contro la base Usa, contro il governo
Prodi, contro la dirigenza Ds e poi Pd. <br>
-----------<br>
Foto di *L [Letras], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-29				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Espiazione</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/110_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Sommessa bestemmia sull'Italia che viene				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=107</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Nel film breve <i>La Ricotta</i> il personaggio del regista
(cioè Pasolini stesso), interpretato da Orson Welles, dice
dell'Italia che essa ha «il popolo più analfabeta e
la borghesia più ignorante d'Europa», e denuncia
l'uomo medio come «un pericoloso delinquente, un mostro [...]
razzista, colonialista, schiavista, qualunquista». Non
bastasse l'enunciazione, Pasolini fa doppiare Welles a Giorgio Bassani,
incarognito demistificatore della viltà dell'uomo medio che,
nascosto dietro le persiane, subisce passivamente gli eventi senza
prendere posizione. Per chi volesse (ri)vedersela, <a target="_blank" href="http://www.youtube.com/watch?v=GYLTM8__Xak"><b>la scena è su YouTube</b></a>.<br>
Sono passati 35 anni, Pasolini è morto ucciso da
«mano ignota», e le sue vesti se le sono giocate a
dadi progressisti da salotto e reazionari dell'ultim'ora, ciellini
ignoranti e critici illetterati. Così va il mondo, nel paese
del popolo più analfabeta d'Europa. Ma oggi Pasolini
rimetterebbe in scena quella denuncia? Per un intellettuale che
riconosceva nel reale la radice dei segni che esprimeva, credo proprio
di sì: perché gli italiani sono ri-diventati quegli
uomini medi di cui narrava il poeta friulano. Hanno smesso di essere un
«popolo», non essendo al contempo riusciti a darsi
un'identità condivisa. L'Italia è arrivata
storicamente tardi all'alfabetizzazione, come tardi è
arrivata al possesso di una lingua e un codice espressivo e culturale
comuni: cose che non c'erano nel Settecento, quando in Francia si
davano alle stampe sulle gazzette quelle idee sedimentate nei salotti e
nei club che in Italia si dissolvevano nella pubblica chiacchiera
all'aria aperta, in assenza di una società civile che
raccordasse socialmente, prima ancora che politicamente o
geograficamente, il guazzabuglio d'una<i> nave senza nocchiero in gran tempesta</i>.
Cose che nell'Ottocento non si esportavano con le armi sui battelli
partiti da Quarto, cose la cui assenza negli strati bassi si
è fatta strumento di controllo disciplinare tanto quanto la
divisione del lavoro tra città e campagna, tra nord e sud.
L'identità di popolo è stata <i>octroyée </i>dall'alto
da una borghesia élitaria, ed è stata prima subita,
poi accettata nella stretta del compromesso costituzionale dal
proletariato urbano e rurale.<br>
La rivoluzione culturale, politica, sociale degli anni Sessanta e Settanta ha rappresentato, nella sua <i>selvaggia anomalia</i>,
l'unico tentativo di autopoiesi di una cultura, un'identità,
un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte.
Poi, nella dissoluzione dell'Italia del <i>miracolo economico</i> in
un pulviscolo sociale rancoroso, privo del collante fornito dallo Stato
sociale e dalle grandi formazioni molari che cautamente frenavano con
un accorto <i>stop-and-go</i> la sovversione sociale, la paura diviene
il sentimento predominante, il minimo comune denominatore tra chi
proietta sull'altro da sé le proprie angosce. Al borghese e
al proletario si sostituiscono i diversamente precari e instabili
regimi identitari del padroncino sgomento dai processi di
globalizzazione e del lavoratore a contratto, precario a vita (e forse
oltre). L'uomo medio odierno, coi nani da giardino a guardia della sua
villa fondata sul mutuo a tasso esponenziale e sulla servitù
del franchising non è né chi sta nel mezzo del
sociale, né il mediatore tra l'alto è il basso:
è la media tra le molte non-virtù, il comune
sentire di un impasto di passioni tristi. La televisione dei talk show,
dei reality, delle risse fa alla coscienza etica di un intero paese
ciò che quattro black bloc hanno fatto a qualche vetrina a
Genova. L'indifferenza con la quale si interiorizza un modello che
invita a nominare, votare, escludere chiunque ci stia sulle palle dalle
case, dalle fattorie, dalle isole proietta all'esterno il vuoto
pneumatico delle coscienze di un non-popolo ridiventato passivo, e in
quanto tale in attesa degli uomini della provvidenza: della
transustanziazione politica di un coglione con la barbetta e le
stimmate fetenti di acido fenico a cui migliaia di rincoglioniti
venerano una riverenza che era un tempo dovuta a Francesco d'Assisi.
Non è un caso che il beato di Pietralcina, nella maschera che
ricopre il suo volto, condivida col meglio della soubrettistica
nazionale la miserabile materia di cui oggi son fatti i sogni: il
silicone.<br>
Un volgo disperso che nome non ha, diceva Manzoni, che in
cuor suo sarà anche stato reazionario, ma raramente mancava
il bersaglio. <i>Hic Rhodus, hic salta</i>.<br>
----------<br>
<br>
Foto di bitzcelt [The Nuts and Bolts of Electricity], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Girolamo De Michele				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-28				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Sommessa bestemmia sull'Italia che viene</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/107_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Roma. Ballottaggio				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=106</link>
				<description>				<![CDATA[<p><i>Ash to ashes</i>. Cenere alla cenere. Lasciamo riposare la retorica della convivenza civile insidiata, dei valori antifascisti da difendere, del Parco della Musica, di festival filosofici e tappeti rossi per l'industria cinematografica, delle notti bianche e cerchiamo di rimuovere sgradevoli ricordi di baciamani papali, registri mancati di unioni civili, assegnazioni caltagironiane di aree fabbricabili, demolizione di baracche fluviali con romeni annessi. Il problema è semplice. Vogliamo fare lavoro politico extra-parlamentare, vogliamo che il patrimonio edilizio sia disponibile per i senzatetto, vogliamo gestire centri sociali senza fronteggiare nel contempo aggressioni squadriste, ricatti polizieschi, sgomberi comunali. Alemanno ci scrive: mi fido di te. Il fatto è che noi non ci fidiamo di lui. Non è per niente stupido, a suo modo è un figlio del '68 (dall'altra parte) e per giocare il suo ruolo con la dovuta visibilità dovrebbe mixare populismo e repressione selettiva. Noi siamo i perfetti target di quella repressione. Non ci tira affatto. Al punto da indurci a votare nel ballottaggio un residuato di seconda repubblica. Tanto il concorrente fascio farebbe il baciapile e curerebbe gli interessi dei palazzinari come Rutelli. Con in più ronde, provocazioni e mano libera alla xenofobia. Proprio perché siamo radicalmente contro la rappresentanza, non facciamo questioni di principio sul voto. Non abbiamo votato la patetica sinistra arcobaleno con lo stesso spirito con cui  votiamo nel ballottaggio per preservare spazi di agibilità, per proteggere l'esodo dall'inseguimento del faraone. Solo che non possiamo aspettarci i flutti vendicativi del Mar Rosso. Dobbiamo arrangiarci da soli. Difenderci dai nemici e poi da quelli che stiamo appoggiando. Che fatica...<br>
-----<br>
Foto di voxphoto [ash Memorial IV], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-24				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Roma. Ballottaggio</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/106_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Meno male che Silvio c'Ã¨				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=104</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Ha funzionato. La chiamata a raccolta, l'«adunata» dei popoli intorno alle proprie bandiere e motivazioni, ha funzionato in queste elezioni. Lo schieramento, la polarizzazione hanno funzionato. Come in ogni elezione, ha giocato un meccanismo utilitario - il «voto di scambio» fra la delega e il ritorno delle promesse in termini di fatti e provvedimenti -, ma come in ogni mobilitazione, e questa elezione è stata caratterizzata dalla mobilitazione, ha giocato soprattutto un meccanismo identitario. Che è a doppia valenza: l'evidenza di ciò che si è e si vuole, il contrasto con ciò che non si è e non si vuole. Asciugate le simpatie, le possibilità, le curiosità, eliminati gli investimenti, i voti sono andati a incasellarsi e disporsi soprattutto sul principio della «forza».<br>
Ora, ci sono più netti e delineati un popolo di sinistra, un popolo riformista, un popolo di destra. I numeri sono lì.<br>
Ora, il popolo di sinistra - qualunque cosa possa significare quest'espressione -, dopo la batosta elettorale, sembra migliore dei suoi rappresentanti. Non che i suoi rappresentanti siano feccia, ma il popolo di sinistra, quel che è numericamente rimasto, mostra ancora maggiore generosità e disponibilità. Quelli contano e si ricontano le anime morte, questo è sbandato e ridotto al lumicino, ma il suo cuore malato batte ancora di fede. Coi rischi che questo comporta.<br>
Ora, il popolo di destra - qualunque cosa debba significare quest'espressione -, dopo il successo elettorale, sembra invece peggiore dei suoi rappresentanti. Non che i suoi rappresentanti siano paste d'uomo e persone per bene, ma il popolo di destra, quel che è numericamente diventato, mostra ancora maggiore crudeltà e rancore. Quelli contano e si ricontano gli interessi, questo è aggressivo e ha voglia di sentire il sapore del sangue. Coi rischi che questo comporta.<br>
Qualunque teoria, sociologica, economica, antropologica abbia provato a spiegare e raccontare i fenomeni strutturali, ideologici e di comportamento che hanno motivato in questi ultimi dieci-quindici anni lo slittamento a destra di questo paese - che repubblicano, democratico e di sinistra lo è stato davvero a fatica, diciamo così: a forza -, politicizzatisi nel sostegno incondizionato al berlusconismo e alla Lega di Bossi e al permanere di un rilevante elettorato missino e fascista, non ha mai voluto fare i conti col dato più reale, vero e concreto: una pancia e una testa apertamente conservatori, sconciamente reazionari, scompostamente e merdosamente cattivi. L'eclisse dello scontro tra classi, il crollo dei muri ideologici, le epocali trasformazioni produttive, la globalizzazione e e la finanziarizzazione e l'americanizzazione, tutto quel che volete, la società «liquida» pure, hanno lasciato e sedimentato soltanto una enorme massa di detriti in poltiglia fangosa: una plebe. La «rude razza pagana» che nella semplificazione dello scontro sapeva come spingere, valorizzare, ottenere i propri elementari interessi [salario, diritti, migliorie, cose], come «governare», si è sperduta nella complessità. Si è ritrovata plebe in una semplificazione rovesciata, il paradosso di chi contrasta i propri interessi in nome dello schieramento. Non vuole più di più, vuole solo mantenere quel meno che ha: è la propria risposta alla «crisi»: il trionfo della miseria.<br>
Berlusconi, i suoi soldi, il suo potere, il suo idiota carisma, le sue tv, il suo partito del predellino, il suo trapianto, le sue gag e il suo cabaret, e quant'altro; Bossi e le sue sparate del cazzo, i suoi fucili e le sue pallottole di poco prezzo, le sue ampolle e la sua secessione, i suoi eroi della serenissima e la roma ladrona, e quant'altro; ecco, loro non hanno «inventato» il popolo di destra. Questo, c'era di suo.<br>
Il popolo di destra sta qui e lì, sta ovunque, montante come una marea assatanata.<br>
Da dove venga, da chi sia formato [e i pensionati insicuri, e le villette dei brianzoli assaltate, e i commercianti rapinati, e i tassisti e i tabaccai, e i giovani che cercano sangue e terra, e gli operai che aspirano a diventare padroncini, e gli imprenditori tartassati, e i guidatori dei suv, e le cinture delle ex-città industriali inzeppate di immigrati meridionali assimilatisi ai padani, e le periferie delle grandi e medie città sempre più in degrado, e i nuovi immigrati che difendono la soglia acquisita e e e], davvero, chi cazzo se ne frega? Qualcuno, a sinistra, pensa di poterlo intercettare, neutralizzare? E come?<br>
Come i sindaci di centrosinistra, che, dove reggono, hanno «tenuto» per aver governato con prassi amministrative ispirate alle richieste di questa plebe dal rutilante nome di «cittadini»? <br>
Questo popolo di destra ha intercettato i suoi interlocutori e rappresentanti, ha dato loro mandato pieno. Se ne sente adesso autorizzato. Autorizzato al proprio odio. Pronto a tracimare.<br>
Il ciclo di quest'odio non sarà breve. E non ha argini. <br>
Perché schiantino, perché schiattino - popolo e rappresentanti di destra - ci vorrà un impatto durissimo. Come sempre è stato. Ma non so dire se è dietro l'angolo.<br>
----<br>
Foto di Eugenio Cappuccio, DeriveApprodi n. 23</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-23				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Meno male che Silvio c'Ã¨</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/104_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Mi dicono				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=103</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Mi dicono: non hai rispetto per le istituzioni, non puoi insultare un governo in carica. Rispondo: perché dovrei avere rispetto per chi non rispetta i miei figli? Per chi ha firmato un accordo sul welfare che non vede, non considera milioni di giovani che non avranno mai una pensione o una pensione decente? Per chi, non contento di questa e di altre «dimenticanze», mi propina quell'ignobile campagna di comunicazione dallo slogan «I giovani non devono più aspettare», che oltre al danno aggiunge le beffe? L'Italia, lo ha ricordato Draghi - ma pare che nessuno abbia colto il messaggio - ha i salari d'ingresso più bassi d'Europa, è il Paese con il minore rispetto per i giovani. Mi aspettavo che un governo di centro-sinistra dovesse almeno fare il gesto di averne di più.<br>
Mi dicono: questo governo ha ridotto il deficit, ha fatto pagare le tasse. Rispondo: è merito dei cittadini che hanno lavorato, prodotto e versato. I soldi sono loro, dei cittadini, che chiedono di farne buon uso, di spendere di meno per mantenere l'apparato politico-amministrativo e di più per dare servizi pubblici, possibilmente migliori. È un ragionamento analogo a quello che ha fatto risvegliare agli inizi degli anni Sessanta milioni di operai: «Siete voi che producete la ricchezza, siete voi la fonte del valore!» Se lo Stato ha dei soldi in più, è merito nostro. Se Berlusconi se li può godere quei soldi, è invece responsabilità di Padoa, di Visco, di Mastella.<br>
Mi dicono: ma come puoi sopportare che venga votata una come la Santaché, che ha fatto campagna elettorale con slogan del tipo «Non la dò a Berlusconi»? E voi, che così mi rimproverate, come avete fatto a sopportare una televisione di stato, un servizio pubblico, che da tempo dello stesso linguaggio fa uso corrente e lo spalma su tutti gli orari di ascolto, anche quelli riservati ai nostri nipotini?<br>
Mi dicono: non hai rispetto nemmeno per il presidente della Repubblica? Rispondo: certamente, ci mancherebbe, siamo in Italia e l'ipocrisia è d'obbligo, ma non capisco come si fa a lanciare anatemi contro l'«antipolitica» quando anche la scorta si fa largo a stento nella monnezza campana. È un problema di comunicazione, voglio dire.<br>
Mi dicono: allora, se tu fossi residente a Roma voteresti Alemanno? Rispondo: ci penserei, visto l'operato di Rutelli al ministero dei Beni Culturali.<br>
Mi dicono: sei passato dall'altra parte, allora? Rispondo: potrei pensarci, dopo aver assistito all'operato del ministro Bianchi in materia di trasporti - campo nel quale pare io abbia una qualche competenza.<br>
Mi dicono: adesso piantala con le battute, ragiona. Non potevano fare di più. Rispondo: si può perdere a testa alta e si può perdere nella vergogna. Hanno scelto la seconda strada. Intendo dire: quando ti accorgi che la situazione generale non ti consente di fare certe cose ma che il tuo elettorato ti ha chiesto di farle, le fai. Le fai proprio perché sei sicuro di perdere ma almeno dai un segnale, lanci un messaggio, segni una demarcazione, crei un'identità, dai slancio ed entusiasmo a quel tuo disgraziato Popolo che in tal modo ha ancora la forza di sperare che un giorno sarà meglio e lo fai come governo, perché se invece lo fai (anzi lo dici, bella differenza) come opposizione, chi vuoi che ti creda più? <br>
Mi dicono: secondo te quindi non hanno avuto abbastanza coraggio? Rispondo: no, è che sono fatti di quella pasta lì. <br>
--------<br>
Foto di Florian Braun [Ohne Titel, Berlin 2003], da babel 04</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Sergio Bologna				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-22				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Mi dicono</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/103_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				I vecchi finiscono sempre senza accorgersene				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=101</link>
				<description>				<![CDATA[<p>È alta siennò un metro e cinquanta<br>
Ha denti bellissimi perfetti<br>
Esce solo la domenica solo la domenica alle quattordici<br>
Non dirò come veste perché sennò<br>
Pensereste che io vorrei essere Harold e lei è Maude<br>
Siamo a palermo a piazza politeama il centro<br>
Dice che esce la domenica perché solo oggi si può camminare<br>
Dice che lei vuole camminare perché ha paura<br>
Che il suo corpo si fermi che le sue gambe<br>
<br>
Faccio questo giro <br>
Da dove abito in via candelai salgo per via maqueda<br>
Poi giro per piazza sant'oliva e il politeama<br>
Piano mi faccio via ruggero settimo e ritorno da via maqueda<br>
E sono praticamente arrivata<br>
Salgo e mi chiudo come una segregata in casa<br>
Perché alla mia età come posso difendermi da tutti questi neri<br>
Certe volte mi fermano io ho lavorato la pensione ce l'ho<br>
Mio fratello e mia sorella quelli che abitavano a palermo<br>
Se l'è chiamati gesù<br>
<br>
Parla un italiano perfetto come i suoi denti<br>
A volte colto ma gentile come spesso non sanno parlarlo gli uomini colti<br>
Soprattutto quando si trovano per strada<br>
Il suo secondo fratello lo ha perduto di vista <br>
È emigrato a torino il ragazzo con il diploma <br>
È successo che alla stazione ha incontrato un generale<br>
Gli ha detto che i suoi migliori anni li aveva passati in una caserma di palermo<br>
Gli ha dato un posto nella sua industrietta e lì è rimasto<br>
Non è più tornato ogni tanto però gli ritorna in testa<br>
<br>
Se non fosse stato per mussolini<br>
Non avrei avuto questo straccio di pensione<br>
Ho lavorato per quarantacinque anni non sembra vero<br>
E so ancora attraversare la strada da sola senza aiuto<br>
So ancora attraversare ma non riprendermi con la telecamera<br>
Che lo capisco che i vecchi finiscono sempre senza accorgersene<br>
<br>
Ha le orecchie così belle e sporche<br>
che stronzo <br>
gliele vorrei lavare<br>
------<br>
Foto di demona [In attesa], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Francesco Gambaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-21				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>I vecchi finiscono sempre senza accorgersene</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/101_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Noi, di questo paese				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=99</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Siamo quelli che non vedono il futuro, che dicono: «Quando
chiudo gli occhi e penso a me stesso tra dieci anni, non riesco a
vedere niente, non riesco a pensarmi più vecchio di come
sono».<br>
Guardiamo Amici di Maria De Filippi e ci
commuoviamo di nascosto quando Marco &ndash; il sardo &ndash;
alza la coppa e urla «Mamma! Non ci credo! È un
sogno!». Però abbiamo difficoltà a
confessare i nostri sentimenti; alcuni amici non capirebbero, anche se
poi guardano Uomini & Donne per sfottere i tronisti.<br>
Beviamo
bottiglie di Nero d&rsquo;Avola da otto euro, ma non ce lo possiamo
permettere. Qualche volta andiamo al giapponese, ordiniamo cotoletta di
maiale e California maki, una volta ogni quindici giorni <i>si può fare</i>.<br>
Compriamo «Repubblica» perché
così ci hanno abituato i nostri genitori, e perché
«certo Scalfari ragiona ancora bene»; qualche volta
scriviamo lettere a Corrado Augias per sfogare la rabbia &ndash; lui
non ci risponde &ndash; e guardiamo il video di un tizio che per
protesta corre nudo su un campo da baseball a Pasadena.<br>
Abbiamo
allargato le nostre percezioni varie volte. Abbiamo installato il nuovo
decoder Alice Home Tv. Abbiamo comprato un mobiletto Ikea. Ci piace
essere sincretici e accettare i compromessi della modernità.
Ci piace indossare scarpe Adidas ed evitare le Nike. Siamo andati a
qualche rave con animazioni meccaniche. Anni fa eravamo amici di uno
che pippava eroina.<br>
Utilizziamo la giusta dose di retorica quando
si parla di morti sul lavoro. I fascisti ci ripugnano perché
non sanno cos&rsquo;è la cultura. I leghisti ci sembrano
una nuova specie animale che la domenica veste tute Diadora. Ci
sentiamo migliori e vorremmo continuare a vederci tra di noi.<br>
Siamo
fuorisede che ascoltano musica salentina, Siamo travestiti che
frequentano Mucca assassina. Facciamo lavori interessanti, leggiamo
«l&rsquo;Espresso» sul cesso la mattina e
consumiamo grosse dosi di pornografia. Quando sentiamo il panico
vicino, facciamo cadere sulle nostre lingue il sapore dei fiori di Bach.<br>
Cerami per noi è comunque un personaggio della cultura.
Filippo Timi è bravo e c&rsquo;ha coraggio. Fabio Volo
dipende, ma alcuni non dispiace. «La Dandini invita sempre
personaggi interessanti». Abbiamo stipendi da settecento euro
e una monocamera con terrazzino che nostro padre ci ha comprato con una
parte della sua liquidazione. Per noi è importante conoscere
i retroscena delle cose. Michael Moore per esempio è da
stimare. Noi che negli anni Novanta leggevamo Pennac e ci riconoscevamo
nel marchio Feltrinelli, oggi scegliamo Montalbano e i noir di Massimo
Carlotto.<br>
Non siamo i soliti turisti. A Sharm el Sheik
d&rsquo;inverno ci puoi andare, ma è importante essere
diversi. Siamo newyorkesi, parigini, berlinesi, siamo quelli che non
amano le visite guidate. Andiamo al pub coi compagni di
specializzazione &ndash; per lo più stranieri
d&rsquo;impronta multiculturale &ndash; e usando il nostro
inglese elementare, facciamo a meno delle nostre differenze.<br>
Concordiamo con la classe dirigente di sinistra &ndash; ma anche di
centro riformista &ndash; che dà sempre la colpa agli
altri, quelli che non capiscono quanto siamo migliori. E diamo ragione
a Ezio Mauro quando trova motivi di soddisfazione: per esempio passi
avanti in termini di zero virgola qualcosa, o il coraggio di fare certe
scelte; siamo anche facce di cazzo con la riga a destra che amano la
semplificazione del quadro politico. Siamo noi, siamo in tanti, e
arriviamo a circa un terzo del paese.<br>
-----<br>
Foto di Meuschke & Blum da Jungle World, n. 5, gennaio 2008</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Cristiano de Majo				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-20				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Noi, di questo paese</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/99_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Coi piÃ¹ crudeli				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=96</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Ora che tutto si è risolto e si è dissolto, è almeno chiaro che gli uomini intenti, già da sabato scorso, a scambiarsi mail di lancinante derisione (una risata <i>ci</i> seppellirà) sugli aerei in partenza per il Nepal maoista e quelli che domenica si recavano con la testa bassa tra le spalle quadre a tatuare la propria paura sulla scheda elettorale, in questi anni non si erano mai incrociati neanche con lo sguardo - figurarsi con il pensiero. Il paese reale non difetta tanto di piazze - vuote e metafisiche - in cui calare, tornare e rigenerare il narcisismo ferito della rappresentanza, quanto di strade in cui alzare gli occhi su quelli che no, non sono noi. Nella patria terrestre del cattolicesimo romano il prossimo è una regola che si disincarna nella totale mancanza di eccezioni (proprio come richiede, in fondo, il razionalismo <i>isterico</i> di questo pontificato). Nella terra di elezione del fratricidio, l'odio non si è mai scambiato a quotazioni così alte sul mercato dei pubblici sentimenti - e mai nel contempo è apparso così stanco, così rassegnato, così privo di eloquenza e di entusiasmo: neanche il «ritorneremo» promesso (e sempre mancato) dai fascisti a Roma riesce a prendere il sapore acre e sanguigno del trionfo. Ora che hanno riscoperto il territorio e le frontiere, gli italiani sentono di non avere più la terra sotto i piedi, nel solenne momento del ritorno dell'identità - dell'ordine, del governo finalmente governato e non più solo governabile - scoprono che l'unico valore che li accomuna è l'individuazione bipartisan di un capro espiatorio: i poveri hanno raggiunto i più ricchi dei ricchi ai piedi della pira, nella speranza che il sacrificio dei più poveri dei poveri li riscaldi e soprattutto li risparmi. Alla fine dei conti hanno seguito l'indicazione di quella bambina ungherese che interrogata dopo la repressione sovietica del 1956 sul partito con cui si sarebbe schierata una volta grande rispose: con il più crudele, e alla domanda sul perché aggiunse «perché è quello che mi proteggerà meglio». Ma già l'odio è fiaccato dal sospetto di non bastare alla paura che, da brava paura della paura, è infinita e cava, più forte di ciascuno degli spettri chiamati a raccolta dal suo flauto di ossa. Chiuderemo le frontiere, purificheremo le strade, butteremo a mare tutti i loro che non sono il <i>noi</i> di una comunità costituita solo da impauriti e da ipocondriaci, da servi e da padroni legati da una nuova fedeltà feudale. Ma poi anche il nostro giardino recintato prenderà l'aspetto di un angoscioso deserto irto di minacce, una galera troppo stretta ma, misteriosamente ancora troppo vasta. E non è detto che «finalmente si potrà dormire» con la tranquillità dei morti, come auspicava la voce profetica (e amorosa) dei coniugi di Erba. <br>
-------<br>
Foto di Iguana Jo [barriera 2], sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Attilio Scarpellini				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-18				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Coi piÃ¹ crudeli</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/96_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Non Ã¨ un paese per moderati				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=94</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Un voto estremista di un paese estremo. Disposto a scorticarsi dalla pelle di una identità sempre più precisa ma non meno inquietante, l'imprimatur della solidarietà sociale vecchia come il Risorgimento. Improvvisamente darwiniano, con la crisi definitiva del voto cattolico ormai senza Dio, si affida alla spiritualità in bianco e nero di Borghezio e agli eroi di Dell'Utri. Un paese estremo per gesti estremi chiede estremismi istituzionalizzati. Chiede che si possa fare, che l'orizzonte sia limitato e protetto dai privilegi, dalla nascita, dalla razza. Dai soldi. I soldi prima di tutto. Soprattutto. Non c'è stato altro in questa campagna elettorale. Soldi, la metafisica del denaro che tutto ha risucchiato. La promessa di non pagare il bollo-auto ha centrifugato senza geografia ogni altro pensiero, perplessità, disgusto. Soldi bonus per fare figli, per amare, per genitori a tassametro, per coppie estreme che figli non ne vogliono, neanche a pagamento, libere di galleggiare senza zavorra, senza obblighi di solidarietà neanche di sangue, per riempire di niente il sogno del Suv. Un paese estremo tutto in superficie che ha provato un solo brivido nell'accostarsi trionfale alla vittoria, la gaffe di Berlusconi su Totti. Solo l'insulto alla fede di maglia ha gettato un'ombra. Non l'umiliazione precaria, il girone dei call-center, la promessa condivisa di lacrime e sangue che avrà per sempre i donatori di sempre, non la scuola di casta e nemmeno l'optional del distinguo culturale sull'abolizione della Resistenza. Totti. <br>
Molti sostengono che questo sia un voto verso la modernità, verso l'Europa. È vero. In tutto il continente scorie umane non hanno più rappresentanza. Vivono nel lato in ombra, senza numeri parlamentari, con consumi minimi di sopravvivenza non registrati dai sismografi dell'occidente. Nel suo giro di rivoluzione tra il 13 e il 14 aprile l'Italia si è liberata dal suo asse, ha tagliato le corde che la trattenevano alla sua storia di bene e di male, al suo percorso. Volteggia felice nel sole brillantissimo dei media. Ogni cosa è illuminata, ma io vedo deserto. E Bolzaneto.<br>
-----<br>
<br>
Immagine di Andrei Chehzin da naked punch</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				GiosuÃ¨ Calaciura				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-17				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Non Ã¨ un paese per moderati</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/94_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Bastonare il cane che affoga				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=92</link>
				<description>				<![CDATA[<p>La sensazione è di <i>Schadenfreude</i>*. Non li vedremo più, si spera, i Giordano, i Pecoraro Scanio, i Diliberto. Ma che razza di popolo è questo di Sinistra che li aveva votati, quelli e i loro luogotenenti locali? Oggi si tengono il capo e si stracciano le vesti ma hanno accettato di non pensare, di non ragionare, quando Berlusconi è stato eletto per la seconda volta. Avevano cinque anni di tempo per darsi una regolata, per cambiare squadra soprattutto. E invece hanno sperato nei magistrati, si sono incarogniti sul conflitto d&rsquo;interessi e si sono accucciati sempre più sotto l&rsquo;ombrello protettivo di Confindustria, leggendo ogni mattina con diligenza e devozione «la Repubblica». Così siamo arrivati al governo Prodi, uno dei più nefasti degli ultimi anni, il vero responsabile del risultato elettorale del 15 aprile. Guidato da uno che aveva già fatto pessima figura come presidente della Commissione europea, comandato da un contafagioli che passa per grande economista (Padoa Schioppa) e infestato da quella specie di paranoico fiscale che risponde al nome di Visco. Un governo con un ministro del Lavoro che chiude i cantieri non perché si muore ma perché così si aumentano le entrate dello Stato, che firma un protocollo sul welfare ignobile, dimenticandosi che ci sono milioni di giovani che non avranno mai una pensione. Un governo che aumenta le pensioni di &euro; 1,09 al giorno, equamente distribuiti tra la vecchina che non riesce ad alzarsi dal letto e i superpensionati. Un governo che si chiude in uno scenario appropriato, nell&rsquo;immondezzaio campano, su cui campeggia il repellente ministro dell&rsquo;Ambiente, da quella monnezza uscito.<br>
Veltroni è andato bene, si dice, che <i>score</i>! Ma che l&rsquo;atto di nascita del suo partito coincida con la più disastrosa sconfitta del dopoguerra nessuno lo dice?<br>
L&rsquo;arte della sopravvivenza molti di noi l&rsquo;hanno imparata dagli inizi degli anni ottanta, siamo i più avvantaggiati in un certo senso. L&rsquo;importante è non lasciarsi spingere a soccorrere i naufraghi. Hanno fatto pagare a noi e al Paese un prezzo spaventoso. Inossidabili, inviteranno al dialogo. Bastonare il cane che affoga.<br>
-------<br>
*Da wikipedia: <i>Schadenfreude</i> è un termine tedesco che significa «piacere provato dalla sfortuna dell'altro». Il termine deriva da <i>Schaden</i> (danno) e <i>Freude</i> (gioia). In tedesco il termine ha sempre una connotazione negativa. Esiste una distinzione tra la «schadenfreude segreta» (un sentimento privato) e la «schadenfreude aperta» (Hohn).<br>
<br>
----<br>
Immagine di Andrei Chehzin da naked punch</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Sergio Bologna				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-16				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Bastonare il cane che affoga</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/92_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Pomeriggio di un giorno qualunque				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=91</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Mio figlio mi urla dalla sua stanza che gli exit pool danno Veltroni
vincente, io sono in bagno per la consueta sosta postprandiale. Mi ero
riproposto di apparecchiarmi davanti alla televisione subito dopo. Un
po' resto sorpreso e un po' resto male: quella informazione in qualche
modo mi brucia la suspense. Non è che la contesa politica mi
coinvolga più di tanto ma un pomeriggio televisivo post
elettorale è comunque un bel passatempo. Penso, mentre vado a
posizionarmi: di solito le dichiarazioni di voto sono poco affidabili
visto che soprattutto l'elettorato di Berlusconi si vergogna di
dichiarare per chi vota; se non ricordo male facevano così
anche i democristiani. Infatti, non passano che pochi minuti e i primi
dati di previsione questa volta fatta sul campione ribaltano il
risultato. Da lì in avanti è un crescendo
berlusconiano con sostanziosi inserimenti leghisti. Precipita
«l'andiamo da soli» veltroniano e si estingue
qualsiasi possibilità di arroccamento dell'arcobaleno. Cerco
Ferrara - etica contro economia - ma non se ne trova traccia: sta
miseramente sotto la voce «altri». Ormai si sono
fatte quasi le cinque del pomeriggio, mi inizio a innervosire e forse a
annoiarmi. <br>
Chiudo la televisione e vado al lavoro in enoteca.
Lì la situazione è un misto di facce serie e di
facce divertite. Mi attacco con il primo che mi capita sbraitandogli
addosso che non c'è nulla di cui meravigliarsi dopo due anni
di terrorismo fiscale e di promesse di possibili prelievi direttamente
dai conti correnti bancari: cosa ci si poteva aspettare? Il consueto
scazzo pomeridiano continua sovrapponendo urla e posizioni sulla
contesa elettorale: si va da chi sostiene che mentre Berlusconi
è stato capace di sdoganare i fascisti, Veltroni non ha avuto
il coraggio di farlo con i comunisti, che quella della semplificazione
della politica non è una idea di sostanza ma di forma, che
pagare l'iva a valle invece che a monte era un cambiamento doveroso,
che l'incrocio con i giustizialisti di Di Pietro era peggio
dell'incrocio con i leghisti di Bossi, e così in avanti fino
a sera. Poi una volta a casa, a letto, prima di addormentarmi rifletto:
il meccanismo di questo paese è sempre lo stesso, sono tutti
eroi finché non c'è guerra, sono tutti per il
risanamento finché non gli mettono le mani in tasca, sono
tutti per la solidarietà di razza finché non ci
sono emigrati. È forse questa evidenza che ha capito
Berlusconi? Cosa cerca un venditore se non qualcuno che vuole comprare?
E ancora: cosa cerca la gente dalla politica se non la speranza di
sperare? Viviamo in un posto che sente parlare di crisi economica ma
che è ancora il paese europeo con il più basso
indebitamento privato e che ormai ha fatto l'abitudine al suo debito
pubblico. Tra un pensiero e l'altro mi addormento. <br>
Questa mattina
mia moglie con voce ancora assonnata mi sveglia chiedendomi: ma secondo
te, i voti dell'arcobaleno che fine hanno fatto? I comunisti sono
spariti, polverizzati da quella che chiamano semplificazione del quadro
politico. Chi avrebbe mai immaginata una fine così poco
gloriosa. La cosa non so perché mi irrita: urlo a mia moglie
che a me di questa elezione non me ne frega niente, che le cose vanno
come devono andare e che non ne voglio più parlare. Mi lavo,
mi vesto per la corsa del mattino e vado al parco. Quando torno, trovo
sul cellulare una chiamata di Lanfranco: richiamo e dopo una serie di
come stai, come non stai, mi chiede perché non mi fai un
pezzo di pancia sul post elezioni. Cerco di smarcarmi, dicendogli che
non so se sono in grado, se mi viene, ma lui insiste. <br>
Ed eccoci qua.<br>
<br>
-----<br>
Foto di berto [mesmerize], sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giancarlo Davoli				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-15				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Pomeriggio di un giorno qualunque</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/91_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Abbiamo vinto. Abbiamo perso. Mah				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=90</link>
				<description>				<![CDATA[<p>I dati, mentre scrivo, non sono ancora definitivi e riguardano solo
il Senato. Ma si tratterà, per quel che sembra, solo di
misurare l'entità della tracimazione berlusconiana e
l'eventuale tenuta del pd di Veltroni qui e là. Il quadro
generale sembra ormai assodato. Non erano assolutamente scontati i
dettagli di questo voto, e varrà la pena ragionarci.<br>
Esistono solo due partiti, non due grandi partiti e minoranze, ma
proprio solo due partiti, o meglio due partiti e alcune alleanze: il
quadro politico si è semplificato quanto alle rappresentanze
sociali, ma va complicandosi quanto alle rappresentanze territoriali:
la forza della Lega Nord è notevole, forse troppo pure per
Tremonti e Berlusconi; stavolta Bossi dovrà portare davvero a
casa qualcosa, e non poco, hanno i numeri. Di converso, il ricatto che
può esercitare Raffaele Lombardo e il Movimento per
l'Autonomia è meno significativo ma ha una sua consistenza ed
è probabile che assisteremo a una accentuazione di spinte
«sicilianiste», perché pagano e
perché giustificate dall'accentuazione delle spinte leghiste
che si verificheranno di sicuro. Un paese tirato di qua e di
là, di sopra e di sotto, non è una gran
prospettiva. Un paese governato da spinte reazionarie e razziste e con
un consenso elettorale così forte è un posto
tremendo da viverci.<br>
Il progetto di Veltroni non ne esce sconfitto,
il nuovo partito ha tenuto, anzi ha recuperato sul concetto del
«voto utile» e a parte la roccaforte delle vecchie
«regioni rosse» rimane tutto un quadro di
amministrazioni locali ancora significativo.<br>
Non ci sarà
alcuna grande coalizione e nessun veltrusconismo: Veltroni
dovrà fare la sua battaglia di opposizione. La situazione
economica internazionale non è facile nonostante tutte le
invenzioni di «finanza creativa» e di grida contro i
disastri del governo Prodi che per uno, due anni potranno servire a
rimandare le cose: la crisi c'è ed è grave.
Veltroni punterà al deterioramento definitivo del
berlusconismo, per la prossima tornata. La sua era una battaglia persa
in partenza ma tutto sommato il suo progetto non ne esce in bancarotta,
anzi. Che il pd finisca con l'avere il monopolio dell'opposizione
parlamentare è certo una cosa bizzarra.<br>
Quella che ne
esce sconfitta con tutta evidenza è la Sinistra arcobaleno.
L'accorpamento elettorale non ha pagato, anzi è stato
penalizzante: per chi ha voluto, con l'astensione [che è, per
quel che sembra, per la maggior parte sempre legata alla sinistra
più radicale] o il dirottamento a liste di minoranza o un
voto utile, punire l'esperienza della Sinistra nel governo Prodi,
manifestare la propria delusione è stato più
semplice. La scommessa fatta sulla sconfitta di Veltroni e un
contemporaneo proprio successo, o quanto meno una tenuta dignitosa, per
ribaltare la situazione in una ripresa di dialettica delle sinistre
è andata a farsi benedire.<br>
Non c'è da rallegrarsene, stante il quadro generale, ma questo è.<br>
Forse è davvero il caso di tornarci a ragionare. Presto.<br>
-------<br>
Foto di madelinetosh [Vote: Umoja Colorway], sotto licenza Creative Commons, da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-14				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Abbiamo vinto. Abbiamo perso. Mah</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/90_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Lo spirito del nostro voto				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=87</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Gli esichiasti &ndash; e chi cazzo sono? Voi non lo sapete, ma lui, il Presidente, che sul monte Athos c&rsquo;è stato (con aereo governativo), li conosce. Dal greco <i>hesuchia</i>, pace interiore: sono monaci che praticano silenzio e preghiera incessante. Sono «una tendenza culturale», come i punk, che hanno altri stili di vita. Come i punk-a-bestia, che inoltre posseggono cani un po&rsquo; ringhiosi. Come i comunisti. Una tendenza fra le altre, sostiene Bertinotti. Magari vanno presi con le molle, ma sempre acculturati sono.<br />
La sinistra è indispensabile &ndash; sostiene ancora Bertinotti &ndash; perché, senza di essa, riformista o radicale che sia, la conflittualità sociale diventa incontrollabile e dunque fa danno all&rsquo;intera nazione. Esatto, proprio ciò che induce a riflettere sull&rsquo;utilità di una sinistra che dovrebbe «trattenere» la lotta di classe come fosse l&rsquo;anticristo. Dopo, non dimentichiamolo, è prevista la fine del mondo.<br />
Entrambe le affermazioni hanno suscitato vivaci proteste nella galassia arcobaleno, dove tutti riscoprono il comunismo e la lotta di classe una volta estromessi dal governo. Se continuano così, arriveranno fino alla santa violenza proletaria e al sol dell&rsquo;avvenir. Più rozzamente si sente aria di scissione in SinArc. Qualcuno vuole mollare il comunismo e qualcuno vuole restaurarlo. Due scelte entrambe perdenti. Attendiamoci una bella contesa su sedi, simboli e giornali. Altro che apocalissi e resurrezione della carne.<br />
Titoli di coda. Gli esichiasti sono persone rispettabili e di non comune spessore teologico. Adoro il piercing e i punk hanno prodotto musica eccelsa. I punk-a-bestia sono alquanto insopportabili, ma almeno non bivaccano tutte le notti a Porta a Porta. Lo spiritualismo della sinistra di lotta e di governo è invece ridicolo e dannoso. Quando l&rsquo; Abbà Arsenio (e ridagli con gli esichiasti!), che ancora abitava nel palazzo imperiale, si rivolse a Dio pregandolo di mostrargli la strada che conduce alla salvezza, una voce gli rispose: «Arsenio fuggi gli uomini e sarai salvato». Oggi magari bisognerebbe fuggire la sinistra. Una certa sinistra.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-11				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Lo spirito del nostro voto</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/87_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Da che parte Ã¨ il Tibet?				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=84</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Chiaro che dei tibetani, monaci o laici così come prima dei birmani ai grandi mezzi di comunicazione di massa e alle strutture tipo Reporters sans frontières importa fino a un certo punto. La campagna sui diritti umani scatta in sospetta concomitanza con troppi interessi a mettere in difficoltà la non incolpevole Cina. Già, ma da quale da quale pulpito la si critica? Da quello francese, impareggiabile per la politica africana e per il ruolo di Bernard Kouchner in Kossovo, da quello del macellaio Bush o di Blair inviato del quartetto in Palestina? L'ipocrisia delle guerre umanitarie rende implausibile qualunque condanna, tanto più che sono evidenti i veri motivi per cui la si emette, in sostituzione di misure concrete che sarebbero insostenibili a causa delle relazioni commerciali e debitorie di Usa ed Europa con la Cina. Il vero punto critico è questo: il ruolo della Cina (e in misura minore della Russia e dell'India) è al momento quello di contrastare l'egemonismo americano, anzi di star modificando l'assetto monocentrico dell'economia mondiale in una direzione policentrica, cui ancora solo parzialmente corrisponde un riequilibrio tecnologico e militare. Questo è un fatto enormemente positivo e contro questo si dirige in sostanza la campagna di protesta. Perché altrimenti non si boicottano le iniziative sportive o culturali Usa, che intende occupare l'Irak a tempo indefinito? O perché si stigmatizzano con indignazione le proposte (poco intelligenti, peraltro) di boicottaggio di Israele alla Fiera di Torino? Ciò non toglie che il capitalismo cinese sia feroce nei confronti dei propri proletari e contadini, che lo Stato cinese non riconosca elementari diritti civili e politici, che si manifesti un imperialismo locale nei confronti delle minoranze nazionali e dei dialetti, omologati allo standard pechinese (brutto segno). Ma chi è autorizzato a protestare? Solo un movimento di lotta lo può fare, non per solidarietà esterna o per speculazione obliqua. Ricordiamo la citatissima Olimpiade di Città del Messico, 1968 appunto. Furono gli atleti, in nome del loro movimento, il Black Power, a spezzare la pace olimpica sul macello di Tlatetolco e a portare la contestazione con il saluto sul podio a pugno chiuso immortalato nella foto-simbolo di quell'anno. Da dentro il ciclo delle lotte, dunque. Vale ancora. Il resto è spettacolo.<br>
------<br>
Foto di It&rsquo;s Tony [road to lhasa], sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www,flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-10				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Da che parte Ã¨ il Tibet?</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/84_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Dove batte il cuore				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=83</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Quattro bambini hanno perso per due volte il padre. Il primo,
suicida a 33 anni, ha donato il cuore a un uomo che ha poi sposato la
loro madre e è stato loro accanto fino all'altro ieri, per
dodici anni, prima di suicidarsi anch'egli, nello stesso modo: un colpo
di pistola alla gola.<br>
Se miociti, atri e ventricoli hanno un'anima,
allora si può pensare che il cuore abbia voluto seguire i
propri figli, vederli crescere, lui, organo che ha molto più
a che fare con una pompa idraulica e con un impianto elettrico che con
le teorie romantiche o sentimentali spesso attribuitegli, innamorandosi
della stessa donna a cui il suo primo ospite era sposato.<br>
Sonny
Graham, 69 anni, suicida a Vidalia in Georgia, trapiantato nel 1996 del
cuore di Terry Cottle, è descritto nei tabloid americani che
impazzano dietro al caso di cronaca come un uomo generoso, sempre
disponibile, pronto ad aiutare tutti. Nessuno stupore allora che, dopo
l'intervento salvavita, abbia cercato e contattato la moglie del
donatore, prima scrivendole lettere e poi andandola a incontrare di
persona. «Mi sembra di conoscerla da sempre»,
è la frase ripetuta ai giornalisti in occasione delle nozze,
pochi anni dopo.<br>
In un mondo che, secondo le migliori previsioni,
entro poco arriverà a trapiantare tutto, è un fatto
come un altro. Potremo anche continuare a chiamare il trapianto di
cervello «trapianto di corpo», come a salvaguardare
la gerarchia di una parte nobile, una ghiandola pineale da cui tutto
deriva, anima, sentimento o poco importa. Ma forse ci dovremo abituare
a che gli organi o le cellule ogni tanto vadano dove preferiscono, a
scapito dei generosi proprietari. Della moglie la cronaca dice poco. <br>
Si presume che il cadavere del secondo marito verrà sepolto vicino alla famiglia, nessun organo escluso.<br>
------<br>
<br>
Foto di Carbon NYC [broken heart], sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Domitilla Di Thiene				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-09				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Dove batte il cuore</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/83_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Preferenze				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=82</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Se vi è un rimprovero all'attuale legge elettorale, come noto considerata bruttissima anche da coloro che l'hanno fatta, che accomuna tutti, da Beppe Grillo ai più paludati commentatori di quella che un tempo si sarebbe chiamata la stampa borghese, è il fatto che l'elettore sia costretto a votare solo il partito senza poter esprimere una preferenza sul candidato. Naturalmente è comprensibile che venga sottolineato questo aspetto perché sembra confermare l'arroganza della casta politica che vuole decidere gli eletti senza offrire agli elettori una possibilità di mandare un candidato di fiducia in parlamento. Non conosco nessuno che non sia indignato per questo aspetto, salvo un mio lontano cugino, uomo eminentemente pratico dedito alla produzione e al commercio caseario d'altura nella provincia di Bergamo e Brescia, che mi faceva notare che questo sistema elettorale rendendo superflue le spese per la campagna elettorale personale dei candidati fa diminuire il numero di parlamentari che hanno contratto grossi debiti personali per sostenerla e dunque sia il peso parlamentare dei loro creditori sia la propensione dei parlamentari a trovare accomodamenti per ripagare questi debiti o risparmiare un gruzzoletto per la successiva tornata. <br>
Comunque è vero che non poter esprimere la preferenza del candidato è una riduzione di uno spazio di democrazia, solo che ciò avveniva anche con la legge elettorale precedente senza suscitare tutte queste proteste; infatti alle elezioni politiche, prima del 2006, si votava con un sistema uninominale maggioritario che imponeva che i partiti o le coalizioni presentassero un solo candidato per collegio: dunque l'elettore di Asti o di Benevento poteva votare solo per il tizio che il partito o la coalizione avevano deciso di presentare in quel collegio. Nell'opinione pubblica però non si parlava d'imposizione, ma di «duelli» che contrapponevano il candidato dell'una e dell'altra coalizione, dell'uno o dell'altro partito: era troppo emozionante pensare al risultato del «duello», che forse avrebbe avuto un esito sulla squadra di governo e in ogni caso sulla competizione elettorale, per pensare che si doveva scegliere tra due tizi messi lì dalle segreterie di partito e portati a riempirsi di debiti per sostenere la propria candidatura individuale. Forse verrebbe da dire che in verità il maggior guaio di questa legge elettorale è che priva il pubblico di «duelli» e a leggere i giornali si può notare una nostalgia, un rimpianto simile a quello che provano per esempio i tifosi di una squadra di calcio quando sanno che in quella stagione non ci sarà il derby oppure che la propria squadra non parteciperà alle coppe europee. <br>
La competizione elettorale con le sue sane regole agonistiche, la squadra di governo, i «duelli» o «scontri diretti», in Italia abbiamo anche le campagne acquisti: è chiaro che la politica è il campo d'applicazione privilegiato della tecnica di comunicazione sperimentata nel mondo sportivo; anzi se non ci fosse una mentalità sanamente agonistica nel paese, un'abitudine nell'elettorato a seguire le grandi gare sportive e a conoscere le convenzioni del giornalismo sportivo e del tifo calcistico, non sarebbe possibile avere una vita politica degna di questo nome. Personalmente ritengo che vi sia un tasso di astensionismo più elevato tra coloro che non seguono lo sport. Il linguaggio e la logica dell'agonismo sportivo hanno il ruolo di ricordare in maniera simbolica l'agone politico che oggi non c'è più, così come le proteste mediatiche contro la casta politica hanno lo scopo di deviare l'attenzione dalle scelte reali che essa fa all'astio per i privilegi che si concede. Ma soprattutto l'aspetto più importante della cultura sportiva è il valore simbolico della vittoria in se stessa: quale esempio più chiaro del campionato di calcio dove si spendono soldi, energie e parole per potersi fregiare l'anno successivo di un semplice scudetto tricolore sulla maglietta. <br>
In Italia vanno così anche le elezioni, chi le vincerà non è detto che governerà veramente, ma si potrà fregiare del titolo di vincitore delle elezioni. Ancora una volta non c'entra nulla l'attuale legge elettorale che renderebbe instabile il parlamento ( nelle elezioni dal 1994 in qui, con l'eccezione del 2001, a Camera e Senato i risultati sono stati sempre differenti, come è ovvio che sia, visto che i due rami del parlamento sono eletti da due corpi elettorali differenti, benché abbiano gli stessi poteri e funzioni), ma c'entra il fatto che in Italia solo l'instabilità del sistema politico produce la stabilità delle scelte di sistema, perché solo l'instabilità crea l'emergenza nella quale si possono imporre scelte che altrimenti non sarebbero mai passate. Spesso i liberisti ingenui della stampa nazionale e internazionale, di quella di sinistra e di destra, tuonano sui guai dell'instabilità politica italiana, ma farebbero meglio a chiedersi a che cosa gioverebbe ai loro editori e agli amici dei loro editori avere governi stabili in Italia che sarebbero costretti, per mantenere il consenso elettorale, a usare i pochi poteri che restano a un governo per fare politiche di tamponamento degli effetti del liberismo selvaggio.</p>
<p>-------</p>
<p>Foto di nofrills, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giorgio Mascitelli				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-08				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Preferenze</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/82_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				VirzÃ¬ in affanno				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=79</link>
				<description>				<![CDATA[<p>È stato scritto che l'ultima fatica di Virzì <i>Tutta la vita davanti</i> è un film sul precariato. È stato scritto che si tratta dell'eroicomica odissea del precario italico di oggi. È stato detto che è proprio così che vanno le cose oggi in Italia. È stato confermato da tutti che sì è proprio così: è esattamente così. Vedendo il film, da precario di periferia, si ha una strana sensazione di <i>déjà vu</i>: già visto, già detto. Diciamolo chiaramente: il film di Virzì è in ritardo clamoroso. <br>
Si dirà: l'arte è sempre in ritardo e il cinema non fa eccezione. L'arte si limita a registrare, rimasticare <i>artisticamente</i> e poi restituire il suo prodotto finito, per forza di cose dunque, in ritardo rispetto alla realtà, ai conflitti che la governano così come alle allegrie e ai dolori che la arricchiscono. E sarà pure vero.<br>
Tuttavia: c'è ritardo e ritardo. <br>
C'è, per esempio, il ritardo storico e maledetto dettato dall'esigenza di approfondire l'analisi della fase cui si prende parte e c'è il ritardo colpevole di chi ha bisogno di fare dimenticare alcune cose a qualcun'altro. C'è poi il ritardo per inedia tipico di chi vince e c'è il ritardo per cattiveria caratteristico di chi perde.<br>
Per capire il ritardo di Virzì basterà osservare per un secondo uno dei suoi personaggi più riusciti: il sindacalista della Cgil interpretato dal sempre gagliardo Valerio Mastrandrea. Solamente un occhio in ritardo può rappresentare oggi un sindacalista in siffatto modo: simpatico, battuta pronta e donnaiolo, un po' sfigato ma tutto dentro al conflitto maddai in fin dei conti è uno dei buoni, diciamolo dai: è sempre uno di noi. <br>
Sarete tutti d'accordo, e scusatemi se lo devo ripetere: la Cgil non è una spettatrice impotente della situazione del precariato di oggi. La Cgil è una delle organizzazioni, insieme ai soliti noti che non sto a ripetere, che ha sapientemente costruito quello che oggi loro stessi dicono di combattere come precariato. Ancora una volta dunque, e tutti insieme: Cgil non è impotente ma corresponsabile. Ancora oggi, aprile 2008, non è che Cgil non può impedire l'ipersfruttamento subito dal precariato contemporaneo: è che non vuole impedirlo. E in più e soprattutto, caro Virzì ma dove vivi: non si è mai visto uno della Cgil che rimedia tutte ste donne né la precaria protagonista né tanto meno la splendida bionda futura escort, maddai. <br>
Il ritratto di questo sindacalista vuole dire che Virzì ha abitato sulla Luna negli ultimi quindici anni. Oppure Virzì non è stato sulla Luna, ché dalla Luna si vedeva benissimo quello che faceva la Cgil, ma su Delta56 da dove nessuno ma proprio nessuno si è accorto di quello che stava accadendo in Italia perché non importava a nessuno. Forse a Virzì non importava quello che stava accadendo o forse ha chiuso un occhio ecchesaràmai.<br>
Ecco dunque di che tipo è il ritardo di Virzì. È il ritardo di chi ha chiuso un occhio quando il precariato veniva battezzato da padroni e sindacalisti insieme. O è il ritardo di chi ha vissuto per quindici anni su Delta56. È il ritardo di chi a forza di chiudere occhi è rimasto cieco, ma solo per un breve periodo. È il fenomenale ritardo di chi stende il suo personale velo di <i>pietas</i> su tutti i protagonisti della eroicomica vicenda: dalla <i>caporala</i> squallida e coatta (una strepitosa Sabrina Ferilli nella sua seconda migliore interpretazione dopo la leggendaria legionaria romana al Circo Massimo per lo scudetto giallorosso) al padrone malato e infelice (un Massimo Ghini, nonostante gli intenti di Virzì, disgustoso e per palati forti), dal compagno della precaria protagonista, ambiziosetto e individualista (il mai dimenticato protagonista di <i>Ovosodo</i> operaio che chissàcome c'aveva qualcosa che non gli andava né su né giù ma cosasaràmai?), alla collega pischella umiliata e derisa (la ricordavamo nella parte della sorella devota del dottore de <i>La meglio gioventù</i>, massì quella che sposa l'economista illuminato e perseguitato dai rossi e che è pure un personaggio positivo). <br>
Eccolo qua dunque il bel ritardo di Virzì: un ritardo che è anche una triste illusione. L'illusione, antica e insieme contemporanea, in cui per governare i conflitti, della nostra vita complicata come della nostra società complessa (do you remember, Walter?), basti, come pure sussurra la madre alla protagonista nel sogno della sua morte, andare a tempo nel gran valzer, rigorosamente a due tempi, dell'Italietta di oggi. Una illusione contemporanea e molto, molto italica. Una illusione, questa sì, senza nessun futuro.<br>
-----<br>
Foto di sun dazed, su licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr </b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Gianmarco Mecozzi				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-07				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>VirzÃ¬ in affanno</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/79_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Grasso che cola				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=78</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Alla fine il teatrino scialbo e stanco di questa inguardabile campagna elettorale ha trovato il livello dello spettacolo che merita. Un assai pasciuto teleimbonitore e direttore del giornale pagato dalla consorte del sicuro candidato alla presidenza del Consiglio tenta la trita <i>performance</i> nella piazza di quella che fu «città rossa» e altrettanto pasciuta. Come in una sovraeccitata «prima» teatrale riceve in cambio fischi, ortaggi e uova da ragazze/i che poi reagiscono alle randellate dei «tutori dell'ordine». Verrebbe da dire: «Hai voluto la prova di forza edipica di mostrare il tuo baraccone anti-abortista nella città dove il partito che ti ha formato mantiene il &ldquo;suo ordine&rdquo;? Beh ora raccogliete i cocci! Da bravi!»<br>
Perché le ragazze e i ragazzi di Bologna se li è covati Cofferati ora, come nel '77 il Pci di Zangheri e del medesimo pasciuto direttore di cui sopra. Questa <i>Bolognademerda</i>, come ce la racconta splendidamente Dario De Roma, «dove non si può bere dentro e fumare fuori, la Bologna di Cofferati, questa Bologna in mano ai vigili urbani, questa Bologna dove non se po' fa più un cazzo». E le giovani generazioni che non vogliono stare al gioco, quando possono restituiscono la pariglia; non c'è modo di fare altrimenti, per quei movimenti inascoltati, che «tornare come fantasmi urbani ansiosi di distruggere le mura chiuse della città che li tiene prigionieri» (per dirla con Manuel Castells).<br>
Questo insopprimibile diritto alla contestazione, anche rumorosa e performativa, produce ondate di «solidarietà» alla pingue vittima: dal neo-democristiano che «io amo Ferrara», all'ex leader <i>lottacontinuista</i> che sparla di intolleranza. Quindi le/i post, ultra o neo comunisti &ndash; che siano sindaci, giornaliste, politicanti &ndash; reagiscono come un sol uomo in difesa del vecchio compagno, in nome della sempreverde «agibilità democratica» degli ultra-garantiti al diritto di parola, contro l'esclusione e la rabbia dei senza voce. <br>
Come non essere ancora una volta e forse per sempre dalla parte delle bambine e dei bambini cattivi e ingovernabili che vorrebbero mangiare vecchi e nuovi comunisti?<br>
<br>
-----<br>
Foto di theparadigmshifter, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Peppe Allegri				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-04				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Grasso che cola</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/78_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Ognuno ha il capitalismo che si merita				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=75</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Dice il presidente, l&rsquo;ex presidente, Prato che «su
Alitalia pesa una maledizione e che solo un esorcista può
salvarla». È un&rsquo;idea: ci si può
rivolgere a padre Milingo o organizzare un viaggio aziendale a
Pietrelcina: tutto sommato, non suona più bizzarro e
esoterico delle proposte fin qui avanzate negli anni dalla gestione
Alitalia.<br>
L&rsquo;Alitalia è la madre di tutte le
battaglie di quel capitalismo pubblico che ha improntato lo sviluppo
italiano. E in cui si sono impastoiati tutti gli schieramenti e tutte
le rappresentanze, di destra, di sinistra, banche, imprenditori,
sindacati. Solo che la guerra è già finita e
è rimasta la battaglia. Non da mo&rsquo;, il capitalismo
pubblico italiano è in dismissione, fallimento,
cartolarizzazione, svendita ai privati, rifinanziamento a costi
proibitivi saccheggiando ulteriormente il denaro collettivo. Negli anni
d&rsquo;oro, quando tutto tirava, la costituzione di feudi e
privilegi dentro i rivoli di quel grande flusso di finanziamenti che
produceva comunque crescita sociale erano sopportabili. Quando le
vacche sono smagrite, sono rimasti solo i guai. <br>
Così, a
uno Stato che ha deciso da tempo di farsi da parte &ndash; vendendo
per fare cassa o per evitare aggravi di bilancio &ndash; e che cerca
una soluzione di «mercato», ovvero a lacrime e
sangue, si contrappongono proposte dettate in nome di
«rappresentanze» &ndash; la Lombardia, il Nord, i
lavoratori, gli azionisti, la Patria &ndash;, in intreccio e
sovrapposizione, uno «spezzatino» indigesto.<br>
E
quindi, via alla fantasia: l&rsquo;intervento della Fintecna
cioè la finanziaria del Tesoro, la cordata italiana, la
soluzione del decreto Marzano-Parmalat, purché sia ancora il
denaro pubblico a pagare i conti e i debiti. <br>
Secondo me, si
potrebbe provare a proporla a Ricucci, l&rsquo;Alitalia. Ricucci,
quello di Anna Falchi, della scalata al «Corriere»,
dei soldi a palate fatti con gli immobili e la Banca di Roma. Quello,
per capirci. Magari se la prenderebbe. <br>
-----<br>
Foto di mai lirol poni, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-03				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Ognuno ha il capitalismo che si merita</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/75_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Bagagliai				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=71</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Se respiri col naso<br>
Non capisci se qualche ora o i pochi minuti<br>
E ti perdi in una strana forma di coraggio<br>
<br>
Se respiri col naso<br>
L&rsquo;odore del nastro di plastica<br>
Ti sale dalla bocca come un profumo<br>
<br>
Se respiri col naso<br>
Dimentichi le orecchie<br>
E le bande di clacson lontane<br>
<br>
Non sento forse penso di sentire voci<br>
Fuori dal bagagliaio deve essere ancora il mio mondo<br>
Non c&rsquo;è più mia figlia ma loro che fumano<br>
<br>
So che sono chiusa in questo non posso dire<br>
Non ci sono cose straordinarie tutto è normale<br>
Ho chiuso io me stessa nel bagagliaio<br>
<br>
So anche se non posso dirlo bene<br>
Che chi corre più veloce<br>
È come avesse un piacere riservato<br>
<br>
Ciclisti in qualche modo si nasce<br>
Si è come dentro un bagagliaio<br>
Senonché la velocità ci prende<br>
<br>
Sono figlia di quello che mi merito<br>
Dei miei sacrifici sui pedali<br>
Degli ingiusti finali<br>
<br>
È una cosa che mi passa per la testa<br>
Da ubriaca per fame d&rsquo;aria<br>
Nel giro della morte di questo bagagliaio chiuso <br>
<br>
So raccontare così questo<br>
Come il non scritto di una persona che muore<br>
Che sa pensare all&rsquo;aldilà delle poesie di Montale<br>
<br>
Ce l&rsquo;avevo sopra il televisore<br>
Non l&rsquo;ho mai letto però<br>
Non volevo finirci dentro<br>
<br>
Ma non è questo<br>
Io so che non posso chiedere neppure a un libro <br>
Dove sta il punto<br>
<br>
So che i memoriali<br>
Hanno sdrucite borse di cuoio che anche se ricompaiono<br>
Non ci fanno cambiare religione<br>
<br>
So che se un marito ti ama non basta <br>
E morire è quasi una cosa in più<br>
Una cosa che non si può mangiare nemmeno con il naso<br>
<br>
So che il mio naso tra poco<br>
Non sopporterà di continuare a respirare al posto della bocca<br>
Nessuno per questo dovrebbe preferire un letto<br>
<br>
So che il letto è lieto <br>
È la nostra più comoda assicurazione sulla vita<br>
Ma anche che dovremmo imparare a morire dentro un bagagliaio<br>
<br>
So che mi troveranno<br>
Sarà con una telefonata a un sottotenente<br>
Quanto è bello morire accucciati<br>
<br>
Quanto è bello accucciarsi dentro le divise <br>
Come fanno i portieri dei grandi palazzi<br>
Quanto è bello dire buongiorno signora ogni mattina<br>
<br>
So che si può ammazzare<br>
Senza capire senza immaginazione senza sapere dire grazie<br>
A chi magari ha voluto a suo modo ricordare Moro<br>
<br>
So che agli espianti<br>
La retorica dell&rsquo;espianto<br>
Genera scioglilingua scolastici <br>
<br>
E che quando muori<br>
Come hanno scritto<br>
Muoiono tutti<br>
-----------<br>
<br>
Foto di melissa.ape, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Francesco Gambaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-02				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Bagagliai</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/71_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Regole d'ingaggio per il calcio				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=69</link>
				<description>				<![CDATA[<p> Per molti, compreso chi scrive, la prima sensazione alla notizia della morte di Matteo Bagnaresi, ragazzo di<span style="">  </span>28
anni ucciso al checkpoint Crocetta Nord sulla A21 a mezzastrada tra
Tortona e Villanova d&rsquo;Asti, è stata di smarrimento.
Smarrimento per assuefazione, per impotenza, per rassegnato torpore,
per autodifesa pavloviana di fronte al rumore dei commenti, prima
sommesso di cordoglio poi dilagante d&rsquo;imbecillità
emergenziale o vuota chiacchiera, che di lì a poco avrebbe
invaso trasmissioni tivvù, agenzie stampa, dibattiti
d&rsquo;esperti.</p>
<p class="MsoPlainText">Poi, passate le ore e
sciolte in cronaca le ricostruzioni di parte, ecco le analisi
razionali, le proposte di contrasto, i numeri percentuali diffusi
sull&rsquo;ordine pubblico negli stadi e dintorni. «Negli
ultimi 14 mesi &ndash; ha dichiarato il capo della polizia
Manganelli &ndash; si sono disputate 1800 partite e gli incidenti
sono diminuiti del 40 per cento. Monitoriamo tutto, dalle stazioni
ferroviarie alle agenzie delle entrate, e la rete degli autogrill
è diventata più sicura. Non si registrano
più le ruberie e le devastazioni d&rsquo;un tempo. E
intanto stiamo pure pensando alla carta del tifoso. Una specie di
bancomat per creare un meccanismo di fidelizzazione al club e
certificare l&rsquo;affidabilità del tifoso in
trasferta».</p>
<p class="MsoPlainText">Parole autorevoli,
quelle dell&rsquo;alto funzionario di Stato, ma per nulla adatte al
caso. Matteo il Bagna, come lo chiamavano i suoi compagni ultras dei
Boys Parma 1977, non è morto in uno scontro tra opposte
fazioni. Non è rimasto vittima di chissà quale
allucinata concezione della vita e dello sport. E sulla sua
«carta del tifoso» difficilmente avrebbe trovato
spazio un ritratto da disadattato di periferia. Matteo il Bagna, come
era conosciuto nei centri sociali e nel giro del volontariato
cittadino, è morto in un incidente. Schiacciato da
un&rsquo;avventata manovra di fuga dell&rsquo;autista, padroncino
del pullman dove viaggiavano i supporter juventini, preoccupato forse
che le urla e gli sfottò dei gruppi potessero trasformarsi in
sassi o lanci di bottiglie contro l&rsquo;automezzo di
proprietà.</p>
<p class="MsoPlainText">Cinque mesi fa a Badia
al Pino, altro autogrill altro checkpoint, era morto Gabriele Sandri
colpito da un colpo di pistola, sparato a cinquanta metri da un
poliziotto iscritto al sindacato, motivato chissà da quale
folle intento di sedare una rissa a distanza.</p>
<p class="MsoPlainText">Dinamiche
diverse quelle dei due fatti. Accomunate però da tante
circostanze. Di scena, di trama tragica, di sport finito in lutto. E in
entrambe le situazioni forte e decisivo il peso del gesto
d&rsquo;istinto, della reazione alla paura, dell&rsquo;atto
inconsulto ispirato al momento. Tutte categorie emotive, a quanto pare,
molto frequenti tra gli sbandati della sicurezza, ma poco o nulla
censite dall&rsquo;Osservatorio sulle manifestazioni sportive che
per bocca del suo presidente Felice Ferlizzi, appena una settimana fa,
così commentava la situazione: «Stiamo tornando alla
normalità. Dopo Catania abbiamo ricreato le condizioni per
riportare le famiglie allo stadio».</p>
<p class="MsoPlainText"><o:p> </o:p>------</p>
<p class="MsoPlainText">La foto è di psoup216, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com"><b>flickr</b></a>.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Claudio Dâ€™Aguanno				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-01				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Regole d'ingaggio per il calcio</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/69_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Autogrill: tutto un mondo				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=66</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Di nuovo un autogrill: un tifoso del Parma è morto
nell'area di servizio «Crocetta Nord» (AT) della
Piacenza-Torino investito dal pulmino dei tifosi juventini, che poi non
si è fermato «perché sennò ci
ammazzavano». Uccidere, e poi scappare per non essere uccisi
dal branco avverso: succede nella foresta, in guerra e in autogrill.
Torna in mente Gabriele Sandri, sparato quattro mesi fa in un altro
autogrill, «Badia al Pino» (AR), da un cecchino
impazzito. Ma la violenza gratuita non è l'unico fenomeno
espulso dalla città ed esiliato sulle autostrade. Soprattutto
nel weekend, le aree di servizio si riempiono di altre rimozioni
collettive che in paese è meglio non vedere. La domenica
mattina, sul presto, sfilano i discotecari cocainomani nelle Bmw di
papà o nelle utilitarie coatte: cornetto, cappuccino,
sigaretta e ripartono. Più tardi, verso mezzogiorno, sbarcano
i primi furgoni dipinti dei ravers, stralunati e rintronati da miscele
chimico-acustiche più complicate: si smaltisce ketamina al
sole del parcheggio, prima di tornare alle case e alle famiglie. Quando
arrivano i tifosi, ormai è quasi ora di pranzo. <br>
Pure la
ribellione alla famiglia trova sfogo tra casello e casello, mentre nei
centri urbani impazzano i Family Day. La notte, in certe aree di
servizio discrete, si ritrovano gay e scambisti. C'è chi non
sopporta tale affronto ai valori tradizionali, seppur consumato in
privato, e li pesta in gruppo: è avvenuto di nuovo qualche
giorno fa, ovviamente in un autogrill. E hai voglia a chiamarle
«familiari», quelle macchine sempre più
grandi: il figliolo, la moglie o (meglio) la suocera rimasti (per
errore?) a terra dopo la pipì mentre il maschio sgomma e
torna in autostrada sono un classico degli esodi vacanzieri. L'ultimo
marmocchio dimenticato alla pompa è di una decina di giorni
fa, ad Arino Est (VE). Nell'autogrill scarichiamo abusivamente anche i
nostri rifiuti culturali: sempre a «Badia del Pino»
Fabrizio Corona, fotografo del jet set caduto in disgrazia, ha pagato
il pieno alla sua Bentley con duecento euro falsi, per poi farsi
pizzicare al chilometro 454 della A1 (si narra di sacchetti di
banconote buttati dal finestrino durante l'inseguimento). Aggiungeteci
i camionisti, abbrutiti da turni da quattordici ore: questa è
la fauna  eterogenea che tiene aperti gli autogrill
ventiquattr'ore al giorno. E questo è il bacino di utenza di
una società chiamata Autogrill SpA. Con simili clienti,
simili cessi e una pubblicità così cattiva
qualsiasi catena cadrebbe in disgrazia. <br>
Invece Autogrill SpA, uno
dei fiori all'occhiello di Piazza Affari controllato dalla famiglia
Benetton, è diventato il «primo operatore al mondo
nei servizi di ristoro per chi viaggia». Un'azienda in piena
salute: pochi giorni fa ha annunciato aumenti nel fatturato e negli
utili, e ora ha conquistato anche il mercato degli aeroporti. Come
racconta un bel libro recente di Simone Colafranceschi (<i>Autogrill. Una storia italiana</i>,
edito dal Mulino), Autogrill SpA ha plasmato il sogno consumistico
dell'allegro dopoguerra italiano. Adesso, dopo la privatizzazione, le
aree di servizio ospitano i nostri concittadini più maneschi,
inguardabili e incomprensibili, ma gli affari tirano meglio di prima.
Coi camionisti, gli ultras  e gli scambisti, gli stilosi
Benetton hanno creato un impero. A pensarci bene, è il
segreto vincente del capitalismo italiano: far fruttare i rifiuti,
ciò che altrove verrebbe eliminato, smaltito, o recintato per
bene. </p>
<p>---------</p>
<p>Foto di Lutz-R. Frank, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>
<p> </p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Andrea Capocci				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-31				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Autogrill: tutto un mondo</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/66_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Quanta roba si fa Charlie				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=65</link>
				<description>				<![CDATA[<p>«Charlie fa surf, quanta roba si fa, MDMA».<br>
È il ritornello dei Baustelle sparato da qualsiasi radio, commerciale, <i>underground</i> o fighetta che sia, in questi giorni. È la colonna sonora narrante dei preparativi verso le nottate dello sballo: la giusta dose di mix tra alcol, sorrisi, abbigliamento, musica e «roba» da mandare giù, su, dentro il corpo, per sconvolgere la mente. Per provare a stare meglio, dimenticare gli affanni, cacciare indietro i pensieri, essere felici, seppur a tratti. Fare <i>tabula rasa</i> per imbastire l'abbuffata del sabba, sperando che il sabba non finisca mai. Essere Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Non a caso <i>Lucignolo</i> è il programma televisivo per tutti, che indaga la parte più tollerabile degli stili eccessivi della notte; lasciando intendere che in tutti i locali della nostra brava Italietta il fine-settimana, e non solo, si raggiunge facilmente il paradiso artificiale dei piaceri sintetici. <br>
Poi, nella domenica di Pasqua, giunge la notizia tremenda dell'ennesima, insopportabile tragedia: al <i>rave</i> della notte precedente, in un'area dismessa delle Ferrovie dello Stato, all'ex Dogana, nei pressi di Segrate, muore il giovanissimo Mattia, 19enne, «studioso e ragazzo responsabile», come i molti e le molte che erano con lui. «Un mix letale di droghe»; «un acido in dose eccessiva»; «un'overdose»; ecco l'approssimazione delle frasi fatte dai questurini di turno. E giù litanie sul vietare i <i>rave party</i> «illegali» e le polemiche da bottega dei politicanti di turno, finché la notizia è ancora calda, per poi dimenticare tutto. Nella realtà è un'altra morte intollerabile, di un nostro fratello minore, di un nostro figlio: un monello, vittima della roba di merda che scriteriati spacciano indiscriminatamente ai margini di qualsiasi locale, in tutte le notti possibili. Provate ad entrare nel cesso di un qualsiasi disco-club «legale» dopo una certa ora delle serate calde: se non raccomandati, sarete allontanati dalle sentinelle dei tiratori scelti di strisce bianche. La padrona è la «forfora del diavolo», <i>Devil's Dandruff</i>, come era titolata la rubrica del «Guardian» sulla <i>club culture</i> (<i>Tutto in una notte</i>, ora editato da Isbn).<br>
A noi frega nulla di cosa la politica ritenga sia «legale» o «illegale»: tanto quanto alla <i>politica</i> possa fregare della morte di un diciannovenne. Invece interessano le parole di coloro che erano lì con Mattia, fino a quella maledetta alba: il loro «vogliamo solo divertirci» è un inno alla vita, che non può essere causa di alcuna morte. E questa giovane generazione, persa tra genitori incapaci, odiosi pretini, fiumi di «roba senza qualità» usata e spacciata dai più grandi, la scuola come castigo e le pasticche come fuga deve trovare le proprie forme di autotutela per esigere il proprio diritto al (<i>rave</i>) <i>party</i>. «Fight for you right to party», cantano quei «ragazzi che entrano in stati anarchici per ottenere una perfezione interiore» (Beastie Boys), mentre i Baustelle chiudono ricordandoci che «Charlie fa surf, quanta roba si fa, MDMA, ma le mani chiodate da un mondo di grandi e di preti fa skate».</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Peppe Allegri				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-28				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Quanta roba si fa Charlie</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/65_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				La Bibbia di Olindo Bazzi				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=61</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Quando si è scoperto che Olindo e Rosa Bazzi erano con tutta probabilità gli autori del massacro di Erba, io senza volere mi sono sentita sollevata, di più, mi sono sentita soddisfatta. Fino a che l'indiziato era il ragazzo, il padre e marito, evitavo di pensarci; fino ad allora quello che era successo a Erba era solo atroce, cieco e senza nome. È una storia strana quella di Erba, turba più delle altre vicende di cronaca nera, anche i giornali sono meno insidiosi, più discreti, si accostano alle vittime con una delicatezza inaspettata. Quei morti - come non accade quasi mai alle vittime dei delitti - li avvertiamo davvero innocenti, inermi, e voltiamo lo sguardo. Ma quando le prime foto e le prime descrizioni di Olindo e Rosa Bazzi sono state pubblicate mi sono un poco calmata. Forse il ragazzo tunisino perduto dietro alle belle macchine e alle belle donne per qualcuno è un ideale di assassino. Olindo e Rosa Bazzi, così come la stampa li raccontava, erano il mio ideale, quello che temevo da sempre e che in loro finalmente si incarnava. Che con ogni ragionevole certezza fossero stati loro mi dava la conferma che in tanti anni avevo visto giusto. Erano vicini di casa. Lei ossessionata dall'ordine, rigida, dicevano i giornali, lui succube. Avevano ucciso perché non sopportavano i rumori, gli strilli. Avevano ucciso perché erano razzisti, odiavano le unioni miste e il loro frutto. Forse questo ideale di assassino non era solo il mio, forse lo condividevo con mezza Italia, se i giornalisti li avevano descritti con quella insistenza e precisione. Dalle foto, dall'abbigliamento, gli davo più o meno sessant'anni. Gente così me la ricordavo nella provincia della provincia. Ma anche in città ce n'erano. Erano vicini di casa irrigiditi, infima borghesia senza vita civile, che si aggrappa a regole miserabili, a conflitti da condominio. Tanti ne avevo conosciuti, a Conca d'Oro che m'insultavano gridando «concubina», e persino qui, dove abito e c'è ben altra gente, se ne trova qualcuno. Ero soddisfatta che fossero loro gli assassini, perché veniva scagionato il giovane tunisino e veniva fuori definitivamente la pericolosità di quel tipo sociale. Il primo turbamento l'ho avuto quando ho scoperto che invece erano all'incirca miei coetanei. Di lui proprio non si capisce, ha gli occhi e la postura così antica, ma lo sguardo di lei nelle fotografie a volte è vispo, giovane. Ci sono rimasta. Avevamo attraversato la stessa Italia, da piazza Fontana a Moro a Berlusconi, eravamo stati sfiorati dalle stesse mode. Avevano visto anche loro Pippi Calzelunghe in televisione? Come avevano fatto ad essere così? mi viene da dire, a restare così: con quei corpi antichi, con quei vestiti da working class vecchia di due generazioni? Se erano miei coetanei non somigliavano molto ai miei vicini, cercavo nella memoria vicini rigidi, benpensanti e razzisti che avessero la mia età, e non ne veniva fuori niente. Razzisti sì, ma ordinati e benpensanti neanche uno. Poi una sera un mio amico, Tommaso, mi ha regalato un ritaglio della «Stampa» che parlava della Bibbia annotata di Olindo Bazzi. Bazzi l'ha annotata in carcere insieme al libro su Gesù di Ratzinger. Ci sono ritagli di giornale, foto di aquile, di orsi e mi pare nessun cane, dichiarazioni terribili e pensieri struggenti, un fanatismo religioso a uso di lui solo, che vede compiersi l'apocalisse in dieci metri di cortile e a ciascuno, a sua moglie, ai vicini, dà un ruolo. Racconta con tenerezza la propria vita nello specchio della Bibbia. Gioca con il bene e con il male, con il bianco, con il perdono e la colpa. È un blog solipsistico cartaceo come ce ne sono sempre stati. Follia certo, ricorda i graffiti dei criminali lombrosiani, ma la pazzia non è cosa insensata. Quelle note sono l'opera di un uomo scollato che come la più parte di noi si danna per il fatto di essere periferico, inessenziale; che non lo accetta e con gli strumenti migliori che ha ridisegna il cosmo, gli attribuisce un senso e fa di sé e di sua moglie la chiave. Lo facciamo in molti, ma lui lo fa con assoluta violenza e non permette a niente, a nessuna personalità, a nessuna carne che esista senza badargli, di trasparire. Forse questo totalitarismo dello sguardo, questa ferocia, è proporzionale alla mancanza di un appiglio, di una comunità, di qualcuno con cui parlare. Desolazione, ma una desolazione che si rivolta su se stessa, si fa complessità proprio perché si fa delirio. Bazzi e sua moglie non rappresentano nessuna categoria sociologica. Nessuna categoria li descrive, sono talmente scollati che non le inseguono, le ignorano. Semmai la loro esistenza venuta così alla luce dice qualcosa di più profondo, e spaventoso, sulle persone e su questo paese. Su quanto ci capiamo poco, quanto sono larghe le maglie della nostra rete. E anche i miei vicini di casa forse somigliano ai Bazzi per qualcosa che mi sfugge, qualcosa di inespresso o di segreto. </p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Carola Susani				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-26				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>La Bibbia di Olindo Bazzi</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/61_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Riabilitate Wanna Marchi. Oppure				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=60</link>
				<description>				<![CDATA[<p>La pubblicità ingannevole è perseguita per legge. Giustamente. Tu non puoi mettere fanfaluche in un&rsquo;etichetta, non puoi dire che se credi in quello che io ti sto raccontando, ma ci credi davvero, allora avrai questo beneficio e quest'altro, la tua vita si risolleverà, i tuoi problemi scompariranno o si attenueranno, il sole splenderà. Non puoi scriverlo, non puoi dirlo. Mi stai ingannando. Mi stai intortando. Approfitti di me. E si va in galera per questo: Wanna Marchi c'è andata in galera, e mica solo lei.<br>
Quello che mi chiedo è perché non siano perseguibili pure i politici, per legge.<br>
Cioè, uno in campagna elettorale vende questo e quest'altro come nulla fosse, faremo la variante nel quadrante nord-ovest della città, o sud-est, e ci sarà questa fabbrica e quest'altra e lavoro per tutti, assumeremo a tempo indeterminato, a vita, non ci saranno mai più licenziamenti, mai più, e aumenteremo le pensioni, e ridurremo le tasse, e le cose costeranno meno, e vi potete pure comprare la casa a mutui bassissimi così non gravate più sui vostri genitori e ve la fate una famiglia, che è sacra, e se fate figli vi daremo un premio, che i figli sono sacri comunque arrivino come i cocomeri e gli scarrafoni, e le nostre strade saranno illuminate a giorno e di notte potrete camminare sicuri, senza prostitute, trans e magnaccia e spacciatori, e non ci sarà quel traffico estenuante o se dovete muovervi sarà possibile viaggiare veloci e comodi, sui treni al mattino per arrivare puntuali al lavoro o in vacanza o quando vi pare, e potrete tornare alle vostre casette la sera stanchi ma rilassati, senza sbarre alle finestre e albanesi che vi terrorizzano e vi rubano arrampicandosi per i tubi, e vi daremo aria pulita e sole pure d'inverno e asili e letti in ospedale quanti ne volete e pure spazio ai cimiteri - facendo le corna. <br>
E hanno facce rassicuranti e sorridenti e corpi smaglianti e stanno così bene che dev'essere vero. Così uno abbocca.<br>
Che uno pure che lo capisce che quello è il loro lavoro, che si stanno guadagnando la pagnotta, però sa pure che potrebbero fare a meno di me - cioè, prima o poi la faranno una legge che non serve neppure andare a votare, tanto chissenefrega, intanto -, intanto è proprio a me che stanno parlando, e questa o quello, che poi uno mica l'ha scelto, ce l'hanno messo lì, però è a me che sta parlando, posso spendere la mia tessera annonaria, che quello è il certificato elettorale, la mia riserva di voto, il mio potere d'acquisto. Finché ce l'ho.<br>
Però, poi succede che la variante non la fanno, il lavoro non arriva, i mutui costano più di prima, e non parliamo degli asili e degli ospedali - facendo le corna.<br>
Allora, ecco, bisognerebbe fare una class action - o come si chiama - contro di loro, costituirsi parte lesa, civile o come cavolo è, chiedergli conto della pubblicità ingannevole, m'hai fregato facciadiculo, ora ti mando in galera. Wanna Marchi c'è andata in galera, e mica solo lei.<br>
Si può fare? No, dico, si può fare?</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-25				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Riabilitate Wanna Marchi. Oppure</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/60_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Buona pasqua				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=58</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Nella notte tra il 24 e il 25 marzo del 1965, i 2500 studenti
dell&rsquo;Università del Michigan si radunano con buona
parte dei loro professori nelle aule del campus, ad Ann Arbor, per dare
vita al primo <i>teach-in</i> contro la guerra del Vietnam. Per
più di dodici ore, in tutta l&rsquo;università
si susseguono lezioni, discussioni e dibattiti, proiezioni di filmati,
concerti di rock e jazz. L&rsquo;idea di una manifestazione non
violenta di questo tipo, concepita per andare oltre il puro gesto di
protesta e per contribuire a creare invece una maggiore coscienza
critica nei confronti della guerra, viene dall&rsquo;antropologo
Marshall Sahlins. A raccoglierne il suggerimento, sono i militanti
della più importante organizzazione liberal, gli <i>Students for a Democratic Society</i>
(SDS). La novità e l&rsquo;originalità
dell&rsquo;evento, e il suo successo, fanno sì che in poco
tempo il <i>teach-in</i> diventi la forma di lotta che meglio
rappresenta l&rsquo;opposizione degli studenti e delle istituzioni
culturali contro la guerra e l&rsquo;escalation militare americana
nella penisola indocinese.  <br>
Saranno i 120 <i>teach-in</i>
che nel corso di un semestre si terranno in tutte le principali
università americane, che animeranno la crescente opposizione
interna e porranno le premesse per le grandi manifestazioni degli anni
a venire, come i grandi raduni di New York e San Francisco e la celebre
manifestazione al Lincoln Memorial di Washington del 21 ottobre 1967. <br>
Il <i>teach-in</i>
ricordato come di maggior successo e con il più alto numero
di partecipanti è quello di Berkeley del 21-23 maggio 1965,
organizzato dal <i>Vietnam Day Committee</i> (VDC) di Jerry Rubin e
del matematico Stephen Smale: trentasei ore di dibattiti e interventi
tra cui quelli di Benjamin Spock, il celebre pediatra, dello scrittore
Norman Mailer e del filosofo Alan W. Watts; e a cui parteciparono
almeno 30 mila studenti. La University of California era già
dagli anni Cinquanta considerata la culla del movimento giovanile di
protesta liberal e radical, incarnato soprattutto dal <i>Free speech movement</i>
di Mario Savio, Bettina Aptheker e Jakie Golberg. Nel 1964, avevano
avuto grande risonanza le lotte spontanee causate dall&rsquo;arresto
di Jack Weinberg, un ex studente arrestato dalla polizia nel campus per
non aver voluto mostrare i documenti. L&rsquo;auto nella quale
Weinberg era stato caricato venne circondata dagli studenti e impedita
a muoversi per 32 ore, fino al rilascio dell&rsquo;arrestato.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Chicco Funaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-24				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Buona pasqua</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/58_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Nunnata				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=56</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Clicco su you-tube un sito random <br>
Neonati poco più che feti <br>
Arrotondano gli spigoli di marciapiedi <br>
Naturalmente cinesi <br>
<br>
Lotto con queste leggende<br>
Adesso pure le immagini le maconiano in faccia<br>
Mi sembra che padrepio sia tornato<br>
Per riappestarci di miracoli<br>
<br>
Come le stigmate scomparse alla sua morte<br>
I piccoletti gialli nella loro matrice olografica<br>
Si spengono per riprodursi<br>
Regressione thalattica la chiamava Benn<br>
<br>
A Palermo invece la chiamano nunnata <br>
Piccoli germogli di vita salata<br>
Va mangiata cruda <br>
Con una spruzzata di limone e due gocce d&rsquo;olio<br>
 <br>
Molta gente ci passa accanto <br>
Qualcuno si ferma per chiedere cosa sono <br>
State calmi un uomo buono c&rsquo;è <br>
Che li depositerà nel cassonetto <br>
<br>
Anche le suore hanno un buco postale<br>
Non vi dico il sito <br>
Tanto cercando cercando <br>
Troverete anche dove ho messo in ospizio mia madre<br>
 <br>
Mi sento un palermitano cinese <br>
Nei cassonetti cerco ogni notte di salvarmi<br>
Tuffandomi  qualcosa o qualcuno troverò<br>
Se è un neonato morto scappo con lui per un mese<br>
<br>
Capita però solo ai più fortunati <br>
Io non troverò nessuno io non sono fortunato <br>
La sera mangio la pizza bevo tanto quanto basta <br>
Per essere fresco domani al lavoro <br>
<br>
Tanto quanto basta per scendere nella cisterna <br>
Ho avuto anch&rsquo;io un&rsquo;esperienza con lo zolfo <br>
Si faceva la stufa per il vino in paese <br>
Ci ficcai il naso nel buco senza turacciolo della botte<br>
Volevo vedere il serpentello di zolfo che bruciava <br>
Fui subito morto in una campana di vetro <br>
Per due minuti che ancora durano <br>
Nessun respiro purtroppo nessuna morte <br>
<br>
Avevo le stigmate borghesi dello stronzo <br>
Che vuole diventare campagnolo altro che padrepio <br>
Le avevo nei polmoni<br>
Le avevo nei polmoni<br>
<br>
Pochi possono immaginarsi come si muore respirando zolfo <br>
Se non ci capiti per caso <br>
Se qualcuno non resuscita e te lo racconta<br>
Stanotte ho sognato un angelo piccolo che mi rosicchiava l&rsquo;ugola<br>
 <br>
Poi il resto della vita con la testa sotto il cuscino <br>
In quel film di Antonioni Identificazione di una donna <br>
Lui dice indicando la fotografia di Morucci e della Faranda <br>
Ecco questi due si amavano<br>
<br>
Ecco non abbiamo nemmeno una fotografia<br>
Dei cinque di Molfetta che si sono amati di più<br>
Non abbiamo ragione del come<br>
Si può diventare stronzi essendo una fotografia<br>
 <br>
Questo Ferrara c&rsquo;ha ragione<br>
Anch&rsquo;io ero contro la 194 <br>
Contro il fatto che l&rsquo;aborto <br>
Fosse diventato una specie di delitto di stato<br>
 <br>
Io se tu mi dici dico che dicevo no all&rsquo;aborto condiviso <br>
No alla legge perché nessuna legge si può condividere <br>
Oggi lucidamente fulgidamente ti dico che <br>
Sono per l&rsquo;aborto <br>
<br>
Come concetto oltre che come atto fisico <br>
Io sono per il dolore e per il peccato <br>
Per il dolore che ci fa sentire neonati uomini <br>
(se volete) cristianucci</p>
<p>-----------------</p>
<p>L'immagine è di mhowry da flickr</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Francesco Gambaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-21				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Nunnata</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/56_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Se il monaco si cala il passamontagna				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=54</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Anzitutto. C'è qualcosa di odioso negli eventi tra tibetani e cinesi Han, ed è il carattere etnico e razziale dello scontro. Che questo abbia pure una forte connotazione legata alla collocazione sociale - i cinesi hanno i posti migliori e guadagnano di più nelle fabbriche e nel commercio e nei servizi, ai tibetani sono lasciate le condizioni meno vantaggiose e marginali - complica ulteriormente le cose, incancrenite da tempo. È questa sovrapposizione che lascia senza fiato e sgomenta. <br>
La forzata «ripopolazione» dei territori tibetani, voluta dai cinesi a mezzo degli Han, ricorda i mostruosi spostamenti migratori imposti da Hitler e da Stalin, prima contemporaneamente, poi in successione, dall'Ucraina alla Boemia, dai Balcani all'Ungheria, muovendo minoranze tedesche o slave a rafforzare il predominio di questo o quell'impero.<br>
Il Tibet ormai è come le province cinesi più vicine, quelle propriamente «dentro» i confini, Qinghai, Gansu e Sichuan, anche se qui sono i tibetani a essere minoranza.<br>
Prima o poi la situazione sarebbe scoppiata. L'attenzione internazionale crescente per le Olimpiadi di Pechino può essere stata un'occasione - unica - per accendere la miccia.<br>
Il dalai lama non sarà forse quel lupo affamato di sangue sotto l'aria da agnellino come è descritto nei comunicati cinesi, ma probabilmente dice la verità quando afferma di non riuscire più, neanche lui, a controllare la situazione.<br>
Lo scontro non ha il carattere religioso e emblematico a cui ci hanno abituato le proteste dei bonzi fin da quando si bruciavano in piazza a Saigon, contro le giunte militari fantoccio e l'impero americano che le foraggiava intervenendo in Vietnam. O meglio, il sentimento religioso è sicuramente un collante e un meccanismo identitario irriducibile, ma a galla viene un odio profondo, che è sociale e che è nazionale, e che a esempio era totalmente assente dalle proteste recenti in Birmania, dove pure il senso politico è stato dominante, nell'opporsi alla ditattura. Ed è reciproco, il disprezzo: i cinesi considerano i tibetani come degli scansafatiche piantagrane ingrati - dovrebbero mostrare gratitudine per gli ingenti investimenti fatti dai governi comunisti -, i tibetani parlano dei  cinesi come degli sfruttatori e degli oppressori, oltre che dei miscredenti se non nel denaro.<br>
In un'epoca di fondamentalismi religiosi, di religiosità aggressive, che persino gli apostoli della non-violenza dismettano gli incensi e le nenie e si calino il passamontagna e spacchino le vetrine come un qualunque blackblok lascia interdetti.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-20				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Se il monaco si cala il passamontagna</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/54_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Dentro e Contro. Punto di vista sportoperaista su Pechino 2008				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=53</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Premetto. Fossi uno dei 206 atleti italiani già selezionati per la Cina non ci penserei due volte a partire. Magari, proprio se il cuore batte di sdegno per Lhasa, non scorderei a casa guanti color arancio, scarlatto albicocca o vario arcobaleno. E dannerei l'anima a vincere. <br>
Provengo da una generazione alquanto agitata, un tantinello scapestrata, poco calma e per nulla olimpica. Lo spirito della partecipazione decoubertiana, a quelli del mio giro, è sempre andato di traverso come l'etico spessore della ritirata aventiniana, dell'autoesclusione a saccocce vote, della sconfitta a tavolino per mancata presentazione. Nell'agonismo sfrenato dei nostri anni Settanta più che il boicottaggio della Fiat c'ha sempre intrigato il suo sabotaggio, più che lo sciopero da contratto confederale il gatto selvaggio sguinzagliato tra i reparti. <br>
C'azzecca tutta 'sta tirata autonoma con la raccolta di voci, firme, petizioni autorevoli intercalate da fomentati ejaeja, pro monaci tibetani <i>versus</i> kermesse della «pace celeste»? <br>
Il fatto è che per l'ennesima volta si torna appunto a parlare di boicottaggio delle Olimpiadi e il tema questa volta appare sui giornali sballottato tra l'emozione per il numero delle vittime in corso, il timore per quelle annunciate nonché, the show must go on, le quotazioni in borsa delle imprese colà coinvolte. <br>
Nella sua drammaticità questa non è però una situazione granché originale. La storia dei giochi moderni è infatti strapiena di esclusioni, ritiri, anticampagne, picchettaggi e blocchi più o meno organizzati. Dopo la prima guerra mondiale ci vollero due, tre edizioni prima di normalizzare la «pacifica» competizione compromessa dal conflitto. Nel '28 ad Amsterdam il ritorno in pista della Germania provocò la diserzione della Francia dalla cerimonia inaugurale. Nel '36 andò male il tentativo di olimpiade proletaria a Barcellona ma a Berlino ci pensarono i quattro ori di Jesse Owens a mandare di traverso la festa ariana di Hitler. Nel '56 a Melbourne, per solidarietà con gli insorti di Budapest, s'assentarono svizzeri, spagnoli e olandesi. Stessa decisione presero gli atleti egiziani ma la loro protesta riguardava i tanks francoinglesi della crisi di Suez. A Monaco, quattro anni dopo Mexico City, se ne andarono i paesi africani incazzati scuri con la Nuova Zelanda e la sua politica conciliante col Sud Africa dell'apartheid. Le edizioni botta e risposta di Mosca '80 e Los Angeles '84 sono quelle più citate nelle cronache e completano, per difetto, il quadro.<br>
Sfogliando l'album delle figurine risulta fitto fitto l'elenco delle contestazioni istituzionali ma, ragionandoci al riparo dalla polvere respirata in emeroteca, nessuna regge il match dei ricordi. Ognuna di queste «opposizioni di Stato», per quanto benedette dai media, c'appare oggi poca cosa, senza volto e sbiadita nel tempo, del tutto anonima rispetto a chi s'è battuto «dentro e contro» il circo olimpico. E nessun boicottaggio ha, non solo per noi, il potere evocativo dei pugni chiusi guantati di Tommie Jet Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri allo stadio Atzeca. <br>
Se i militanti Black Power, allora, fossero rimasti a casa il nostro '68 sarebbe più povero. E senza il loro sabotaggio perfino il massacro in piazza delle Tre Culture sarebbe oggi meno presente nella memoria collettiva.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Claudio D'Aguanno				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-19				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Dentro e Contro. Punto di vista sportoperaista su Pechino 2008</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/53_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				I cinesi mangiano troppo				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=50</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Pure gli indiani, i coreani, gli indonesiani mangiano troppo.
Sarebbe questo - secondo guru dell'economia - il motivo della crisi
mondiale che fa schizzare il prezzo del petrolio oltre Marte ma pure
quello delle derrate alimentari, a partire dal frumento. Insomma,
aumenta la domanda - per via dei processi di modernizzazione e
industrializzazione - e quindi i prezzi si adeguano, andando in su.
Mangiassero di meno, producessero di meno, fossero meno voraci di
frumento e energia, si accontentassero di una ciotola di riso e verdura
o di ali di pollo al curry, i «nostri» prezzi se ne
starebbero buoni. Invece, quelli rastrellano dove capita, pagano
sull'unghia, senza badare alle cifre, pur di portarsi a casa quanto gli
serve. D'altra parte, sono le «fabbriche del mondo»,
moltitudini di uomini che producono cose per le moltitudini del mondo,
come fanno a fermarsi?<br>
Quando Bin Laden, nel suo primo messaggio
audiovisivo dopo l'11 settembre, profetizzò, accarezzandosi
ieraticamente la barba, un aumento del costo del barile fino ai 100
dollari - sarebbe stata la base economica del nuovo Califfato, con un
magnifico welfare in terra per i «suoi» musulmani,
una sorta di anticipo delle 72 vergini del paradiso -, gli scambi
viaggiavano intorno ai 30 euro. Sembrava un'idea pazzesca. Quanto
buttare giù le Torri gemelle. Qualcuno deve aver pensato che
in fondo però se lui era riuscito a fare l'una cosa, qualcuno
poteva fare quest'altra: dal gennaio 2002 ad ottobre 2007 il prezzo del
greggio è salito del 365,83 per cento. Le società
finanziarie che detengono il controllo strategico del petrolio si sono
fregate le mani. <br>
Quei cervelloni della Banca mondiale a fine
2007, dopo quello che sembrava il picco,  prevedevano una
diminuzione del costo del barile: fino a 84,10 per tutto il 2008 e a
78,40 per il 2009. Non ci hanno azzeccato proprio, ma tanto si sa.<br>
Tanto si sa che la previsione in economia è una roulette russa e una scommessa d'azzardo.<br>
Le Borse di tutto il mondo vanno giù in picchiata. Che questa
sia una «Grande crisi» - c'è chi comincia a
tirare in ballo il crollo del '29 a Wall  Street, combinando la
debolezza del dollaro, la crisi dei subprime e di alcune delle banche
americane più importanti e la recessione economica - o un
malanno passeggero che si riuscirà a tenere sotto controllo,
una cosa è certa. <br>
Non c'è crisi economica che
non abbia carattere politico. E la geopolitica attuale non è
semplice. E, a quanto pare, non bastano i marines a mettere ordine,
anzi. Affidarsi a organismi internazionali, vigenti o da istituire,
è come dare le chiavi di casa al ladro.<br>
Un paese come il
nostro, che non produce più un cazzo a parte la nutella e
dipende in tutto e per tutto da quel che compra fuori, è
esposto oltremodo ai venti della crisi.<br>
Potremmo prendercela coi cinesi. E gli indiani, i coreani e gli indonesiani.<br>
Forse, ce la prendessimo col nostro, di sistema, avrebbe più senso.</p>
<p> </p>
<p>L'illustrazione è di Henri Michaux.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-17				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>I cinesi mangiano troppo</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/50_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				16 marzo 1978-2008. Misteri gloriosi				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=45</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Di questa cosa qua e annessi e connessi non ne parleremo più, giuro.<br>
Un po&rsquo; perché ci s&rsquo;entra di sguincio, un po&rsquo; perché non si regge più.<br>
Ma dovevamo metter su il primo numero di questo nostro giornale on line
e una data valeva l&rsquo;altra. Questa, però.<br>
<br>
Il
16 marzo 1978, con il sequestro Moro, si chiudevano malamente i
«Gloriosi vent&rsquo;anni» italiani, quelli di un
conflitto di classe che sembrava non smettere mai e quelli di uno
sviluppo economico che sembrava non avere mai fine. Dopo, il conflitto
rinculò fino a nascondersi e lo sviluppo andò a
farsi benedire. L&rsquo;onda lunga della «anomalia
italiana», che aveva miracolosamente combinato il numero
più alto di ore di sciopero in occidente con il più
vistoso tasso di crescita &mdash; Si può fare. Yes, we can
&mdash;, si infranse clamorosamente nella rappresentazione
simbolica, nella drammaturgia semplificata: di qua, gli scudieri armati
della classe operaia, di là, il potere in persona. <br>
Le cose erano più complicate.<br>
Se chiedi oggi a chi allora contava e decise, se rifacesse uguale, ti
rispondono «ni, mah, boh, forse, sì, no,
però», ma lo dicono così,
caratterialmente, a seconda. Non è che sia mai diventato un
ragionamento, una politica, un gesto. Tanto, ormai, non serve a un
cazzo. I misteri, quelli sì. Se qualcuno ancora pensa di
avere salvato lo Stato lasciando ammazzare Moro è fuori di
testa, quanto quelli che pensavano di distruggerlo ammazzandolo. <br>
Allora, a restarne maciullati furono Moro, lì per
lì, e, progressivamente, tutti quelli che chiedevano la sua
liberazione e la sua vita.<br>
Vinse il sangue. Prevalsero i funerali.<br>
Come a ogni funerale, a un certo punto qualcuno rise e altri gli
andarono dietro. Per allentare la tensione, per passare a altro. Da
allora non hanno più smesso di ridere. Sguaiatamente.<br>
Ora
siamo il paese con il minor numero di ore di sciopero &mdash; come
fossimo la Svizzera &mdash; ma pure quello con il più
basso tasso di crescita &mdash; come fossimo un qualunque paese
africano. Prodotto: si lavora a scimunirsi a salari di fame. Ora siamo
alla frutta. Mediocri. Qualcuno intanto ha arraffato a man bassa e
s&rsquo;è riempito le saccocce.<br>
Se dici a chi ha oggi
trent&rsquo;anni com&rsquo;era una volta, se gli parli di
sviluppo e conflitti ti guardano come se spacciassi favole con dentro
gli orchi. Una cosa buona per prendere sonno. Passa la voglia di
raccontare.<br>
In questi trent&rsquo;anni è cambiato
tutto. Nessuna cosa sembra più al suo posto e ci sono molte
più parole per nominare molte più cose. <br>
In
questi trent&rsquo;anni, non è cambiato nulla. Ogni cosa
è rimasta al suo posto e ci sono molte meno parole per
nominare molte meno cose. <br>
Almeno delle cose e delle parole che
interessano noi: lavoro, conflitto, potere, produzione,
felicità. Insomma, la vita.<br>
In questi trent&rsquo;anni
è invalsa questa banalità che la politica non deve
far male. Che in mano ai «semplici» produca disastri
e è meglio sia esercitata da addetti. Che debba avere le sue
tecniche e i suoi manuali condivisi, le sue regole e i suoi luoghi
adibiti. Tutta chiacchiere e distintivo.<br>
Se la tengano. D&rsquo;altra parte, si sa, noi siamo «i cattivi», remember?<br>
Chi lotta e si sbatte ha altro da fare, chi produce ha altro da fare, chi cerca la felicità ha altro da fare. <br>
Noi pure abbiamo altro da fare. <br>
Le cose accadono altrove. Le parole si dicono altrove.<br>
Di queste cose e parole qua ne diremo sempre, giuro.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-16				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>16 marzo 1978-2008. Misteri gloriosi</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/45_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Il giornale di DeriveApprodi				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=48</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Dal 16 marzo pubblichiamo un «giornale on line»,
che si affianca al catalogo del sito di DeriveApprodi. Chi
verrà qui, sul sito, troverà questo giornale
insieme a tutta la nostra offerta editoriale. Potrà navigare
l'una parte o l'altra.<br>
È un giornale semplice: ci
sarà un un breve editoriale, per cinque giorni alla
settimana, dal martedì al sabato; due o tre articoli di
commento [a una cronaca, a un fatto, a una storia], che verranno
pubblicati nell'arco di una settimana; e un dossier, con un primo punto
di vista attorno al quale chiederemo una serie di interventi, che
resterà per tutto il mese. <br>
<br>
Di cosa si occuperà questo giornale on line?<br>
Della politica italiana, della crisi della democrazia rappresentativa,
delle sue involuzioni, delle sue derive, a petto delle modificazioni
del lavoro, della produzione, della stratificazione sociale, dello
scontro fra classi e ceti, che sembrano stare
«altrove».<br>
È in questo altrove che
collochiamo noi stessi e riteniamo si possa individuare una
soggettività ricca, vivace, progettuale, indipendente, in
lotta.<br>
E poi, i nostri temi «di sempre», quelli
che fanno l&rsquo;ossatura della casa editrice: il lavoro, le
tecnologie, l&rsquo;immaginario, i linguaggi, le migrazioni, le
fratture del pensiero, della storia e della ricerca scientifica.</p>
<p>L'illustrazione è di Sergio Bianchi.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				DeriveApprodi				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-10				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il giornale di DeriveApprodi</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/48_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
	</channel>
</rss>
