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       <title>DeriveApprodi 2.0 +++ Novita' Editoriali</title>
       <link>http://deriveapprodi.org/</link>
       <description>le ultime novita' editoriali di DeriveApprodi</description>
       <language>it-it</language>
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       <managingEditor>redazione@deriveapprodi.org (Redazione DeriveApprodi)</managingEditor>
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						<item>
				<title>				Il precariato è femmina?				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=121</link>
				<description>				<![CDATA[<p>È facile recensire quei film, molti direi la maggioranza,
per i quali non si riesce ad avere un briciolo di stima. Film indegni e
meno indegni, tristemente famosi o celebrati dalle sirene di regime,
film d&rsquo;autore o <i>vanziniani</i>, c&rsquo;è davvero l&rsquo;imbarazzo della scelta. <br>
Difficile, molto, è invece scrivere sui quei film (pochi) riusciti, belli e azzeccati. <i>Riprendimi </i>di Anna Negri (massì la figlia di Toni Negri) è sicuramente un gran bel film.<br>
Un
gran bel film complesso i cui livelli di interpretazione a prima vista
possono anche spaventare. C&rsquo;è prima di tutto il film
nel film ed è assolutamente in primo piano (vista anche la
struttura <i>mockumentary </i>della pellicola). C&rsquo;è
il precariato, e come poteva mancare?, e c&rsquo;è la
storia d&rsquo;amore, dentro una riflessione amara quanto vuoi ma
anche spudoratamente liberatoria. E c&rsquo;è soprattutto
la donna, il suo punto di vita e tutto un suo percorso di presa di
coscienza. Presa di coscienza di una fragilità e poi il
ritorno, quasi, di una forza. <br>
C&rsquo;è la donna precaria in questo film? <br>
Prima
di tutto il film è stato scritto e diretto da una donna ed
è chiaro, si capisce e la cosa è forte: il fatto
è che il punto di vista femminile in <i>Riprendimi </i>è
spietato. Laddove un altro  punto di vista, quello maschile,
avrebbe non dico nascosto ma in qualche modo tralasciato,
inconsciamente occultato e/o cambiato sguardo, Anna Negri questo non lo
fa, non può farlo, e mi sa proprio che non vuole farlo. Il
punto di vita femminile qui non è neutro; sarà
dolce quanto vi pare, ma è così implacabile
nell&rsquo;indagine, nel perseguire il suo obiettivo per
raggiungerlo. L&rsquo;immaginario maschile ne esce a pezzi,
devastato. <br>
Ma ancora: c&rsquo;è la donna precaria in questo film?<br>
Certo
è la struttura del film a dirsi da sé precaria; in
questo caso chi fa il film sa cosa dice, e questo è quanto.
Chi fa il film sa quanto può essere difficile dire quello che
tutti sappiamo e viviamo tutti i giorni. Sa quanto sia difficile
restituirlo in una narrazione, epica o lirica che sia. Sa quanto sia
difficile, e questo è uno dei temi portanti del film, tenere
insieme in modo equilibrato, e dentro un ordine delle cose compiuto,
una riflessione esistenziale sull&rsquo;amore e sulle sue <i>invarianti </i>con
la possibilità di una tensione militante, oggi. Sa come
tuttavia questo sia il tema centrale dei nostri giorni, delle nostre
vite, dei nostri corpi. Sa bene quanto sia importante risolvere questo
nodo e pure lo affronta, senza paura. Da una parte una vita quotidiana
difficile e complessa, sempre giocata sul filo dell&rsquo;abbandono
e del distacco, dall&rsquo;altra una espressione militante
apparentemente disintegrata eppure, se guardi bene, ancora vitale. Il
film qui non vuole dare risposte, ed è un bene, semmai
presenta un metodo.<br>
La tenacia militante con cui i due filmaker
protagonisti, tra momenti di crisi più o meno profonde e
riflessioni politiche e surreali, continuano la loro inesausta indagine
sul precariato, che gli sfugge dalle mani e gli si confonde sempre di
più con la vita <i>tout court</i>, è la stessa con
la quale da queste parti da anni si cercano conferme e
novità, nuove pratiche e antichi modelli, invenzioni utili e
meccanismi da usare sul campo di battaglia. Il finale <i>quite happy</i>
in cui è proprio uno dei filmaker a innamorarsi
dell&rsquo;oggetto della sua indagine, e cioè la
protagonista del suo film, lo vogliamo quindi prendere, la regista ci
perdonerà, come un omaggio a tutti quei <i>cercatori </i>che stanno da questa parte. <br>
Il metodo è giusto? Continuiamo a cercare.<br>
------<br>
Foto di Stitch [filmed DNA], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Gianmarco Mecozzi				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-09				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il precariato è femmina?</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/121_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Chi entra e chi esce				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=120</link>
				<description>				<![CDATA[<p>sto a guardia delle porte automatiche<br>
dell'aeroporto f&b con questa scusa<br>
osservo molta gente che le attraversa<br>
senza alzare gli occhi parlanti dentro i cellulari fidando nell'efficacia delle fotocellule<br>
della mia ineffabile guardiania<br>
<br>
sono diciamo mi sento dentro uno statuto pornosociale<br>
scritto all'inverso rispetto al secolo scorso<br>
tatuato in pancia nella spiritualità delle viscere<br>
direbbe dalì <br>
sono mi sento diciamo il riccio e la polvere <br>
un mommo nobile con bastone da finto cieco<br>
<br>
punteggiano il mondo diversamente<br>
in un entrospazio che darà loro presto ragione<br>
i voli intracraniali le memorie dei sogni in chip <br>
quando apriranno per sbaglio la portammano rotta<br>
del wc aeroportuale assantumeranno d'orrore <br>
alla visione dell'uomo seduto<br>
<br>
------<br>
Foto di babasteve [Ladakh: Ancient Monestary Door] con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Francesco Gambaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-08				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Chi entra e chi esce</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/120_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Corsi e ricorsi				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=118</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il protagonista di <i>Vogliamo tutto</i>, il romanzo di Nanni Balestrini dedicato al '69 operaio a Torino, è uno che continua a lottare anche quando il padrone lo licenzia. Come campa? Vive a casa di amici, per strada, per bettole, chiedendo soldi in giro. Ma in qualche modo campa, abbastanza per rompere i coglioni al padrone. Sempre meglio che cercare un altro lavoro e ricominciare a fare lo schiavo. Se fossi l'amministratore delegato della maggiore banca svizzera, l'UBS, o della Deutsche Banck, che hanno appena annunciato dieci miliardi di euro di perdite per la crisi dei mutui subprime, riprenderei in mano quel libro.<br>
Certo, sembra raccontare una storia un po' datata. I conflitti sociali, dal 1969, hanno preso altre forme, sempre più morbide man mano che lo sviluppo lo richiede. Nei paesi più avanzati, quelli che D'Alema chiama «normali», la lotta di classe è stata sopita con gli strumenti più subdoli. Sin dalla Grande Depressione, gli Stati Uniti hanno delegato alla finanza la gestione di tali conflitti. Se un operaio faceva fatica ad arrivare a fine mese non si rivolgeva al sindacato ma alla banca, che gli concedeva l'ennesimo prestito, a un rischio sempre maggiore. Così gli permetteva di comprare una casa, un'auto, un po' di benzina. In cambio, il poveraccio si sforzava di rigare dritto pagando le rate a fine mese. Prova a scioperare, quando hai un'ipoteca sulla tua casa, un mutuo per pagare gli studi ai figli e un altro per pagare le medicine alla suocera. Il metodo è potente, tanto che lo stavamo importando anche in Italia. Persino la palestra, da noi, oggi si paga con denaro preso a prestito.<br>
Ci stavamo giusto abituando a vivere con mutui più longevi di noi, quando dall'altra parte dell'Atlantico è arrivata la crisi dei subprime. Gli indebitati americani si sono dichiarati insolventi in massa, le loro case ipotecate non valgono più niente e le banche si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Peggio per loro? No: invece di fallire, le banche private oggi sono incredibilmente salvate dagli Stati. Il premier inglese Gordon Brown ha nazionalizzato la Northern Rock; Bear Sterns, altro istituto sull'orlo del fallimento, viene aiutata dalla Federal Bank americana (nei giornali statunitensi si parla di «fine del capitalismo»). Queste banche hanno fatto un lavoro sporco per troppo tempo: è ora che i governi si dimostrino riconoscenti. <br>
Ma quel modello di mediazione sociale è comunque saltato. I lavoratori americani non potranno più ricorrere ai mutui subprime. Se vorranno comprare una casa, dovranno chiedere ai datori di lavoro di aumentare i salari. Dovranno tornare a organizzarsi, scioperare, attaccare senza nulla da perdere, nemmeno i debiti. Loro ricominceranno a «volere tutto». Noi saremo al corso di Pilates, convinti di vivere finalmente in un paese normale.<br>
--------<br>
Foto di The Joy of The Mundane [Red G Bend] con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Andrea Capocci				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-07				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Corsi e ricorsi</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/118_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Il nostro 11 settembre				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=117</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Il paragone può sembrare eccessivo, forzato e fuori luogo. Da noi nessun Mohammed Atta, acquattato e mimetizzato per anni, ha preso lezioni di volo pronto a votarsi al martirio, nessun aereo si è schiantato contro San Pietro o  il Quirinale, nessun bin Laden o al Zawahiri ha rivendicato la jihad nel cuore della crociata cristiana in un video mandato in onda da Al Jazeera, profetizzando la fine di Satana e il trionfo dell'islam. Niente di tutto questo, neppure lontanamente. E per fortuna.<br>
Non c'è stato alcun evento «unico» che ci abbia sgomentati nel modo in cui l'America è rimasta sgomenta di fronte all'attacco alle Due Torri e al Pentagono, così inimmaginabile da non poter neppure trovare i sentimenti a farvi fronte.<br>
Il paragone con l'11 settembre perciò non va inteso alla lettera. Ma il «sentimento» di questo paese nei confronti della crisi economica, della sicurezza, e dell'immigrazione che ne è il complemento, può essere letto alla luce di quel «sentimento». E, soprattutto, di quelle reazioni. Di questa «delega in bianco» data alla destra.<br>
A noi è mancato lo stupore dell'eclatanza di un evento incalcolabile. Ma una serie di eventi ha raggiunto una «massa critica» tale da mostrarsi agli occhi degli italiani come un unico fatto, un unico attacco, un unico progetto. Ciò che ha messo assieme la percezione degli eventi, inanellandoli in un unico testo, fino a farne un discorso, il discorso della paura e del bisogno di porvi un argine, un argine di sicurezza, è stata una «sceneggiatura popolare» basata su una retorica semplice. Gli immigrati sono diventati i «nostri» fondamentalisti, le rapine e la violenza sono diventate il «nostro» terrorismo. <br>
Le elezioni del 13 e 14 aprile sono state l'occasione «democratica» per scaricare nell'urna del voto sentimenti di frustrazione, di rabbia, di vendetta. Che il rito abbia ora gestualità elettorali e comportamenti leggibili può essere una attenuazione della sconcia bestialità che ci è connaturata in condizioni simili. Ma la «carta bianca» che ha eletto la destra è carica di passioni sbrigative e spicce. È questo che intimorisce: la saldatura fra il potere politico e queste passioni.<br>
Il peggio deve ancora venire. Avremo il nostro «shock and awe», le nostre «guerre preventive», le nostre «Guantanamo», le nostre sospensioni dei diritti in nome dell'emergenza, le nostre «Abu Ghraib», e l'essere guardati con sospetto, additati come traditori se solo si obietta. Persino la voce di chi predica il vangelo è già adesso ascoltata con sufficienza. Una progressiva caduta nell'eccesso e nel grottesco, perché noi non abbiamo neppure la grandiosità dell'America nell'esser mostruosi: siamo piccini e meschini.<br>
Il peggio deve ancora venire. Non c'è alcun «agire politico» che possa in tempi brevi rovesciare il senso comune delle cose. Non c'è, ancora, alcun «racconto politico»  che possa in tempi brevi rovesciare il senso comune delle cose. E piuttosto che guardare in terra, pensare al «territorio», conviene guardare in alto, verso il cielo.<br>
Guardare il cielo senza pensare che possa solo essere solcato da aerei che vanno a schiantarsi sulle Due Torri.<br>
------<br>
Foto di Plamen Stoev [Devetashka cave], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flikr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-06				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il nostro 11 settembre</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/117_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Meglio tardi che mai				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=115</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Qualcuno comincerà a rendersi conto che le sconfitte elettorali del crudele aprile appena trascorso non dipendono dai misfatti di qualche rumeno ubriaco e dall'autolesionismo dei dirigenti della «sinistra» ma appartengono, con un tocco di saccente buffoneria in più, a un ciclo internazionale che richiede una qualche riflessione. Fra l'altro Ken Livingstone era molto meglio di Rutelli e Boris Johnson più implausibile di Alemanno. Ken il Rosso ha pagato per non essersi abbastanza differenziato dai laburisti ufficiali ed è rimasto sotto le macerie del loro crollo generalizzato. Lì sta la vera analogia con le vicende italiane. La lezione da trarre è piuttosto un'altra. Partiamo dal voto «utile», vecchio cavallo di battaglia di tutti i sistemi uninominali e di recente introdotto in gran spolvero in Italia. Voto utile significa due cose: primo, votare per il meno peggio, rinunciando a fedeltà pregresse e a ogni ideologismo, accontentarsi di una vaga prossimità; secondo votare per chi ha <i>chances</i> effettive di successo, tendenzialmente fra non più di due concorrenti. Gli inglesi hanno preso l'indicazione alla lettera: non ne potevano più dell'oltranzismo liberista e bellicoso di Blair e Brown e paradossalmente hanno deciso di premiare i conservatori, sperando che la novità fosse migliore della sempre più tetra conferma del passato. Inoltre hanno provato la carta del terzo partito, a tal punto che i liberal-democratici (ostili alla guerra in Irak e meno carcerari del New Labour) hanno scavalcato i laburisti, che adesso rischiano di essere penalizzati nelle elezioni politiche come destinatari di voti «inutili» per collegi uninominali a maggioranza semplice. Non hanno votato a sinistra o a destra, ma hanno punito l'abbandono di una tradizione riformista e la sfrenata incentivazione di una diseguaglianza che si è rivelati disastrosa sul piano economico e sociale. La gara sulla maggiore sicurezza e su chi è più xenofobo è stata regolarmente vinta dalla destra, secondo l'unico riflesso condizionato rimasto. Il micidiale mix di malinconia post-coloniale e deludente dissoluzione di una pratica socialdemocratica in una retorica dei diritti umani rischia di riprodurre senza limiti sconfitte del genere. La fine del modello blairiano è la disfatta del riformismo meritocratico, di cui Giddens era stato il riverito teorico e il nostro Ichino un isterico imitatore. L'altro modello - quello zapaterista - è stato solennemente rinnegato e del resto risulta impraticabile a causa del deficit organico di laicità del PD. Mica roseo il futuro per Veltroni.<br>
------<br>
Foto di E01 [London bus], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-05				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Meglio tardi che mai</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/115_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Il fantasma col sigaro in bocca *				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=113</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Sbancor aveva molte cose da dirci, il suo è un messaggio a più strati. <br>
L'ironia è la chiave essenziale per penetrare nel suo regno. <br>
Pensate al suo nome. Sbancor è la negazione dell'asservimento al dominio del denaro, la consapevolezza della menzogna implicita nel danaro, nell'economia. <br>
Ma c'è una venatura amara di consapevolezza nel suo stile discorsivo. Sbancor sapeva bene che il dominio dell'economia è tutt'uno con il dominio dell'ignoranza, e sapeva che l'ignoranza è interminabile, come Freud diceva della psicoanalisi. (Si tratta infatti dello stesso tema: l'analisi è il processo di liberazione dal nostro non vedere noi stessi. E il non vedere è costitutivo del nostro essere.) <br>
Come il rapporto di Sbancor con la banca, da cui peraltro pare traesse i mezzi del suo sostentamento.  <br>
Ricordo la sua relazione al Convegno di Rekombinant dell'ottobre del 2005. Fuori pioveva a dirotto, e il clima era plumbeo. <br>
L'intervento di Sbancor fu lungo articolato, documentatissimo, e tenne col fiato sospeso una sessantina di persone che stavano ad ascoltarlo. Non è vero, disse, che gli americani abbiano perso la guerra iraqena. L'hanno vinta perché il loro scopo non è quello di rendere il mondo più governabile, né di mettere le mani sul petrolio iraqeno. Lo scopo dei petrolieri della Casa Bianca non era tenere bassi i prezzi del petrolio, ma piuttosto il contrario. Lucrare sulla guerra e sul petrolio. Da questo punto di vista, diceva Sbancor, la Halliburton non ha certo perso la guerra. Tre anni dopo sappiamo che il prezzo del petrolio si è messo a correre, moltiplicandosi più di quattro volte. Quanto al costo della forza lavoro, disse quel pomeriggio, descrivendo davanti ai nostri il divenire prossimo del mondo, il dumping cinese sta producendo i suoi effetti sul potere di acquisto del proletariato internazionale. Nei prossimi anni assisteremo a un avvicinamento progressivo del livello salariale crescente degli operai indiani o cinesi e il salario calante degli operai occidentali. <br>
In questo quadro, diceva ancora, l'entità europea va considerata come un'entità economica, punto e basta. E la catastrofe italiana può ormai considerarsi compiuta. Quello che seguirà, diceva Sbancor nell'ottobre del 2005, (qualche mese prima del penultimo atto della tragica farsa italiota, la vittoria risicata del centrosinistra), quello che andrà a seguire, è scritto nelle cifre del debito, nel peso decisivo dell'economia criminale, nell'inesistenza di una classe dirigente di ricambio, perché le élite sono state distrutte, incarcerate, perseguitate, messe affamate, espulse, umiliate, esiliate. <br>
Come sappiamo, tutto quello che Sbancor ci ha detto in quel pomeriggio di ottobre, si è rivelato vero, parola per parola. Non faceva il profeta, ma semplicemente guardava alle cose con uno sguardo ironicamente disperato, o disperatamente ironico.  <br>
Tanto che talvolta mi viene un dubbio sullo pseudonimo che aveva scelto questo compagno e amico, di formazione consiliar-libertaria, woobly e antilavorista, lettore raffinato di letteratura e scrittore lui stesso. <br>
Non gliel'ho mai detto questo dubbio. Ora me ne rimprovero, avremmo potuto chiacchierarci sopra per un paio d'ore, e invece non gli ho mai chiesto: hai pensato a questa assonanza, a questa duplicità? Sbancor non suggerisce solo la negazione del dominio del danaro sulla vita umana, ma anche il nome della vittima della violenza idiota del potere. Una vittima invincibile, che non smette di ritornare, ossessionando il potere assassino. Ricordate il Banquo che MacBeth fa uccidere nel dramma shakespeariano? E ricordate che la vittima ricompare, come fantasma, al posto riservato per MacBeth? Così ora vedo Sbancor: come un fantasma che irride ai vincitori, perché sa bene che chi vince non vince niente, e l'importante è essere impeccabile. <br>
Col suo sigaro in bocca ripete la canzone:  <br>
<span style="font-size: 12pt;">«</span><i>Life's but a walking shadow; a poor player, <br>
That struts and frets his hour upon the stage, <br>
And then is heard no more: it is a tale <br>
Told by an idiot, full of sound and fury, <br>
Signifying nothing</i><span style="font-size: 12pt;">»</span>.  <br>
ben tornato, amico mio fantasma.  <br>
<br>
<b>[*] </b>Nei giorni scorsi è morto Franco Lattanzi, conosciuto come Sbancor. Comunista libertario, anarchico, wobbly, consiliarista, ha attraversato tutti i movimenti sociali dagli anni Settanta, con fare generoso diventando nel tempo una voce cara e ascoltata.<br>
Il funerale di Sbancor avrà luogo sabato 3 maggio alle ore 15, in forma privata, presso l'Abbazia di Fossanova, a Priverno. Ma siamo certi del fatto che a Sbancor sarebbe piaciuto essere ricordato anche in un luogo laico. Perciò i suoi amici e i suoi compagni si troveranno un giorno che presto decideremo e comunicheremo.<br>
Intanto DeriveApprodi ha deciso di mettere on line il formato .pdf del libro di Sbancor, <i>Diario di guerra - Critica della guerra umanitaria</i>. Lo potete scaricare con un link più in basso.<br>
--------<br>
Foto di VMPR [Incense smoke against a black sky], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Franco Berardi Bifo				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-05-02				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Il fantasma col sigaro in bocca *</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/113_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Processo ai comunisti italiani				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=111</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Oltre trent'anni fa ciò che sarebbe accaduto apparve
chiaro e ineluttabile e senza che il prefigurarlo potesse arrestare il
corso degli avvenimenti.<br>
Quando ti è capitato in sorte di
trovarti a fianco (in famiglia, nel condominio, a scuola, in fabbrica,
nell'università, nell'informazione) il partito comunista
europeo più bigotto e ambiguo dell'occidente e assieme il
più grande, il partito forgiato da Togliatti e poi
tristemente inchiomatosi nella testa di Berlinguer, il partito
modellato a guisa di rinnovata chiesa della controriforma. <br>
Quando
hai faticato - durante i lunghi e gloriosi anni del grande sommovimento
sociale - a riconoscere da fuori coloro che pure conoscevi come eroi
della resistenza, come dirigenti operai e intellettuali intransigenti,
e hai inutilmente lavorato perché le nuove lotte e le nuove
idee contaminassero le coscienze e smuovessero dal basso gli equilibri
del partito-cattedrale. <br>
Quando questo stesso partito, nei cruciali
anni Settanta, ha scelto di stare dalla parte di ciò che
restava dello Stato e di salvare - ibernandolo - il sistema dei
partiti, ovvero di abbracciare l'affogato con sciagurato trasporto;
quando ha stabilito (con modalità leniniste? staliniane?
togliattiane? berlingueriane?) che la condizione per avere governi,
banche e monopòli fosse buttare a mare almeno un paio di
generazioni di giovani individui che avevano assaporato la gioia e
l'asprezza del cambiamento, delle sue allusioni e delle sue incertezze.
Prima isolarli e rinchiuderli nelle riserve del terrorismo, poi far
credere che il terrorismo fosse una reale minaccia per la democrazia e
creare un illusorio stato di nuova resistenza nei suoi confronti,
quindi prenderli uno per uno, infine condannarli a vita alla condizione
dell'invisibilità, per sempre.<br>
In quel momento, oltre
trent'anni fa, fu evidente che il partito comunista italiano aveva
finito di organizzare solo la prima delle tappe della distruzione di
qualsiasi progetto di cambiamento e di autovalorizzazione delle forze
produttive. Fu altrettanto evidente che il meschino compito di gestire
i passaggi sarebbe finito nelle mani di quelle misere creature nate per
partenogenesi nelle botteghe oscure del partito proprio negli anni
dell'aperto conflitto sociale, diventate i suoi nuovi dirigenti durante
e dopo la sedazione generale del movimento: Massimo D'Alema, Piero
Fassino, Walter Veltroni e altri meno nominati, incluso i sindacalisti.<br>
Anche
il militante meno disincantato e disperato, in piena repressione
poliziesca-picista alla fine degli anni Settanta, poteva valutare come
questa «conventio ad excludendum», questo ostracismo
eterno nei confronti dei protagonisti autentici del movimento avrebbe
anche comportato la rinuncia completa a un possibile ricambio del ceto
politico della sinistra italiana. <br>
Ignari della sciagura incombente
questi cardinali del nulla, questi gendarmi della conservazione si sono
rigirati per decenni sul corpo di quello che nel frattempo è
diventato con loro il paese più oscenamente retrivo e incolto
dell'occidente.<br>
Quanto il sistema dei partiti ha ceduto una prima
volta per mano dei giudici e dei leghisti hanno pensato, vere teste di
Lenin, di essere gli unici a poterne ereditare il ruolo insostituibile.
Hanno governato con il solo risultato di evocare il potere dei loro
avversari. Hanno gareggiato per elaborare programmi di governo
completamente equivalenti a quegli degli avversari, e spesso li hanno
fatti presentare da individui del tutto simili, talvolta persino
peggiori, di quelli schierati dagli avversari. <br>
In tutto questo
tempo non hanno mai rinunciato ad abbassare la guardia nei confronti
degli autonomi e di tutti i «terroristi degli anni
Settanta», a braccarli e isolarli se colti fuori dalla loro
riserva, a cacciarli dall'università, dalle piazze, dal
parlamento.<br>
Infine hanno consegnato l'Italia, proprio
nell'anniversario del movimento del '68, ai dirigenti
dell'«altro 68», quello della destra fascista, a
Fini, Alemanno, La Russa e Storace.<br>
Per ricominciare, e anche per
ritrovare lo spirito, c'è bisogno di una commissione che
istruisca un Processo di incriminazione del Partito comunista italiano
e sue successive modificazioni.<br>
-------<br>
Foto di tuco ct [Hg], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Franco Fratini				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-30				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Processo ai comunisti italiani</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/111_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Espiazione				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=110</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Ci siamo pentiti? Nient'affatto. Abbiamo fatto bene a votare quella
merda, ma ci è andata male lo stesso. Eravamo troppo
ottimisti, invece la stupidità è prevalsa perfino
sull'istinto di conservazione della sinistra. Il braccialetto
elettronico prima, dopo lo sconquasso ancora a lamentarsi che la
sinistra ha troppi limiti sulla sicurezza. Inutile, più lo
smuovi e più puzza. È riuscito a dirottare su
Alemanno cinquantacinquemila elettori, che nell'area comunale avevano
votato Zingaretti per la Provincia. Più centomila nuovi
astenuti. Un'intera città, per usare le medesime parole che
aveva usato per magnificare il proprio vantaggio dopo il primo turno.
Ma non ce l'abbiamo (solo) con lui, ma con chi ce l'ha mandato. Tutti
innocenti, gli altri fiorellini? Veltroni, che ha fatto il sindaco per
tanti anni, D'Alema, che gli ha tirato la volata finale, già
pronto a impallinare il rivale nel Pd? <i>¡Que se vayan todos!</i>
Per dirla educatamente. Ancora ci rigurgita dallo stomaco il loft, il
pullman, la rimonta, siamo a un'incollatura, Roma sta seduta su una
polveriera... E tutti a magnificare i geni della tattica, l'altro ieri
l'astuto Massimo, ieri il grande comunicatore Walter. Il Navigatore,
l'Africano. Il bombardiere dei Balcani, il cacciatore di Rom e Romeni.
Una disfatta dopo l'altra e mai nessuno che si dimetta e mai nessuno
che li cacci a pedate, come si usa in qualsiasi paese di normale
democrazia. Con quale coraggio accusano il Pdl di essere un partito di
plastica. Davvero equanimi: disprezzano Berlusconi e la Lega tanto
quanto Zapatero. Ovviamente agli antipodi, ma accomunati dal fatto di
essere vincenti. Il Pd mai, neanche per sbaglio. Magari una volta
sì, a Vicenza, ma solo perché si erano schierati
con un'intera città contro la base Usa, contro il governo
Prodi, contro la dirigenza Ds e poi Pd. <br>
-----------<br>
Foto di *L [Letras], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-29				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Espiazione</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/110_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Sommessa bestemmia sull'Italia che viene				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=107</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Nel film breve <i>La Ricotta</i> il personaggio del regista
(cioè Pasolini stesso), interpretato da Orson Welles, dice
dell'Italia che essa ha «il popolo più analfabeta e
la borghesia più ignorante d'Europa», e denuncia
l'uomo medio come «un pericoloso delinquente, un mostro [...]
razzista, colonialista, schiavista, qualunquista». Non
bastasse l'enunciazione, Pasolini fa doppiare Welles a Giorgio Bassani,
incarognito demistificatore della viltà dell'uomo medio che,
nascosto dietro le persiane, subisce passivamente gli eventi senza
prendere posizione. Per chi volesse (ri)vedersela, <a target="_blank" href="http://www.youtube.com/watch?v=GYLTM8__Xak"><b>la scena è su YouTube</b></a>.<br>
Sono passati 35 anni, Pasolini è morto ucciso da
«mano ignota», e le sue vesti se le sono giocate a
dadi progressisti da salotto e reazionari dell'ultim'ora, ciellini
ignoranti e critici illetterati. Così va il mondo, nel paese
del popolo più analfabeta d'Europa. Ma oggi Pasolini
rimetterebbe in scena quella denuncia? Per un intellettuale che
riconosceva nel reale la radice dei segni che esprimeva, credo proprio
di sì: perché gli italiani sono ri-diventati quegli
uomini medi di cui narrava il poeta friulano. Hanno smesso di essere un
«popolo», non essendo al contempo riusciti a darsi
un'identità condivisa. L'Italia è arrivata
storicamente tardi all'alfabetizzazione, come tardi è
arrivata al possesso di una lingua e un codice espressivo e culturale
comuni: cose che non c'erano nel Settecento, quando in Francia si
davano alle stampe sulle gazzette quelle idee sedimentate nei salotti e
nei club che in Italia si dissolvevano nella pubblica chiacchiera
all'aria aperta, in assenza di una società civile che
raccordasse socialmente, prima ancora che politicamente o
geograficamente, il guazzabuglio d'una<i> nave senza nocchiero in gran tempesta</i>.
Cose che nell'Ottocento non si esportavano con le armi sui battelli
partiti da Quarto, cose la cui assenza negli strati bassi si
è fatta strumento di controllo disciplinare tanto quanto la
divisione del lavoro tra città e campagna, tra nord e sud.
L'identità di popolo è stata <i>octroyée </i>dall'alto
da una borghesia élitaria, ed è stata prima subita,
poi accettata nella stretta del compromesso costituzionale dal
proletariato urbano e rurale.<br>
La rivoluzione culturale, politica, sociale degli anni Sessanta e Settanta ha rappresentato, nella sua <i>selvaggia anomalia</i>,
l'unico tentativo di autopoiesi di una cultura, un'identità,
un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte.
Poi, nella dissoluzione dell'Italia del <i>miracolo economico</i> in
un pulviscolo sociale rancoroso, privo del collante fornito dallo Stato
sociale e dalle grandi formazioni molari che cautamente frenavano con
un accorto <i>stop-and-go</i> la sovversione sociale, la paura diviene
il sentimento predominante, il minimo comune denominatore tra chi
proietta sull'altro da sé le proprie angosce. Al borghese e
al proletario si sostituiscono i diversamente precari e instabili
regimi identitari del padroncino sgomento dai processi di
globalizzazione e del lavoratore a contratto, precario a vita (e forse
oltre). L'uomo medio odierno, coi nani da giardino a guardia della sua
villa fondata sul mutuo a tasso esponenziale e sulla servitù
del franchising non è né chi sta nel mezzo del
sociale, né il mediatore tra l'alto è il basso:
è la media tra le molte non-virtù, il comune
sentire di un impasto di passioni tristi. La televisione dei talk show,
dei reality, delle risse fa alla coscienza etica di un intero paese
ciò che quattro black bloc hanno fatto a qualche vetrina a
Genova. L'indifferenza con la quale si interiorizza un modello che
invita a nominare, votare, escludere chiunque ci stia sulle palle dalle
case, dalle fattorie, dalle isole proietta all'esterno il vuoto
pneumatico delle coscienze di un non-popolo ridiventato passivo, e in
quanto tale in attesa degli uomini della provvidenza: della
transustanziazione politica di un coglione con la barbetta e le
stimmate fetenti di acido fenico a cui migliaia di rincoglioniti
venerano una riverenza che era un tempo dovuta a Francesco d'Assisi.
Non è un caso che il beato di Pietralcina, nella maschera che
ricopre il suo volto, condivida col meglio della soubrettistica
nazionale la miserabile materia di cui oggi son fatti i sogni: il
silicone.<br>
Un volgo disperso che nome non ha, diceva Manzoni, che in
cuor suo sarà anche stato reazionario, ma raramente mancava
il bersaglio. <i>Hic Rhodus, hic salta</i>.<br>
----------<br>
<br>
Foto di bitzcelt [The Nuts and Bolts of Electricity], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Girolamo De Michele				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-28				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Sommessa bestemmia sull'Italia che viene</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/107_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Roma. Ballottaggio				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=106</link>
				<description>				<![CDATA[<p><i>Ash to ashes</i>. Cenere alla cenere. Lasciamo riposare la retorica della convivenza civile insidiata, dei valori antifascisti da difendere, del Parco della Musica, di festival filosofici e tappeti rossi per l'industria cinematografica, delle notti bianche e cerchiamo di rimuovere sgradevoli ricordi di baciamani papali, registri mancati di unioni civili, assegnazioni caltagironiane di aree fabbricabili, demolizione di baracche fluviali con romeni annessi. Il problema è semplice. Vogliamo fare lavoro politico extra-parlamentare, vogliamo che il patrimonio edilizio sia disponibile per i senzatetto, vogliamo gestire centri sociali senza fronteggiare nel contempo aggressioni squadriste, ricatti polizieschi, sgomberi comunali. Alemanno ci scrive: mi fido di te. Il fatto è che noi non ci fidiamo di lui. Non è per niente stupido, a suo modo è un figlio del '68 (dall'altra parte) e per giocare il suo ruolo con la dovuta visibilità dovrebbe mixare populismo e repressione selettiva. Noi siamo i perfetti target di quella repressione. Non ci tira affatto. Al punto da indurci a votare nel ballottaggio un residuato di seconda repubblica. Tanto il concorrente fascio farebbe il baciapile e curerebbe gli interessi dei palazzinari come Rutelli. Con in più ronde, provocazioni e mano libera alla xenofobia. Proprio perché siamo radicalmente contro la rappresentanza, non facciamo questioni di principio sul voto. Non abbiamo votato la patetica sinistra arcobaleno con lo stesso spirito con cui  votiamo nel ballottaggio per preservare spazi di agibilità, per proteggere l'esodo dall'inseguimento del faraone. Solo che non possiamo aspettarci i flutti vendicativi del Mar Rosso. Dobbiamo arrangiarci da soli. Difenderci dai nemici e poi da quelli che stiamo appoggiando. Che fatica...<br>
-----<br>
Foto di voxphoto [ash Memorial IV], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-24				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Roma. Ballottaggio</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/106_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Meno male che Silvio c'è				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=104</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Ha funzionato. La chiamata a raccolta, l'«adunata» dei popoli intorno alle proprie bandiere e motivazioni, ha funzionato in queste elezioni. Lo schieramento, la polarizzazione hanno funzionato. Come in ogni elezione, ha giocato un meccanismo utilitario - il «voto di scambio» fra la delega e il ritorno delle promesse in termini di fatti e provvedimenti -, ma come in ogni mobilitazione, e questa elezione è stata caratterizzata dalla mobilitazione, ha giocato soprattutto un meccanismo identitario. Che è a doppia valenza: l'evidenza di ciò che si è e si vuole, il contrasto con ciò che non si è e non si vuole. Asciugate le simpatie, le possibilità, le curiosità, eliminati gli investimenti, i voti sono andati a incasellarsi e disporsi soprattutto sul principio della «forza».<br>
Ora, ci sono più netti e delineati un popolo di sinistra, un popolo riformista, un popolo di destra. I numeri sono lì.<br>
Ora, il popolo di sinistra - qualunque cosa possa significare quest'espressione -, dopo la batosta elettorale, sembra migliore dei suoi rappresentanti. Non che i suoi rappresentanti siano feccia, ma il popolo di sinistra, quel che è numericamente rimasto, mostra ancora maggiore generosità e disponibilità. Quelli contano e si ricontano le anime morte, questo è sbandato e ridotto al lumicino, ma il suo cuore malato batte ancora di fede. Coi rischi che questo comporta.<br>
Ora, il popolo di destra - qualunque cosa debba significare quest'espressione -, dopo il successo elettorale, sembra invece peggiore dei suoi rappresentanti. Non che i suoi rappresentanti siano paste d'uomo e persone per bene, ma il popolo di destra, quel che è numericamente diventato, mostra ancora maggiore crudeltà e rancore. Quelli contano e si ricontano gli interessi, questo è aggressivo e ha voglia di sentire il sapore del sangue. Coi rischi che questo comporta.<br>
Qualunque teoria, sociologica, economica, antropologica abbia provato a spiegare e raccontare i fenomeni strutturali, ideologici e di comportamento che hanno motivato in questi ultimi dieci-quindici anni lo slittamento a destra di questo paese - che repubblicano, democratico e di sinistra lo è stato davvero a fatica, diciamo così: a forza -, politicizzatisi nel sostegno incondizionato al berlusconismo e alla Lega di Bossi e al permanere di un rilevante elettorato missino e fascista, non ha mai voluto fare i conti col dato più reale, vero e concreto: una pancia e una testa apertamente conservatori, sconciamente reazionari, scompostamente e merdosamente cattivi. L'eclisse dello scontro tra classi, il crollo dei muri ideologici, le epocali trasformazioni produttive, la globalizzazione e e la finanziarizzazione e l'americanizzazione, tutto quel che volete, la società «liquida» pure, hanno lasciato e sedimentato soltanto una enorme massa di detriti in poltiglia fangosa: una plebe. La «rude razza pagana» che nella semplificazione dello scontro sapeva come spingere, valorizzare, ottenere i propri elementari interessi [salario, diritti, migliorie, cose], come «governare», si è sperduta nella complessità. Si è ritrovata plebe in una semplificazione rovesciata, il paradosso di chi contrasta i propri interessi in nome dello schieramento. Non vuole più di più, vuole solo mantenere quel meno che ha: è la propria risposta alla «crisi»: il trionfo della miseria.<br>
Berlusconi, i suoi soldi, il suo potere, il suo idiota carisma, le sue tv, il suo partito del predellino, il suo trapianto, le sue gag e il suo cabaret, e quant'altro; Bossi e le sue sparate del cazzo, i suoi fucili e le sue pallottole di poco prezzo, le sue ampolle e la sua secessione, i suoi eroi della serenissima e la roma ladrona, e quant'altro; ecco, loro non hanno «inventato» il popolo di destra. Questo, c'era di suo.<br>
Il popolo di destra sta qui e lì, sta ovunque, montante come una marea assatanata.<br>
Da dove venga, da chi sia formato [e i pensionati insicuri, e le villette dei brianzoli assaltate, e i commercianti rapinati, e i tassisti e i tabaccai, e i giovani che cercano sangue e terra, e gli operai che aspirano a diventare padroncini, e gli imprenditori tartassati, e i guidatori dei suv, e le cinture delle ex-città industriali inzeppate di immigrati meridionali assimilatisi ai padani, e le periferie delle grandi e medie città sempre più in degrado, e i nuovi immigrati che difendono la soglia acquisita e e e], davvero, chi cazzo se ne frega? Qualcuno, a sinistra, pensa di poterlo intercettare, neutralizzare? E come?<br>
Come i sindaci di centrosinistra, che, dove reggono, hanno «tenuto» per aver governato con prassi amministrative ispirate alle richieste di questa plebe dal rutilante nome di «cittadini»? <br>
Questo popolo di destra ha intercettato i suoi interlocutori e rappresentanti, ha dato loro mandato pieno. Se ne sente adesso autorizzato. Autorizzato al proprio odio. Pronto a tracimare.<br>
Il ciclo di quest'odio non sarà breve. E non ha argini. <br>
Perché schiantino, perché schiattino - popolo e rappresentanti di destra - ci vorrà un impatto durissimo. Come sempre è stato. Ma non so dire se è dietro l'angolo.<br>
----<br>
Foto di Eugenio Cappuccio, DeriveApprodi n. 23</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-23				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Meno male che Silvio c'è</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/104_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Mi dicono				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=103</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Mi dicono: non hai rispetto per le istituzioni, non puoi insultare un governo in carica. Rispondo: perché dovrei avere rispetto per chi non rispetta i miei figli? Per chi ha firmato un accordo sul welfare che non vede, non considera milioni di giovani che non avranno mai una pensione o una pensione decente? Per chi, non contento di questa e di altre «dimenticanze», mi propina quell'ignobile campagna di comunicazione dallo slogan «I giovani non devono più aspettare», che oltre al danno aggiunge le beffe? L'Italia, lo ha ricordato Draghi - ma pare che nessuno abbia colto il messaggio - ha i salari d'ingresso più bassi d'Europa, è il Paese con il minore rispetto per i giovani. Mi aspettavo che un governo di centro-sinistra dovesse almeno fare il gesto di averne di più.<br>
Mi dicono: questo governo ha ridotto il deficit, ha fatto pagare le tasse. Rispondo: è merito dei cittadini che hanno lavorato, prodotto e versato. I soldi sono loro, dei cittadini, che chiedono di farne buon uso, di spendere di meno per mantenere l'apparato politico-amministrativo e di più per dare servizi pubblici, possibilmente migliori. È un ragionamento analogo a quello che ha fatto risvegliare agli inizi degli anni Sessanta milioni di operai: «Siete voi che producete la ricchezza, siete voi la fonte del valore!» Se lo Stato ha dei soldi in più, è merito nostro. Se Berlusconi se li può godere quei soldi, è invece responsabilità di Padoa, di Visco, di Mastella.<br>
Mi dicono: ma come puoi sopportare che venga votata una come la Santaché, che ha fatto campagna elettorale con slogan del tipo «Non la dò a Berlusconi»? E voi, che così mi rimproverate, come avete fatto a sopportare una televisione di stato, un servizio pubblico, che da tempo dello stesso linguaggio fa uso corrente e lo spalma su tutti gli orari di ascolto, anche quelli riservati ai nostri nipotini?<br>
Mi dicono: non hai rispetto nemmeno per il presidente della Repubblica? Rispondo: certamente, ci mancherebbe, siamo in Italia e l'ipocrisia è d'obbligo, ma non capisco come si fa a lanciare anatemi contro l'«antipolitica» quando anche la scorta si fa largo a stento nella monnezza campana. È un problema di comunicazione, voglio dire.<br>
Mi dicono: allora, se tu fossi residente a Roma voteresti Alemanno? Rispondo: ci penserei, visto l'operato di Rutelli al ministero dei Beni Culturali.<br>
Mi dicono: sei passato dall'altra parte, allora? Rispondo: potrei pensarci, dopo aver assistito all'operato del ministro Bianchi in materia di trasporti - campo nel quale pare io abbia una qualche competenza.<br>
Mi dicono: adesso piantala con le battute, ragiona. Non potevano fare di più. Rispondo: si può perdere a testa alta e si può perdere nella vergogna. Hanno scelto la seconda strada. Intendo dire: quando ti accorgi che la situazione generale non ti consente di fare certe cose ma che il tuo elettorato ti ha chiesto di farle, le fai. Le fai proprio perché sei sicuro di perdere ma almeno dai un segnale, lanci un messaggio, segni una demarcazione, crei un'identità, dai slancio ed entusiasmo a quel tuo disgraziato Popolo che in tal modo ha ancora la forza di sperare che un giorno sarà meglio e lo fai come governo, perché se invece lo fai (anzi lo dici, bella differenza) come opposizione, chi vuoi che ti creda più? <br>
Mi dicono: secondo te quindi non hanno avuto abbastanza coraggio? Rispondo: no, è che sono fatti di quella pasta lì. <br>
--------<br>
Foto di Florian Braun [Ohne Titel, Berlin 2003], da babel 04</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Sergio Bologna				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-22				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Mi dicono</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/103_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				I vecchi finiscono sempre senza accorgersene				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=101</link>
				<description>				<![CDATA[<p>È alta siennò un metro e cinquanta<br>
Ha denti bellissimi perfetti<br>
Esce solo la domenica solo la domenica alle quattordici<br>
Non dirò come veste perché sennò<br>
Pensereste che io vorrei essere Harold e lei è Maude<br>
Siamo a palermo a piazza politeama il centro<br>
Dice che esce la domenica perché solo oggi si può camminare<br>
Dice che lei vuole camminare perché ha paura<br>
Che il suo corpo si fermi che le sue gambe<br>
<br>
Faccio questo giro <br>
Da dove abito in via candelai salgo per via maqueda<br>
Poi giro per piazza sant'oliva e il politeama<br>
Piano mi faccio via ruggero settimo e ritorno da via maqueda<br>
E sono praticamente arrivata<br>
Salgo e mi chiudo come una segregata in casa<br>
Perché alla mia età come posso difendermi da tutti questi neri<br>
Certe volte mi fermano io ho lavorato la pensione ce l'ho<br>
Mio fratello e mia sorella quelli che abitavano a palermo<br>
Se l'è chiamati gesù<br>
<br>
Parla un italiano perfetto come i suoi denti<br>
A volte colto ma gentile come spesso non sanno parlarlo gli uomini colti<br>
Soprattutto quando si trovano per strada<br>
Il suo secondo fratello lo ha perduto di vista <br>
È emigrato a torino il ragazzo con il diploma <br>
È successo che alla stazione ha incontrato un generale<br>
Gli ha detto che i suoi migliori anni li aveva passati in una caserma di palermo<br>
Gli ha dato un posto nella sua industrietta e lì è rimasto<br>
Non è più tornato ogni tanto però gli ritorna in testa<br>
<br>
Se non fosse stato per mussolini<br>
Non avrei avuto questo straccio di pensione<br>
Ho lavorato per quarantacinque anni non sembra vero<br>
E so ancora attraversare la strada da sola senza aiuto<br>
So ancora attraversare ma non riprendermi con la telecamera<br>
Che lo capisco che i vecchi finiscono sempre senza accorgersene<br>
<br>
Ha le orecchie così belle e sporche<br>
che stronzo <br>
gliele vorrei lavare<br>
------<br>
Foto di demona [In attesa], con licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Francesco Gambaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-21				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>I vecchi finiscono sempre senza accorgersene</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/101_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Noi, di questo paese				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=99</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Siamo quelli che non vedono il futuro, che dicono: «Quando
chiudo gli occhi e penso a me stesso tra dieci anni, non riesco a
vedere niente, non riesco a pensarmi più vecchio di come
sono».<br>
Guardiamo Amici di Maria De Filippi e ci
commuoviamo di nascosto quando Marco &ndash; il sardo &ndash;
alza la coppa e urla «Mamma! Non ci credo! È un
sogno!». Però abbiamo difficoltà a
confessare i nostri sentimenti; alcuni amici non capirebbero, anche se
poi guardano Uomini & Donne per sfottere i tronisti.<br>
Beviamo
bottiglie di Nero d&rsquo;Avola da otto euro, ma non ce lo possiamo
permettere. Qualche volta andiamo al giapponese, ordiniamo cotoletta di
maiale e California maki, una volta ogni quindici giorni <i>si può fare</i>.<br>
Compriamo «Repubblica» perché
così ci hanno abituato i nostri genitori, e perché
«certo Scalfari ragiona ancora bene»; qualche volta
scriviamo lettere a Corrado Augias per sfogare la rabbia &ndash; lui
non ci risponde &ndash; e guardiamo il video di un tizio che per
protesta corre nudo su un campo da baseball a Pasadena.<br>
Abbiamo
allargato le nostre percezioni varie volte. Abbiamo installato il nuovo
decoder Alice Home Tv. Abbiamo comprato un mobiletto Ikea. Ci piace
essere sincretici e accettare i compromessi della modernità.
Ci piace indossare scarpe Adidas ed evitare le Nike. Siamo andati a
qualche rave con animazioni meccaniche. Anni fa eravamo amici di uno
che pippava eroina.<br>
Utilizziamo la giusta dose di retorica quando
si parla di morti sul lavoro. I fascisti ci ripugnano perché
non sanno cos&rsquo;è la cultura. I leghisti ci sembrano
una nuova specie animale che la domenica veste tute Diadora. Ci
sentiamo migliori e vorremmo continuare a vederci tra di noi.<br>
Siamo
fuorisede che ascoltano musica salentina, Siamo travestiti che
frequentano Mucca assassina. Facciamo lavori interessanti, leggiamo
«l&rsquo;Espresso» sul cesso la mattina e
consumiamo grosse dosi di pornografia. Quando sentiamo il panico
vicino, facciamo cadere sulle nostre lingue il sapore dei fiori di Bach.<br>
Cerami per noi è comunque un personaggio della cultura.
Filippo Timi è bravo e c&rsquo;ha coraggio. Fabio Volo
dipende, ma alcuni non dispiace. «La Dandini invita sempre
personaggi interessanti». Abbiamo stipendi da settecento euro
e una monocamera con terrazzino che nostro padre ci ha comprato con una
parte della sua liquidazione. Per noi è importante conoscere
i retroscena delle cose. Michael Moore per esempio è da
stimare. Noi che negli anni Novanta leggevamo Pennac e ci riconoscevamo
nel marchio Feltrinelli, oggi scegliamo Montalbano e i noir di Massimo
Carlotto.<br>
Non siamo i soliti turisti. A Sharm el Sheik
d&rsquo;inverno ci puoi andare, ma è importante essere
diversi. Siamo newyorkesi, parigini, berlinesi, siamo quelli che non
amano le visite guidate. Andiamo al pub coi compagni di
specializzazione &ndash; per lo più stranieri
d&rsquo;impronta multiculturale &ndash; e usando il nostro
inglese elementare, facciamo a meno delle nostre differenze.<br>
Concordiamo con la classe dirigente di sinistra &ndash; ma anche di
centro riformista &ndash; che dà sempre la colpa agli
altri, quelli che non capiscono quanto siamo migliori. E diamo ragione
a Ezio Mauro quando trova motivi di soddisfazione: per esempio passi
avanti in termini di zero virgola qualcosa, o il coraggio di fare certe
scelte; siamo anche facce di cazzo con la riga a destra che amano la
semplificazione del quadro politico. Siamo noi, siamo in tanti, e
arriviamo a circa un terzo del paese.<br>
-----<br>
Foto di Meuschke & Blum da Jungle World, n. 5, gennaio 2008</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Cristiano de Majo				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-20				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Noi, di questo paese</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/99_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Coi più crudeli				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=96</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Ora che tutto si è risolto e si è dissolto, è almeno chiaro che gli uomini intenti, già da sabato scorso, a scambiarsi mail di lancinante derisione (una risata <i>ci</i> seppellirà) sugli aerei in partenza per il Nepal maoista e quelli che domenica si recavano con la testa bassa tra le spalle quadre a tatuare la propria paura sulla scheda elettorale, in questi anni non si erano mai incrociati neanche con lo sguardo - figurarsi con il pensiero. Il paese reale non difetta tanto di piazze - vuote e metafisiche - in cui calare, tornare e rigenerare il narcisismo ferito della rappresentanza, quanto di strade in cui alzare gli occhi su quelli che no, non sono noi. Nella patria terrestre del cattolicesimo romano il prossimo è una regola che si disincarna nella totale mancanza di eccezioni (proprio come richiede, in fondo, il razionalismo <i>isterico</i> di questo pontificato). Nella terra di elezione del fratricidio, l'odio non si è mai scambiato a quotazioni così alte sul mercato dei pubblici sentimenti - e mai nel contempo è apparso così stanco, così rassegnato, così privo di eloquenza e di entusiasmo: neanche il «ritorneremo» promesso (e sempre mancato) dai fascisti a Roma riesce a prendere il sapore acre e sanguigno del trionfo. Ora che hanno riscoperto il territorio e le frontiere, gli italiani sentono di non avere più la terra sotto i piedi, nel solenne momento del ritorno dell'identità - dell'ordine, del governo finalmente governato e non più solo governabile - scoprono che l'unico valore che li accomuna è l'individuazione bipartisan di un capro espiatorio: i poveri hanno raggiunto i più ricchi dei ricchi ai piedi della pira, nella speranza che il sacrificio dei più poveri dei poveri li riscaldi e soprattutto li risparmi. Alla fine dei conti hanno seguito l'indicazione di quella bambina ungherese che interrogata dopo la repressione sovietica del 1956 sul partito con cui si sarebbe schierata una volta grande rispose: con il più crudele, e alla domanda sul perché aggiunse «perché è quello che mi proteggerà meglio». Ma già l'odio è fiaccato dal sospetto di non bastare alla paura che, da brava paura della paura, è infinita e cava, più forte di ciascuno degli spettri chiamati a raccolta dal suo flauto di ossa. Chiuderemo le frontiere, purificheremo le strade, butteremo a mare tutti i loro che non sono il <i>noi</i> di una comunità costituita solo da impauriti e da ipocondriaci, da servi e da padroni legati da una nuova fedeltà feudale. Ma poi anche il nostro giardino recintato prenderà l'aspetto di un angoscioso deserto irto di minacce, una galera troppo stretta ma, misteriosamente ancora troppo vasta. E non è detto che «finalmente si potrà dormire» con la tranquillità dei morti, come auspicava la voce profetica (e amorosa) dei coniugi di Erba. <br>
-------<br>
Foto di Iguana Jo [barriera 2], sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Attilio Scarpellini				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-18				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Coi più crudeli</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/96_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Non è un paese per moderati				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=94</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Un voto estremista di un paese estremo. Disposto a scorticarsi dalla pelle di una identità sempre più precisa ma non meno inquietante, l'imprimatur della solidarietà sociale vecchia come il Risorgimento. Improvvisamente darwiniano, con la crisi definitiva del voto cattolico ormai senza Dio, si affida alla spiritualità in bianco e nero di Borghezio e agli eroi di Dell'Utri. Un paese estremo per gesti estremi chiede estremismi istituzionalizzati. Chiede che si possa fare, che l'orizzonte sia limitato e protetto dai privilegi, dalla nascita, dalla razza. Dai soldi. I soldi prima di tutto. Soprattutto. Non c'è stato altro in questa campagna elettorale. Soldi, la metafisica del denaro che tutto ha risucchiato. La promessa di non pagare il bollo-auto ha centrifugato senza geografia ogni altro pensiero, perplessità, disgusto. Soldi bonus per fare figli, per amare, per genitori a tassametro, per coppie estreme che figli non ne vogliono, neanche a pagamento, libere di galleggiare senza zavorra, senza obblighi di solidarietà neanche di sangue, per riempire di niente il sogno del Suv. Un paese estremo tutto in superficie che ha provato un solo brivido nell'accostarsi trionfale alla vittoria, la gaffe di Berlusconi su Totti. Solo l'insulto alla fede di maglia ha gettato un'ombra. Non l'umiliazione precaria, il girone dei call-center, la promessa condivisa di lacrime e sangue che avrà per sempre i donatori di sempre, non la scuola di casta e nemmeno l'optional del distinguo culturale sull'abolizione della Resistenza. Totti. <br>
Molti sostengono che questo sia un voto verso la modernità, verso l'Europa. È vero. In tutto il continente scorie umane non hanno più rappresentanza. Vivono nel lato in ombra, senza numeri parlamentari, con consumi minimi di sopravvivenza non registrati dai sismografi dell'occidente. Nel suo giro di rivoluzione tra il 13 e il 14 aprile l'Italia si è liberata dal suo asse, ha tagliato le corde che la trattenevano alla sua storia di bene e di male, al suo percorso. Volteggia felice nel sole brillantissimo dei media. Ogni cosa è illuminata, ma io vedo deserto. E Bolzaneto.<br>
-----<br>
<br>
Immagine di Andrei Chehzin da naked punch</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giosuè Calaciura				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-17				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Non è un paese per moderati</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/94_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Bastonare il cane che affoga				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=92</link>
				<description>				<![CDATA[<p>La sensazione è di <i>Schadenfreude</i>*. Non li vedremo più, si spera, i Giordano, i Pecoraro Scanio, i Diliberto. Ma che razza di popolo è questo di Sinistra che li aveva votati, quelli e i loro luogotenenti locali? Oggi si tengono il capo e si stracciano le vesti ma hanno accettato di non pensare, di non ragionare, quando Berlusconi è stato eletto per la seconda volta. Avevano cinque anni di tempo per darsi una regolata, per cambiare squadra soprattutto. E invece hanno sperato nei magistrati, si sono incarogniti sul conflitto d&rsquo;interessi e si sono accucciati sempre più sotto l&rsquo;ombrello protettivo di Confindustria, leggendo ogni mattina con diligenza e devozione «la Repubblica». Così siamo arrivati al governo Prodi, uno dei più nefasti degli ultimi anni, il vero responsabile del risultato elettorale del 15 aprile. Guidato da uno che aveva già fatto pessima figura come presidente della Commissione europea, comandato da un contafagioli che passa per grande economista (Padoa Schioppa) e infestato da quella specie di paranoico fiscale che risponde al nome di Visco. Un governo con un ministro del Lavoro che chiude i cantieri non perché si muore ma perché così si aumentano le entrate dello Stato, che firma un protocollo sul welfare ignobile, dimenticandosi che ci sono milioni di giovani che non avranno mai una pensione. Un governo che aumenta le pensioni di &euro; 1,09 al giorno, equamente distribuiti tra la vecchina che non riesce ad alzarsi dal letto e i superpensionati. Un governo che si chiude in uno scenario appropriato, nell&rsquo;immondezzaio campano, su cui campeggia il repellente ministro dell&rsquo;Ambiente, da quella monnezza uscito.<br>
Veltroni è andato bene, si dice, che <i>score</i>! Ma che l&rsquo;atto di nascita del suo partito coincida con la più disastrosa sconfitta del dopoguerra nessuno lo dice?<br>
L&rsquo;arte della sopravvivenza molti di noi l&rsquo;hanno imparata dagli inizi degli anni ottanta, siamo i più avvantaggiati in un certo senso. L&rsquo;importante è non lasciarsi spingere a soccorrere i naufraghi. Hanno fatto pagare a noi e al Paese un prezzo spaventoso. Inossidabili, inviteranno al dialogo. Bastonare il cane che affoga.<br>
-------<br>
*Da wikipedia: <i>Schadenfreude</i> è un termine tedesco che significa «piacere provato dalla sfortuna dell'altro». Il termine deriva da <i>Schaden</i> (danno) e <i>Freude</i> (gioia). In tedesco il termine ha sempre una connotazione negativa. Esiste una distinzione tra la «schadenfreude segreta» (un sentimento privato) e la «schadenfreude aperta» (Hohn).<br>
<br>
----<br>
Immagine di Andrei Chehzin da naked punch</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Sergio Bologna				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-16				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Bastonare il cane che affoga</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/92_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Pomeriggio di un giorno qualunque				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=91</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Mio figlio mi urla dalla sua stanza che gli exit pool danno Veltroni
vincente, io sono in bagno per la consueta sosta postprandiale. Mi ero
riproposto di apparecchiarmi davanti alla televisione subito dopo. Un
po' resto sorpreso e un po' resto male: quella informazione in qualche
modo mi brucia la suspense. Non è che la contesa politica mi
coinvolga più di tanto ma un pomeriggio televisivo post
elettorale è comunque un bel passatempo. Penso, mentre vado a
posizionarmi: di solito le dichiarazioni di voto sono poco affidabili
visto che soprattutto l'elettorato di Berlusconi si vergogna di
dichiarare per chi vota; se non ricordo male facevano così
anche i democristiani. Infatti, non passano che pochi minuti e i primi
dati di previsione questa volta fatta sul campione ribaltano il
risultato. Da lì in avanti è un crescendo
berlusconiano con sostanziosi inserimenti leghisti. Precipita
«l'andiamo da soli» veltroniano e si estingue
qualsiasi possibilità di arroccamento dell'arcobaleno. Cerco
Ferrara - etica contro economia - ma non se ne trova traccia: sta
miseramente sotto la voce «altri». Ormai si sono
fatte quasi le cinque del pomeriggio, mi inizio a innervosire e forse a
annoiarmi. <br>
Chiudo la televisione e vado al lavoro in enoteca.
Lì la situazione è un misto di facce serie e di
facce divertite. Mi attacco con il primo che mi capita sbraitandogli
addosso che non c'è nulla di cui meravigliarsi dopo due anni
di terrorismo fiscale e di promesse di possibili prelievi direttamente
dai conti correnti bancari: cosa ci si poteva aspettare? Il consueto
scazzo pomeridiano continua sovrapponendo urla e posizioni sulla
contesa elettorale: si va da chi sostiene che mentre Berlusconi
è stato capace di sdoganare i fascisti, Veltroni non ha avuto
il coraggio di farlo con i comunisti, che quella della semplificazione
della politica non è una idea di sostanza ma di forma, che
pagare l'iva a valle invece che a monte era un cambiamento doveroso,
che l'incrocio con i giustizialisti di Di Pietro era peggio
dell'incrocio con i leghisti di Bossi, e così in avanti fino
a sera. Poi una volta a casa, a letto, prima di addormentarmi rifletto:
il meccanismo di questo paese è sempre lo stesso, sono tutti
eroi finché non c'è guerra, sono tutti per il
risanamento finché non gli mettono le mani in tasca, sono
tutti per la solidarietà di razza finché non ci
sono emigrati. È forse questa evidenza che ha capito
Berlusconi? Cosa cerca un venditore se non qualcuno che vuole comprare?
E ancora: cosa cerca la gente dalla politica se non la speranza di
sperare? Viviamo in un posto che sente parlare di crisi economica ma
che è ancora il paese europeo con il più basso
indebitamento privato e che ormai ha fatto l'abitudine al suo debito
pubblico. Tra un pensiero e l'altro mi addormento. <br>
Questa mattina
mia moglie con voce ancora assonnata mi sveglia chiedendomi: ma secondo
te, i voti dell'arcobaleno che fine hanno fatto? I comunisti sono
spariti, polverizzati da quella che chiamano semplificazione del quadro
politico. Chi avrebbe mai immaginata una fine così poco
gloriosa. La cosa non so perché mi irrita: urlo a mia moglie
che a me di questa elezione non me ne frega niente, che le cose vanno
come devono andare e che non ne voglio più parlare. Mi lavo,
mi vesto per la corsa del mattino e vado al parco. Quando torno, trovo
sul cellulare una chiamata di Lanfranco: richiamo e dopo una serie di
come stai, come non stai, mi chiede perché non mi fai un
pezzo di pancia sul post elezioni. Cerco di smarcarmi, dicendogli che
non so se sono in grado, se mi viene, ma lui insiste. <br>
Ed eccoci qua.<br>
<br>
-----<br>
Foto di berto [mesmerize], sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giancarlo Davoli				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-15				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Pomeriggio di un giorno qualunque</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/91_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Abbiamo vinto. Abbiamo perso. Mah				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=90</link>
				<description>				<![CDATA[<p>I dati, mentre scrivo, non sono ancora definitivi e riguardano solo
il Senato. Ma si tratterà, per quel che sembra, solo di
misurare l'entità della tracimazione berlusconiana e
l'eventuale tenuta del pd di Veltroni qui e là. Il quadro
generale sembra ormai assodato. Non erano assolutamente scontati i
dettagli di questo voto, e varrà la pena ragionarci.<br>
Esistono solo due partiti, non due grandi partiti e minoranze, ma
proprio solo due partiti, o meglio due partiti e alcune alleanze: il
quadro politico si è semplificato quanto alle rappresentanze
sociali, ma va complicandosi quanto alle rappresentanze territoriali:
la forza della Lega Nord è notevole, forse troppo pure per
Tremonti e Berlusconi; stavolta Bossi dovrà portare davvero a
casa qualcosa, e non poco, hanno i numeri. Di converso, il ricatto che
può esercitare Raffaele Lombardo e il Movimento per
l'Autonomia è meno significativo ma ha una sua consistenza ed
è probabile che assisteremo a una accentuazione di spinte
«sicilianiste», perché pagano e
perché giustificate dall'accentuazione delle spinte leghiste
che si verificheranno di sicuro. Un paese tirato di qua e di
là, di sopra e di sotto, non è una gran
prospettiva. Un paese governato da spinte reazionarie e razziste e con
un consenso elettorale così forte è un posto
tremendo da viverci.<br>
Il progetto di Veltroni non ne esce sconfitto,
il nuovo partito ha tenuto, anzi ha recuperato sul concetto del
«voto utile» e a parte la roccaforte delle vecchie
«regioni rosse» rimane tutto un quadro di
amministrazioni locali ancora significativo.<br>
Non ci sarà
alcuna grande coalizione e nessun veltrusconismo: Veltroni
dovrà fare la sua battaglia di opposizione. La situazione
economica internazionale non è facile nonostante tutte le
invenzioni di «finanza creativa» e di grida contro i
disastri del governo Prodi che per uno, due anni potranno servire a
rimandare le cose: la crisi c'è ed è grave.
Veltroni punterà al deterioramento definitivo del
berlusconismo, per la prossima tornata. La sua era una battaglia persa
in partenza ma tutto sommato il suo progetto non ne esce in bancarotta,
anzi. Che il pd finisca con l'avere il monopolio dell'opposizione
parlamentare è certo una cosa bizzarra.<br>
Quella che ne
esce sconfitta con tutta evidenza è la Sinistra arcobaleno.
L'accorpamento elettorale non ha pagato, anzi è stato
penalizzante: per chi ha voluto, con l'astensione [che è, per
quel che sembra, per la maggior parte sempre legata alla sinistra
più radicale] o il dirottamento a liste di minoranza o un
voto utile, punire l'esperienza della Sinistra nel governo Prodi,
manifestare la propria delusione è stato più
semplice. La scommessa fatta sulla sconfitta di Veltroni e un
contemporaneo proprio successo, o quanto meno una tenuta dignitosa, per
ribaltare la situazione in una ripresa di dialettica delle sinistre
è andata a farsi benedire.<br>
Non c'è da rallegrarsene, stante il quadro generale, ma questo è.<br>
Forse è davvero il caso di tornarci a ragionare. Presto.<br>
-------<br>
Foto di madelinetosh [Vote: Umoja Colorway], sotto licenza Creative Commons, da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-14				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Abbiamo vinto. Abbiamo perso. Mah</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/90_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Lo spirito del nostro voto				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=87</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Gli esichiasti &ndash; e chi cazzo sono? Voi non lo sapete, ma lui, il Presidente, che sul monte Athos c&rsquo;è stato (con aereo governativo), li conosce. Dal greco <i>hesuchia</i>, pace interiore: sono monaci che praticano silenzio e preghiera incessante. Sono «una tendenza culturale», come i punk, che hanno altri stili di vita. Come i punk-a-bestia, che inoltre posseggono cani un po&rsquo; ringhiosi. Come i comunisti. Una tendenza fra le altre, sostiene Bertinotti. Magari vanno presi con le molle, ma sempre acculturati sono.<br />
La sinistra è indispensabile &ndash; sostiene ancora Bertinotti &ndash; perché, senza di essa, riformista o radicale che sia, la conflittualità sociale diventa incontrollabile e dunque fa danno all&rsquo;intera nazione. Esatto, proprio ciò che induce a riflettere sull&rsquo;utilità di una sinistra che dovrebbe «trattenere» la lotta di classe come fosse l&rsquo;anticristo. Dopo, non dimentichiamolo, è prevista la fine del mondo.<br />
Entrambe le affermazioni hanno suscitato vivaci proteste nella galassia arcobaleno, dove tutti riscoprono il comunismo e la lotta di classe una volta estromessi dal governo. Se continuano così, arriveranno fino alla santa violenza proletaria e al sol dell&rsquo;avvenir. Più rozzamente si sente aria di scissione in SinArc. Qualcuno vuole mollare il comunismo e qualcuno vuole restaurarlo. Due scelte entrambe perdenti. Attendiamoci una bella contesa su sedi, simboli e giornali. Altro che apocalissi e resurrezione della carne.<br />
Titoli di coda. Gli esichiasti sono persone rispettabili e di non comune spessore teologico. Adoro il piercing e i punk hanno prodotto musica eccelsa. I punk-a-bestia sono alquanto insopportabili, ma almeno non bivaccano tutte le notti a Porta a Porta. Lo spiritualismo della sinistra di lotta e di governo è invece ridicolo e dannoso. Quando l&rsquo; Abbà Arsenio (e ridagli con gli esichiasti!), che ancora abitava nel palazzo imperiale, si rivolse a Dio pregandolo di mostrargli la strada che conduce alla salvezza, una voce gli rispose: «Arsenio fuggi gli uomini e sarai salvato». Oggi magari bisognerebbe fuggire la sinistra. Una certa sinistra.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-11				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Lo spirito del nostro voto</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/87_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Da che parte è il Tibet?				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=84</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Chiaro che dei tibetani, monaci o laici così come prima dei birmani ai grandi mezzi di comunicazione di massa e alle strutture tipo Reporters sans frontières importa fino a un certo punto. La campagna sui diritti umani scatta in sospetta concomitanza con troppi interessi a mettere in difficoltà la non incolpevole Cina. Già, ma da quale da quale pulpito la si critica? Da quello francese, impareggiabile per la politica africana e per il ruolo di Bernard Kouchner in Kossovo, da quello del macellaio Bush o di Blair inviato del quartetto in Palestina? L'ipocrisia delle guerre umanitarie rende implausibile qualunque condanna, tanto più che sono evidenti i veri motivi per cui la si emette, in sostituzione di misure concrete che sarebbero insostenibili a causa delle relazioni commerciali e debitorie di Usa ed Europa con la Cina. Il vero punto critico è questo: il ruolo della Cina (e in misura minore della Russia e dell'India) è al momento quello di contrastare l'egemonismo americano, anzi di star modificando l'assetto monocentrico dell'economia mondiale in una direzione policentrica, cui ancora solo parzialmente corrisponde un riequilibrio tecnologico e militare. Questo è un fatto enormemente positivo e contro questo si dirige in sostanza la campagna di protesta. Perché altrimenti non si boicottano le iniziative sportive o culturali Usa, che intende occupare l'Irak a tempo indefinito? O perché si stigmatizzano con indignazione le proposte (poco intelligenti, peraltro) di boicottaggio di Israele alla Fiera di Torino? Ciò non toglie che il capitalismo cinese sia feroce nei confronti dei propri proletari e contadini, che lo Stato cinese non riconosca elementari diritti civili e politici, che si manifesti un imperialismo locale nei confronti delle minoranze nazionali e dei dialetti, omologati allo standard pechinese (brutto segno). Ma chi è autorizzato a protestare? Solo un movimento di lotta lo può fare, non per solidarietà esterna o per speculazione obliqua. Ricordiamo la citatissima Olimpiade di Città del Messico, 1968 appunto. Furono gli atleti, in nome del loro movimento, il Black Power, a spezzare la pace olimpica sul macello di Tlatetolco e a portare la contestazione con il saluto sul podio a pugno chiuso immortalato nella foto-simbolo di quell'anno. Da dentro il ciclo delle lotte, dunque. Vale ancora. Il resto è spettacolo.<br>
------<br>
Foto di It&rsquo;s Tony [road to lhasa], sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www,flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Augusto Illuminati				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-10				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Da che parte è il Tibet?</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/84_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Dove batte il cuore				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=83</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Quattro bambini hanno perso per due volte il padre. Il primo,
suicida a 33 anni, ha donato il cuore a un uomo che ha poi sposato la
loro madre e è stato loro accanto fino all'altro ieri, per
dodici anni, prima di suicidarsi anch'egli, nello stesso modo: un colpo
di pistola alla gola.<br>
Se miociti, atri e ventricoli hanno un'anima,
allora si può pensare che il cuore abbia voluto seguire i
propri figli, vederli crescere, lui, organo che ha molto più
a che fare con una pompa idraulica e con un impianto elettrico che con
le teorie romantiche o sentimentali spesso attribuitegli, innamorandosi
della stessa donna a cui il suo primo ospite era sposato.<br>
Sonny
Graham, 69 anni, suicida a Vidalia in Georgia, trapiantato nel 1996 del
cuore di Terry Cottle, è descritto nei tabloid americani che
impazzano dietro al caso di cronaca come un uomo generoso, sempre
disponibile, pronto ad aiutare tutti. Nessuno stupore allora che, dopo
l'intervento salvavita, abbia cercato e contattato la moglie del
donatore, prima scrivendole lettere e poi andandola a incontrare di
persona. «Mi sembra di conoscerla da sempre»,
è la frase ripetuta ai giornalisti in occasione delle nozze,
pochi anni dopo.<br>
In un mondo che, secondo le migliori previsioni,
entro poco arriverà a trapiantare tutto, è un fatto
come un altro. Potremo anche continuare a chiamare il trapianto di
cervello «trapianto di corpo», come a salvaguardare
la gerarchia di una parte nobile, una ghiandola pineale da cui tutto
deriva, anima, sentimento o poco importa. Ma forse ci dovremo abituare
a che gli organi o le cellule ogni tanto vadano dove preferiscono, a
scapito dei generosi proprietari. Della moglie la cronaca dice poco. <br>
Si presume che il cadavere del secondo marito verrà sepolto vicino alla famiglia, nessun organo escluso.<br>
------<br>
<br>
Foto di Carbon NYC [broken heart], sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Domitilla Di Thiene				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-09				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Dove batte il cuore</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/83_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Preferenze				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=82</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Se vi è un rimprovero all'attuale legge elettorale, come noto considerata bruttissima anche da coloro che l'hanno fatta, che accomuna tutti, da Beppe Grillo ai più paludati commentatori di quella che un tempo si sarebbe chiamata la stampa borghese, è il fatto che l'elettore sia costretto a votare solo il partito senza poter esprimere una preferenza sul candidato. Naturalmente è comprensibile che venga sottolineato questo aspetto perché sembra confermare l'arroganza della casta politica che vuole decidere gli eletti senza offrire agli elettori una possibilità di mandare un candidato di fiducia in parlamento. Non conosco nessuno che non sia indignato per questo aspetto, salvo un mio lontano cugino, uomo eminentemente pratico dedito alla produzione e al commercio caseario d'altura nella provincia di Bergamo e Brescia, che mi faceva notare che questo sistema elettorale rendendo superflue le spese per la campagna elettorale personale dei candidati fa diminuire il numero di parlamentari che hanno contratto grossi debiti personali per sostenerla e dunque sia il peso parlamentare dei loro creditori sia la propensione dei parlamentari a trovare accomodamenti per ripagare questi debiti o risparmiare un gruzzoletto per la successiva tornata. <br>
Comunque è vero che non poter esprimere la preferenza del candidato è una riduzione di uno spazio di democrazia, solo che ciò avveniva anche con la legge elettorale precedente senza suscitare tutte queste proteste; infatti alle elezioni politiche, prima del 2006, si votava con un sistema uninominale maggioritario che imponeva che i partiti o le coalizioni presentassero un solo candidato per collegio: dunque l'elettore di Asti o di Benevento poteva votare solo per il tizio che il partito o la coalizione avevano deciso di presentare in quel collegio. Nell'opinione pubblica però non si parlava d'imposizione, ma di «duelli» che contrapponevano il candidato dell'una e dell'altra coalizione, dell'uno o dell'altro partito: era troppo emozionante pensare al risultato del «duello», che forse avrebbe avuto un esito sulla squadra di governo e in ogni caso sulla competizione elettorale, per pensare che si doveva scegliere tra due tizi messi lì dalle segreterie di partito e portati a riempirsi di debiti per sostenere la propria candidatura individuale. Forse verrebbe da dire che in verità il maggior guaio di questa legge elettorale è che priva il pubblico di «duelli» e a leggere i giornali si può notare una nostalgia, un rimpianto simile a quello che provano per esempio i tifosi di una squadra di calcio quando sanno che in quella stagione non ci sarà il derby oppure che la propria squadra non parteciperà alle coppe europee. <br>
La competizione elettorale con le sue sane regole agonistiche, la squadra di governo, i «duelli» o «scontri diretti», in Italia abbiamo anche le campagne acquisti: è chiaro che la politica è il campo d'applicazione privilegiato della tecnica di comunicazione sperimentata nel mondo sportivo; anzi se non ci fosse una mentalità sanamente agonistica nel paese, un'abitudine nell'elettorato a seguire le grandi gare sportive e a conoscere le convenzioni del giornalismo sportivo e del tifo calcistico, non sarebbe possibile avere una vita politica degna di questo nome. Personalmente ritengo che vi sia un tasso di astensionismo più elevato tra coloro che non seguono lo sport. Il linguaggio e la logica dell'agonismo sportivo hanno il ruolo di ricordare in maniera simbolica l'agone politico che oggi non c'è più, così come le proteste mediatiche contro la casta politica hanno lo scopo di deviare l'attenzione dalle scelte reali che essa fa all'astio per i privilegi che si concede. Ma soprattutto l'aspetto più importante della cultura sportiva è il valore simbolico della vittoria in se stessa: quale esempio più chiaro del campionato di calcio dove si spendono soldi, energie e parole per potersi fregiare l'anno successivo di un semplice scudetto tricolore sulla maglietta. <br>
In Italia vanno così anche le elezioni, chi le vincerà non è detto che governerà veramente, ma si potrà fregiare del titolo di vincitore delle elezioni. Ancora una volta non c'entra nulla l'attuale legge elettorale che renderebbe instabile il parlamento ( nelle elezioni dal 1994 in qui, con l'eccezione del 2001, a Camera e Senato i risultati sono stati sempre differenti, come è ovvio che sia, visto che i due rami del parlamento sono eletti da due corpi elettorali differenti, benché abbiano gli stessi poteri e funzioni), ma c'entra il fatto che in Italia solo l'instabilità del sistema politico produce la stabilità delle scelte di sistema, perché solo l'instabilità crea l'emergenza nella quale si possono imporre scelte che altrimenti non sarebbero mai passate. Spesso i liberisti ingenui della stampa nazionale e internazionale, di quella di sinistra e di destra, tuonano sui guai dell'instabilità politica italiana, ma farebbero meglio a chiedersi a che cosa gioverebbe ai loro editori e agli amici dei loro editori avere governi stabili in Italia che sarebbero costretti, per mantenere il consenso elettorale, a usare i pochi poteri che restano a un governo per fare politiche di tamponamento degli effetti del liberismo selvaggio.</p>
<p>-------</p>
<p>Foto di nofrills, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Giorgio Mascitelli				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-08				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Preferenze</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/82_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Virzì in affanno				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=79</link>
				<description>				<![CDATA[<p>È stato scritto che l'ultima fatica di Virzì <i>Tutta la vita davanti</i> è un film sul precariato. È stato scritto che si tratta dell'eroicomica odissea del precario italico di oggi. È stato detto che è proprio così che vanno le cose oggi in Italia. È stato confermato da tutti che sì è proprio così: è esattamente così. Vedendo il film, da precario di periferia, si ha una strana sensazione di <i>déjà vu</i>: già visto, già detto. Diciamolo chiaramente: il film di Virzì è in ritardo clamoroso. <br>
Si dirà: l'arte è sempre in ritardo e il cinema non fa eccezione. L'arte si limita a registrare, rimasticare <i>artisticamente</i> e poi restituire il suo prodotto finito, per forza di cose dunque, in ritardo rispetto alla realtà, ai conflitti che la governano così come alle allegrie e ai dolori che la arricchiscono. E sarà pure vero.<br>
Tuttavia: c'è ritardo e ritardo. <br>
C'è, per esempio, il ritardo storico e maledetto dettato dall'esigenza di approfondire l'analisi della fase cui si prende parte e c'è il ritardo colpevole di chi ha bisogno di fare dimenticare alcune cose a qualcun'altro. C'è poi il ritardo per inedia tipico di chi vince e c'è il ritardo per cattiveria caratteristico di chi perde.<br>
Per capire il ritardo di Virzì basterà osservare per un secondo uno dei suoi personaggi più riusciti: il sindacalista della Cgil interpretato dal sempre gagliardo Valerio Mastrandrea. Solamente un occhio in ritardo può rappresentare oggi un sindacalista in siffatto modo: simpatico, battuta pronta e donnaiolo, un po' sfigato ma tutto dentro al conflitto maddai in fin dei conti è uno dei buoni, diciamolo dai: è sempre uno di noi. <br>
Sarete tutti d'accordo, e scusatemi se lo devo ripetere: la Cgil non è una spettatrice impotente della situazione del precariato di oggi. La Cgil è una delle organizzazioni, insieme ai soliti noti che non sto a ripetere, che ha sapientemente costruito quello che oggi loro stessi dicono di combattere come precariato. Ancora una volta dunque, e tutti insieme: Cgil non è impotente ma corresponsabile. Ancora oggi, aprile 2008, non è che Cgil non può impedire l'ipersfruttamento subito dal precariato contemporaneo: è che non vuole impedirlo. E in più e soprattutto, caro Virzì ma dove vivi: non si è mai visto uno della Cgil che rimedia tutte ste donne né la precaria protagonista né tanto meno la splendida bionda futura escort, maddai. <br>
Il ritratto di questo sindacalista vuole dire che Virzì ha abitato sulla Luna negli ultimi quindici anni. Oppure Virzì non è stato sulla Luna, ché dalla Luna si vedeva benissimo quello che faceva la Cgil, ma su Delta56 da dove nessuno ma proprio nessuno si è accorto di quello che stava accadendo in Italia perché non importava a nessuno. Forse a Virzì non importava quello che stava accadendo o forse ha chiuso un occhio ecchesaràmai.<br>
Ecco dunque di che tipo è il ritardo di Virzì. È il ritardo di chi ha chiuso un occhio quando il precariato veniva battezzato da padroni e sindacalisti insieme. O è il ritardo di chi ha vissuto per quindici anni su Delta56. È il ritardo di chi a forza di chiudere occhi è rimasto cieco, ma solo per un breve periodo. È il fenomenale ritardo di chi stende il suo personale velo di <i>pietas</i> su tutti i protagonisti della eroicomica vicenda: dalla <i>caporala</i> squallida e coatta (una strepitosa Sabrina Ferilli nella sua seconda migliore interpretazione dopo la leggendaria legionaria romana al Circo Massimo per lo scudetto giallorosso) al padrone malato e infelice (un Massimo Ghini, nonostante gli intenti di Virzì, disgustoso e per palati forti), dal compagno della precaria protagonista, ambiziosetto e individualista (il mai dimenticato protagonista di <i>Ovosodo</i> operaio che chissàcome c'aveva qualcosa che non gli andava né su né giù ma cosasaràmai?), alla collega pischella umiliata e derisa (la ricordavamo nella parte della sorella devota del dottore de <i>La meglio gioventù</i>, massì quella che sposa l'economista illuminato e perseguitato dai rossi e che è pure un personaggio positivo). <br>
Eccolo qua dunque il bel ritardo di Virzì: un ritardo che è anche una triste illusione. L'illusione, antica e insieme contemporanea, in cui per governare i conflitti, della nostra vita complicata come della nostra società complessa (do you remember, Walter?), basti, come pure sussurra la madre alla protagonista nel sogno della sua morte, andare a tempo nel gran valzer, rigorosamente a due tempi, dell'Italietta di oggi. Una illusione contemporanea e molto, molto italica. Una illusione, questa sì, senza nessun futuro.<br>
-----<br>
Foto di sun dazed, su licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr </b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Gianmarco Mecozzi				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-07				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Virzì in affanno</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/79_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Grasso che cola				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=78</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Alla fine il teatrino scialbo e stanco di questa inguardabile campagna elettorale ha trovato il livello dello spettacolo che merita. Un assai pasciuto teleimbonitore e direttore del giornale pagato dalla consorte del sicuro candidato alla presidenza del Consiglio tenta la trita <i>performance</i> nella piazza di quella che fu «città rossa» e altrettanto pasciuta. Come in una sovraeccitata «prima» teatrale riceve in cambio fischi, ortaggi e uova da ragazze/i che poi reagiscono alle randellate dei «tutori dell'ordine». Verrebbe da dire: «Hai voluto la prova di forza edipica di mostrare il tuo baraccone anti-abortista nella città dove il partito che ti ha formato mantiene il &ldquo;suo ordine&rdquo;? Beh ora raccogliete i cocci! Da bravi!»<br>
Perché le ragazze e i ragazzi di Bologna se li è covati Cofferati ora, come nel '77 il Pci di Zangheri e del medesimo pasciuto direttore di cui sopra. Questa <i>Bolognademerda</i>, come ce la racconta splendidamente Dario De Roma, «dove non si può bere dentro e fumare fuori, la Bologna di Cofferati, questa Bologna in mano ai vigili urbani, questa Bologna dove non se po' fa più un cazzo». E le giovani generazioni che non vogliono stare al gioco, quando possono restituiscono la pariglia; non c'è modo di fare altrimenti, per quei movimenti inascoltati, che «tornare come fantasmi urbani ansiosi di distruggere le mura chiuse della città che li tiene prigionieri» (per dirla con Manuel Castells).<br>
Questo insopprimibile diritto alla contestazione, anche rumorosa e performativa, produce ondate di «solidarietà» alla pingue vittima: dal neo-democristiano che «io amo Ferrara», all'ex leader <i>lottacontinuista</i> che sparla di intolleranza. Quindi le/i post, ultra o neo comunisti &ndash; che siano sindaci, giornaliste, politicanti &ndash; reagiscono come un sol uomo in difesa del vecchio compagno, in nome della sempreverde «agibilità democratica» degli ultra-garantiti al diritto di parola, contro l'esclusione e la rabbia dei senza voce. <br>
Come non essere ancora una volta e forse per sempre dalla parte delle bambine e dei bambini cattivi e ingovernabili che vorrebbero mangiare vecchi e nuovi comunisti?<br>
<br>
-----<br>
Foto di theparadigmshifter, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Peppe Allegri				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-04				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Grasso che cola</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/78_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Ognuno ha il capitalismo che si merita				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=75</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Dice il presidente, l&rsquo;ex presidente, Prato che «su
Alitalia pesa una maledizione e che solo un esorcista può
salvarla». È un&rsquo;idea: ci si può
rivolgere a padre Milingo o organizzare un viaggio aziendale a
Pietrelcina: tutto sommato, non suona più bizzarro e
esoterico delle proposte fin qui avanzate negli anni dalla gestione
Alitalia.<br>
L&rsquo;Alitalia è la madre di tutte le
battaglie di quel capitalismo pubblico che ha improntato lo sviluppo
italiano. E in cui si sono impastoiati tutti gli schieramenti e tutte
le rappresentanze, di destra, di sinistra, banche, imprenditori,
sindacati. Solo che la guerra è già finita e
è rimasta la battaglia. Non da mo&rsquo;, il capitalismo
pubblico italiano è in dismissione, fallimento,
cartolarizzazione, svendita ai privati, rifinanziamento a costi
proibitivi saccheggiando ulteriormente il denaro collettivo. Negli anni
d&rsquo;oro, quando tutto tirava, la costituzione di feudi e
privilegi dentro i rivoli di quel grande flusso di finanziamenti che
produceva comunque crescita sociale erano sopportabili. Quando le
vacche sono smagrite, sono rimasti solo i guai. <br>
Così, a
uno Stato che ha deciso da tempo di farsi da parte &ndash; vendendo
per fare cassa o per evitare aggravi di bilancio &ndash; e che cerca
una soluzione di «mercato», ovvero a lacrime e
sangue, si contrappongono proposte dettate in nome di
«rappresentanze» &ndash; la Lombardia, il Nord, i
lavoratori, gli azionisti, la Patria &ndash;, in intreccio e
sovrapposizione, uno «spezzatino» indigesto.<br>
E
quindi, via alla fantasia: l&rsquo;intervento della Fintecna
cioè la finanziaria del Tesoro, la cordata italiana, la
soluzione del decreto Marzano-Parmalat, purché sia ancora il
denaro pubblico a pagare i conti e i debiti. <br>
Secondo me, si
potrebbe provare a proporla a Ricucci, l&rsquo;Alitalia. Ricucci,
quello di Anna Falchi, della scalata al «Corriere»,
dei soldi a palate fatti con gli immobili e la Banca di Roma. Quello,
per capirci. Magari se la prenderebbe. <br>
-----<br>
Foto di mai lirol poni, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-03				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Ognuno ha il capitalismo che si merita</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/75_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Bagagliai				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=71</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Se respiri col naso<br>
Non capisci se qualche ora o i pochi minuti<br>
E ti perdi in una strana forma di coraggio<br>
<br>
Se respiri col naso<br>
L&rsquo;odore del nastro di plastica<br>
Ti sale dalla bocca come un profumo<br>
<br>
Se respiri col naso<br>
Dimentichi le orecchie<br>
E le bande di clacson lontane<br>
<br>
Non sento forse penso di sentire voci<br>
Fuori dal bagagliaio deve essere ancora il mio mondo<br>
Non c&rsquo;è più mia figlia ma loro che fumano<br>
<br>
So che sono chiusa in questo non posso dire<br>
Non ci sono cose straordinarie tutto è normale<br>
Ho chiuso io me stessa nel bagagliaio<br>
<br>
So anche se non posso dirlo bene<br>
Che chi corre più veloce<br>
È come avesse un piacere riservato<br>
<br>
Ciclisti in qualche modo si nasce<br>
Si è come dentro un bagagliaio<br>
Senonché la velocità ci prende<br>
<br>
Sono figlia di quello che mi merito<br>
Dei miei sacrifici sui pedali<br>
Degli ingiusti finali<br>
<br>
È una cosa che mi passa per la testa<br>
Da ubriaca per fame d&rsquo;aria<br>
Nel giro della morte di questo bagagliaio chiuso <br>
<br>
So raccontare così questo<br>
Come il non scritto di una persona che muore<br>
Che sa pensare all&rsquo;aldilà delle poesie di Montale<br>
<br>
Ce l&rsquo;avevo sopra il televisore<br>
Non l&rsquo;ho mai letto però<br>
Non volevo finirci dentro<br>
<br>
Ma non è questo<br>
Io so che non posso chiedere neppure a un libro <br>
Dove sta il punto<br>
<br>
So che i memoriali<br>
Hanno sdrucite borse di cuoio che anche se ricompaiono<br>
Non ci fanno cambiare religione<br>
<br>
So che se un marito ti ama non basta <br>
E morire è quasi una cosa in più<br>
Una cosa che non si può mangiare nemmeno con il naso<br>
<br>
So che il mio naso tra poco<br>
Non sopporterà di continuare a respirare al posto della bocca<br>
Nessuno per questo dovrebbe preferire un letto<br>
<br>
So che il letto è lieto <br>
È la nostra più comoda assicurazione sulla vita<br>
Ma anche che dovremmo imparare a morire dentro un bagagliaio<br>
<br>
So che mi troveranno<br>
Sarà con una telefonata a un sottotenente<br>
Quanto è bello morire accucciati<br>
<br>
Quanto è bello accucciarsi dentro le divise <br>
Come fanno i portieri dei grandi palazzi<br>
Quanto è bello dire buongiorno signora ogni mattina<br>
<br>
So che si può ammazzare<br>
Senza capire senza immaginazione senza sapere dire grazie<br>
A chi magari ha voluto a suo modo ricordare Moro<br>
<br>
So che agli espianti<br>
La retorica dell&rsquo;espianto<br>
Genera scioglilingua scolastici <br>
<br>
E che quando muori<br>
Come hanno scritto<br>
Muoiono tutti<br>
-----------<br>
<br>
Foto di melissa.ape, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Francesco Gambaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-02				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Bagagliai</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/71_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Regole d'ingaggio per il calcio				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=69</link>
				<description>				<![CDATA[<p> Per molti, compreso chi scrive, la prima sensazione alla notizia della morte di Matteo Bagnaresi, ragazzo di<span style="">  </span>28
anni ucciso al checkpoint Crocetta Nord sulla A21 a mezzastrada tra
Tortona e Villanova d&rsquo;Asti, è stata di smarrimento.
Smarrimento per assuefazione, per impotenza, per rassegnato torpore,
per autodifesa pavloviana di fronte al rumore dei commenti, prima
sommesso di cordoglio poi dilagante d&rsquo;imbecillità
emergenziale o vuota chiacchiera, che di lì a poco avrebbe
invaso trasmissioni tivvù, agenzie stampa, dibattiti
d&rsquo;esperti.</p>
<p class="MsoPlainText">Poi, passate le ore e
sciolte in cronaca le ricostruzioni di parte, ecco le analisi
razionali, le proposte di contrasto, i numeri percentuali diffusi
sull&rsquo;ordine pubblico negli stadi e dintorni. «Negli
ultimi 14 mesi &ndash; ha dichiarato il capo della polizia
Manganelli &ndash; si sono disputate 1800 partite e gli incidenti
sono diminuiti del 40 per cento. Monitoriamo tutto, dalle stazioni
ferroviarie alle agenzie delle entrate, e la rete degli autogrill
è diventata più sicura. Non si registrano
più le ruberie e le devastazioni d&rsquo;un tempo. E
intanto stiamo pure pensando alla carta del tifoso. Una specie di
bancomat per creare un meccanismo di fidelizzazione al club e
certificare l&rsquo;affidabilità del tifoso in
trasferta».</p>
<p class="MsoPlainText">Parole autorevoli,
quelle dell&rsquo;alto funzionario di Stato, ma per nulla adatte al
caso. Matteo il Bagna, come lo chiamavano i suoi compagni ultras dei
Boys Parma 1977, non è morto in uno scontro tra opposte
fazioni. Non è rimasto vittima di chissà quale
allucinata concezione della vita e dello sport. E sulla sua
«carta del tifoso» difficilmente avrebbe trovato
spazio un ritratto da disadattato di periferia. Matteo il Bagna, come
era conosciuto nei centri sociali e nel giro del volontariato
cittadino, è morto in un incidente. Schiacciato da
un&rsquo;avventata manovra di fuga dell&rsquo;autista, padroncino
del pullman dove viaggiavano i supporter juventini, preoccupato forse
che le urla e gli sfottò dei gruppi potessero trasformarsi in
sassi o lanci di bottiglie contro l&rsquo;automezzo di
proprietà.</p>
<p class="MsoPlainText">Cinque mesi fa a Badia
al Pino, altro autogrill altro checkpoint, era morto Gabriele Sandri
colpito da un colpo di pistola, sparato a cinquanta metri da un
poliziotto iscritto al sindacato, motivato chissà da quale
folle intento di sedare una rissa a distanza.</p>
<p class="MsoPlainText">Dinamiche
diverse quelle dei due fatti. Accomunate però da tante
circostanze. Di scena, di trama tragica, di sport finito in lutto. E in
entrambe le situazioni forte e decisivo il peso del gesto
d&rsquo;istinto, della reazione alla paura, dell&rsquo;atto
inconsulto ispirato al momento. Tutte categorie emotive, a quanto pare,
molto frequenti tra gli sbandati della sicurezza, ma poco o nulla
censite dall&rsquo;Osservatorio sulle manifestazioni sportive che
per bocca del suo presidente Felice Ferlizzi, appena una settimana fa,
così commentava la situazione: «Stiamo tornando alla
normalità. Dopo Catania abbiamo ricreato le condizioni per
riportare le famiglie allo stadio».</p>
<p class="MsoPlainText"><o:p> </o:p>------</p>
<p class="MsoPlainText">La foto è di psoup216, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com"><b>flickr</b></a>.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Claudio D’Aguanno				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-04-01				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Regole d'ingaggio per il calcio</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/69_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Autogrill: tutto un mondo				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=66</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Di nuovo un autogrill: un tifoso del Parma è morto
nell'area di servizio «Crocetta Nord» (AT) della
Piacenza-Torino investito dal pulmino dei tifosi juventini, che poi non
si è fermato «perché sennò ci
ammazzavano». Uccidere, e poi scappare per non essere uccisi
dal branco avverso: succede nella foresta, in guerra e in autogrill.
Torna in mente Gabriele Sandri, sparato quattro mesi fa in un altro
autogrill, «Badia al Pino» (AR), da un cecchino
impazzito. Ma la violenza gratuita non è l'unico fenomeno
espulso dalla città ed esiliato sulle autostrade. Soprattutto
nel weekend, le aree di servizio si riempiono di altre rimozioni
collettive che in paese è meglio non vedere. La domenica
mattina, sul presto, sfilano i discotecari cocainomani nelle Bmw di
papà o nelle utilitarie coatte: cornetto, cappuccino,
sigaretta e ripartono. Più tardi, verso mezzogiorno, sbarcano
i primi furgoni dipinti dei ravers, stralunati e rintronati da miscele
chimico-acustiche più complicate: si smaltisce ketamina al
sole del parcheggio, prima di tornare alle case e alle famiglie. Quando
arrivano i tifosi, ormai è quasi ora di pranzo. <br>
Pure la
ribellione alla famiglia trova sfogo tra casello e casello, mentre nei
centri urbani impazzano i Family Day. La notte, in certe aree di
servizio discrete, si ritrovano gay e scambisti. C'è chi non
sopporta tale affronto ai valori tradizionali, seppur consumato in
privato, e li pesta in gruppo: è avvenuto di nuovo qualche
giorno fa, ovviamente in un autogrill. E hai voglia a chiamarle
«familiari», quelle macchine sempre più
grandi: il figliolo, la moglie o (meglio) la suocera rimasti (per
errore?) a terra dopo la pipì mentre il maschio sgomma e
torna in autostrada sono un classico degli esodi vacanzieri. L'ultimo
marmocchio dimenticato alla pompa è di una decina di giorni
fa, ad Arino Est (VE). Nell'autogrill scarichiamo abusivamente anche i
nostri rifiuti culturali: sempre a «Badia del Pino»
Fabrizio Corona, fotografo del jet set caduto in disgrazia, ha pagato
il pieno alla sua Bentley con duecento euro falsi, per poi farsi
pizzicare al chilometro 454 della A1 (si narra di sacchetti di
banconote buttati dal finestrino durante l'inseguimento). Aggiungeteci
i camionisti, abbrutiti da turni da quattordici ore: questa è
la fauna  eterogenea che tiene aperti gli autogrill
ventiquattr'ore al giorno. E questo è il bacino di utenza di
una società chiamata Autogrill SpA. Con simili clienti,
simili cessi e una pubblicità così cattiva
qualsiasi catena cadrebbe in disgrazia. <br>
Invece Autogrill SpA, uno
dei fiori all'occhiello di Piazza Affari controllato dalla famiglia
Benetton, è diventato il «primo operatore al mondo
nei servizi di ristoro per chi viaggia». Un'azienda in piena
salute: pochi giorni fa ha annunciato aumenti nel fatturato e negli
utili, e ora ha conquistato anche il mercato degli aeroporti. Come
racconta un bel libro recente di Simone Colafranceschi (<i>Autogrill. Una storia italiana</i>,
edito dal Mulino), Autogrill SpA ha plasmato il sogno consumistico
dell'allegro dopoguerra italiano. Adesso, dopo la privatizzazione, le
aree di servizio ospitano i nostri concittadini più maneschi,
inguardabili e incomprensibili, ma gli affari tirano meglio di prima.
Coi camionisti, gli ultras  e gli scambisti, gli stilosi
Benetton hanno creato un impero. A pensarci bene, è il
segreto vincente del capitalismo italiano: far fruttare i rifiuti,
ciò che altrove verrebbe eliminato, smaltito, o recintato per
bene. </p>
<p>---------</p>
<p>Foto di Lutz-R. Frank, sotto licenza Creative Commons da <a target="_blank" href="http://www.flickr.com/"><b>flickr</b></a></p>
<p> </p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Andrea Capocci				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-31				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Autogrill: tutto un mondo</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/66_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Quanta roba si fa Charlie				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=65</link>
				<description>				<![CDATA[<p>«Charlie fa surf, quanta roba si fa, MDMA».<br>
È il ritornello dei Baustelle sparato da qualsiasi radio, commerciale, <i>underground</i> o fighetta che sia, in questi giorni. È la colonna sonora narrante dei preparativi verso le nottate dello sballo: la giusta dose di mix tra alcol, sorrisi, abbigliamento, musica e «roba» da mandare giù, su, dentro il corpo, per sconvolgere la mente. Per provare a stare meglio, dimenticare gli affanni, cacciare indietro i pensieri, essere felici, seppur a tratti. Fare <i>tabula rasa</i> per imbastire l'abbuffata del sabba, sperando che il sabba non finisca mai. Essere Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Non a caso <i>Lucignolo</i> è il programma televisivo per tutti, che indaga la parte più tollerabile degli stili eccessivi della notte; lasciando intendere che in tutti i locali della nostra brava Italietta il fine-settimana, e non solo, si raggiunge facilmente il paradiso artificiale dei piaceri sintetici. <br>
Poi, nella domenica di Pasqua, giunge la notizia tremenda dell'ennesima, insopportabile tragedia: al <i>rave</i> della notte precedente, in un'area dismessa delle Ferrovie dello Stato, all'ex Dogana, nei pressi di Segrate, muore il giovanissimo Mattia, 19enne, «studioso e ragazzo responsabile», come i molti e le molte che erano con lui. «Un mix letale di droghe»; «un acido in dose eccessiva»; «un'overdose»; ecco l'approssimazione delle frasi fatte dai questurini di turno. E giù litanie sul vietare i <i>rave party</i> «illegali» e le polemiche da bottega dei politicanti di turno, finché la notizia è ancora calda, per poi dimenticare tutto. Nella realtà è un'altra morte intollerabile, di un nostro fratello minore, di un nostro figlio: un monello, vittima della roba di merda che scriteriati spacciano indiscriminatamente ai margini di qualsiasi locale, in tutte le notti possibili. Provate ad entrare nel cesso di un qualsiasi disco-club «legale» dopo una certa ora delle serate calde: se non raccomandati, sarete allontanati dalle sentinelle dei tiratori scelti di strisce bianche. La padrona è la «forfora del diavolo», <i>Devil's Dandruff</i>, come era titolata la rubrica del «Guardian» sulla <i>club culture</i> (<i>Tutto in una notte</i>, ora editato da Isbn).<br>
A noi frega nulla di cosa la politica ritenga sia «legale» o «illegale»: tanto quanto alla <i>politica</i> possa fregare della morte di un diciannovenne. Invece interessano le parole di coloro che erano lì con Mattia, fino a quella maledetta alba: il loro «vogliamo solo divertirci» è un inno alla vita, che non può essere causa di alcuna morte. E questa giovane generazione, persa tra genitori incapaci, odiosi pretini, fiumi di «roba senza qualità» usata e spacciata dai più grandi, la scuola come castigo e le pasticche come fuga deve trovare le proprie forme di autotutela per esigere il proprio diritto al (<i>rave</i>) <i>party</i>. «Fight for you right to party», cantano quei «ragazzi che entrano in stati anarchici per ottenere una perfezione interiore» (Beastie Boys), mentre i Baustelle chiudono ricordandoci che «Charlie fa surf, quanta roba si fa, MDMA, ma le mani chiodate da un mondo di grandi e di preti fa skate».</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Peppe Allegri				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-28				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Quanta roba si fa Charlie</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/65_A.jpg</url>
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			</item>
			<item>
				<title>				La Bibbia di Olindo Bazzi				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=61</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Quando si è scoperto che Olindo e Rosa Bazzi erano con tutta probabilità gli autori del massacro di Erba, io senza volere mi sono sentita sollevata, di più, mi sono sentita soddisfatta. Fino a che l'indiziato era il ragazzo, il padre e marito, evitavo di pensarci; fino ad allora quello che era successo a Erba era solo atroce, cieco e senza nome. È una storia strana quella di Erba, turba più delle altre vicende di cronaca nera, anche i giornali sono meno insidiosi, più discreti, si accostano alle vittime con una delicatezza inaspettata. Quei morti - come non accade quasi mai alle vittime dei delitti - li avvertiamo davvero innocenti, inermi, e voltiamo lo sguardo. Ma quando le prime foto e le prime descrizioni di Olindo e Rosa Bazzi sono state pubblicate mi sono un poco calmata. Forse il ragazzo tunisino perduto dietro alle belle macchine e alle belle donne per qualcuno è un ideale di assassino. Olindo e Rosa Bazzi, così come la stampa li raccontava, erano il mio ideale, quello che temevo da sempre e che in loro finalmente si incarnava. Che con ogni ragionevole certezza fossero stati loro mi dava la conferma che in tanti anni avevo visto giusto. Erano vicini di casa. Lei ossessionata dall'ordine, rigida, dicevano i giornali, lui succube. Avevano ucciso perché non sopportavano i rumori, gli strilli. Avevano ucciso perché erano razzisti, odiavano le unioni miste e il loro frutto. Forse questo ideale di assassino non era solo il mio, forse lo condividevo con mezza Italia, se i giornalisti li avevano descritti con quella insistenza e precisione. Dalle foto, dall'abbigliamento, gli davo più o meno sessant'anni. Gente così me la ricordavo nella provincia della provincia. Ma anche in città ce n'erano. Erano vicini di casa irrigiditi, infima borghesia senza vita civile, che si aggrappa a regole miserabili, a conflitti da condominio. Tanti ne avevo conosciuti, a Conca d'Oro che m'insultavano gridando «concubina», e persino qui, dove abito e c'è ben altra gente, se ne trova qualcuno. Ero soddisfatta che fossero loro gli assassini, perché veniva scagionato il giovane tunisino e veniva fuori definitivamente la pericolosità di quel tipo sociale. Il primo turbamento l'ho avuto quando ho scoperto che invece erano all'incirca miei coetanei. Di lui proprio non si capisce, ha gli occhi e la postura così antica, ma lo sguardo di lei nelle fotografie a volte è vispo, giovane. Ci sono rimasta. Avevamo attraversato la stessa Italia, da piazza Fontana a Moro a Berlusconi, eravamo stati sfiorati dalle stesse mode. Avevano visto anche loro Pippi Calzelunghe in televisione? Come avevano fatto ad essere così? mi viene da dire, a restare così: con quei corpi antichi, con quei vestiti da working class vecchia di due generazioni? Se erano miei coetanei non somigliavano molto ai miei vicini, cercavo nella memoria vicini rigidi, benpensanti e razzisti che avessero la mia età, e non ne veniva fuori niente. Razzisti sì, ma ordinati e benpensanti neanche uno. Poi una sera un mio amico, Tommaso, mi ha regalato un ritaglio della «Stampa» che parlava della Bibbia annotata di Olindo Bazzi. Bazzi l'ha annotata in carcere insieme al libro su Gesù di Ratzinger. Ci sono ritagli di giornale, foto di aquile, di orsi e mi pare nessun cane, dichiarazioni terribili e pensieri struggenti, un fanatismo religioso a uso di lui solo, che vede compiersi l'apocalisse in dieci metri di cortile e a ciascuno, a sua moglie, ai vicini, dà un ruolo. Racconta con tenerezza la propria vita nello specchio della Bibbia. Gioca con il bene e con il male, con il bianco, con il perdono e la colpa. È un blog solipsistico cartaceo come ce ne sono sempre stati. Follia certo, ricorda i graffiti dei criminali lombrosiani, ma la pazzia non è cosa insensata. Quelle note sono l'opera di un uomo scollato che come la più parte di noi si danna per il fatto di essere periferico, inessenziale; che non lo accetta e con gli strumenti migliori che ha ridisegna il cosmo, gli attribuisce un senso e fa di sé e di sua moglie la chiave. Lo facciamo in molti, ma lui lo fa con assoluta violenza e non permette a niente, a nessuna personalità, a nessuna carne che esista senza badargli, di trasparire. Forse questo totalitarismo dello sguardo, questa ferocia, è proporzionale alla mancanza di un appiglio, di una comunità, di qualcuno con cui parlare. Desolazione, ma una desolazione che si rivolta su se stessa, si fa complessità proprio perché si fa delirio. Bazzi e sua moglie non rappresentano nessuna categoria sociologica. Nessuna categoria li descrive, sono talmente scollati che non le inseguono, le ignorano. Semmai la loro esistenza venuta così alla luce dice qualcosa di più profondo, e spaventoso, sulle persone e su questo paese. Su quanto ci capiamo poco, quanto sono larghe le maglie della nostra rete. E anche i miei vicini di casa forse somigliano ai Bazzi per qualcosa che mi sfugge, qualcosa di inespresso o di segreto. </p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Carola Susani				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-26				</dc:date>
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				<title>La Bibbia di Olindo Bazzi</title>
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				</image>
			</item>
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				<title>				Riabilitate Wanna Marchi. Oppure				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=60</link>
				<description>				<![CDATA[<p>La pubblicità ingannevole è perseguita per legge. Giustamente. Tu non puoi mettere fanfaluche in un&rsquo;etichetta, non puoi dire che se credi in quello che io ti sto raccontando, ma ci credi davvero, allora avrai questo beneficio e quest'altro, la tua vita si risolleverà, i tuoi problemi scompariranno o si attenueranno, il sole splenderà. Non puoi scriverlo, non puoi dirlo. Mi stai ingannando. Mi stai intortando. Approfitti di me. E si va in galera per questo: Wanna Marchi c'è andata in galera, e mica solo lei.<br>
Quello che mi chiedo è perché non siano perseguibili pure i politici, per legge.<br>
Cioè, uno in campagna elettorale vende questo e quest'altro come nulla fosse, faremo la variante nel quadrante nord-ovest della città, o sud-est, e ci sarà questa fabbrica e quest'altra e lavoro per tutti, assumeremo a tempo indeterminato, a vita, non ci saranno mai più licenziamenti, mai più, e aumenteremo le pensioni, e ridurremo le tasse, e le cose costeranno meno, e vi potete pure comprare la casa a mutui bassissimi così non gravate più sui vostri genitori e ve la fate una famiglia, che è sacra, e se fate figli vi daremo un premio, che i figli sono sacri comunque arrivino come i cocomeri e gli scarrafoni, e le nostre strade saranno illuminate a giorno e di notte potrete camminare sicuri, senza prostitute, trans e magnaccia e spacciatori, e non ci sarà quel traffico estenuante o se dovete muovervi sarà possibile viaggiare veloci e comodi, sui treni al mattino per arrivare puntuali al lavoro o in vacanza o quando vi pare, e potrete tornare alle vostre casette la sera stanchi ma rilassati, senza sbarre alle finestre e albanesi che vi terrorizzano e vi rubano arrampicandosi per i tubi, e vi daremo aria pulita e sole pure d'inverno e asili e letti in ospedale quanti ne volete e pure spazio ai cimiteri - facendo le corna. <br>
E hanno facce rassicuranti e sorridenti e corpi smaglianti e stanno così bene che dev'essere vero. Così uno abbocca.<br>
Che uno pure che lo capisce che quello è il loro lavoro, che si stanno guadagnando la pagnotta, però sa pure che potrebbero fare a meno di me - cioè, prima o poi la faranno una legge che non serve neppure andare a votare, tanto chissenefrega, intanto -, intanto è proprio a me che stanno parlando, e questa o quello, che poi uno mica l'ha scelto, ce l'hanno messo lì, però è a me che sta parlando, posso spendere la mia tessera annonaria, che quello è il certificato elettorale, la mia riserva di voto, il mio potere d'acquisto. Finché ce l'ho.<br>
Però, poi succede che la variante non la fanno, il lavoro non arriva, i mutui costano più di prima, e non parliamo degli asili e degli ospedali - facendo le corna.<br>
Allora, ecco, bisognerebbe fare una class action - o come si chiama - contro di loro, costituirsi parte lesa, civile o come cavolo è, chiedergli conto della pubblicità ingannevole, m'hai fregato facciadiculo, ora ti mando in galera. Wanna Marchi c'è andata in galera, e mica solo lei.<br>
Si può fare? No, dico, si può fare?</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-25				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Riabilitate Wanna Marchi. Oppure</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/60_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Buona pasqua				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=58</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Nella notte tra il 24 e il 25 marzo del 1965, i 2500 studenti
dell&rsquo;Università del Michigan si radunano con buona
parte dei loro professori nelle aule del campus, ad Ann Arbor, per dare
vita al primo <i>teach-in</i> contro la guerra del Vietnam. Per
più di dodici ore, in tutta l&rsquo;università
si susseguono lezioni, discussioni e dibattiti, proiezioni di filmati,
concerti di rock e jazz. L&rsquo;idea di una manifestazione non
violenta di questo tipo, concepita per andare oltre il puro gesto di
protesta e per contribuire a creare invece una maggiore coscienza
critica nei confronti della guerra, viene dall&rsquo;antropologo
Marshall Sahlins. A raccoglierne il suggerimento, sono i militanti
della più importante organizzazione liberal, gli <i>Students for a Democratic Society</i>
(SDS). La novità e l&rsquo;originalità
dell&rsquo;evento, e il suo successo, fanno sì che in poco
tempo il <i>teach-in</i> diventi la forma di lotta che meglio
rappresenta l&rsquo;opposizione degli studenti e delle istituzioni
culturali contro la guerra e l&rsquo;escalation militare americana
nella penisola indocinese.  <br>
Saranno i 120 <i>teach-in</i>
che nel corso di un semestre si terranno in tutte le principali
università americane, che animeranno la crescente opposizione
interna e porranno le premesse per le grandi manifestazioni degli anni
a venire, come i grandi raduni di New York e San Francisco e la celebre
manifestazione al Lincoln Memorial di Washington del 21 ottobre 1967. <br>
Il <i>teach-in</i>
ricordato come di maggior successo e con il più alto numero
di partecipanti è quello di Berkeley del 21-23 maggio 1965,
organizzato dal <i>Vietnam Day Committee</i> (VDC) di Jerry Rubin e
del matematico Stephen Smale: trentasei ore di dibattiti e interventi
tra cui quelli di Benjamin Spock, il celebre pediatra, dello scrittore
Norman Mailer e del filosofo Alan W. Watts; e a cui parteciparono
almeno 30 mila studenti. La University of California era già
dagli anni Cinquanta considerata la culla del movimento giovanile di
protesta liberal e radical, incarnato soprattutto dal <i>Free speech movement</i>
di Mario Savio, Bettina Aptheker e Jakie Golberg. Nel 1964, avevano
avuto grande risonanza le lotte spontanee causate dall&rsquo;arresto
di Jack Weinberg, un ex studente arrestato dalla polizia nel campus per
non aver voluto mostrare i documenti. L&rsquo;auto nella quale
Weinberg era stato caricato venne circondata dagli studenti e impedita
a muoversi per 32 ore, fino al rilascio dell&rsquo;arrestato.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Chicco Funaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-24				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Buona pasqua</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/58_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Nunnata				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=56</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Clicco su you-tube un sito random <br>
Neonati poco più che feti <br>
Arrotondano gli spigoli di marciapiedi <br>
Naturalmente cinesi <br>
<br>
Lotto con queste leggende<br>
Adesso pure le immagini le maconiano in faccia<br>
Mi sembra che padrepio sia tornato<br>
Per riappestarci di miracoli<br>
<br>
Come le stigmate scomparse alla sua morte<br>
I piccoletti gialli nella loro matrice olografica<br>
Si spengono per riprodursi<br>
Regressione thalattica la chiamava Benn<br>
<br>
A Palermo invece la chiamano nunnata <br>
Piccoli germogli di vita salata<br>
Va mangiata cruda <br>
Con una spruzzata di limone e due gocce d&rsquo;olio<br>
 <br>
Molta gente ci passa accanto <br>
Qualcuno si ferma per chiedere cosa sono <br>
State calmi un uomo buono c&rsquo;è <br>
Che li depositerà nel cassonetto <br>
<br>
Anche le suore hanno un buco postale<br>
Non vi dico il sito <br>
Tanto cercando cercando <br>
Troverete anche dove ho messo in ospizio mia madre<br>
 <br>
Mi sento un palermitano cinese <br>
Nei cassonetti cerco ogni notte di salvarmi<br>
Tuffandomi  qualcosa o qualcuno troverò<br>
Se è un neonato morto scappo con lui per un mese<br>
<br>
Capita però solo ai più fortunati <br>
Io non troverò nessuno io non sono fortunato <br>
La sera mangio la pizza bevo tanto quanto basta <br>
Per essere fresco domani al lavoro <br>
<br>
Tanto quanto basta per scendere nella cisterna <br>
Ho avuto anch&rsquo;io un&rsquo;esperienza con lo zolfo <br>
Si faceva la stufa per il vino in paese <br>
Ci ficcai il naso nel buco senza turacciolo della botte<br>
Volevo vedere il serpentello di zolfo che bruciava <br>
Fui subito morto in una campana di vetro <br>
Per due minuti che ancora durano <br>
Nessun respiro purtroppo nessuna morte <br>
<br>
Avevo le stigmate borghesi dello stronzo <br>
Che vuole diventare campagnolo altro che padrepio <br>
Le avevo nei polmoni<br>
Le avevo nei polmoni<br>
<br>
Pochi possono immaginarsi come si muore respirando zolfo <br>
Se non ci capiti per caso <br>
Se qualcuno non resuscita e te lo racconta<br>
Stanotte ho sognato un angelo piccolo che mi rosicchiava l&rsquo;ugola<br>
 <br>
Poi il resto della vita con la testa sotto il cuscino <br>
In quel film di Antonioni Identificazione di una donna <br>
Lui dice indicando la fotografia di Morucci e della Faranda <br>
Ecco questi due si amavano<br>
<br>
Ecco non abbiamo nemmeno una fotografia<br>
Dei cinque di Molfetta che si sono amati di più<br>
Non abbiamo ragione del come<br>
Si può diventare stronzi essendo una fotografia<br>
 <br>
Questo Ferrara c&rsquo;ha ragione<br>
Anch&rsquo;io ero contro la 194 <br>
Contro il fatto che l&rsquo;aborto <br>
Fosse diventato una specie di delitto di stato<br>
 <br>
Io se tu mi dici dico che dicevo no all&rsquo;aborto condiviso <br>
No alla legge perché nessuna legge si può condividere <br>
Oggi lucidamente fulgidamente ti dico che <br>
Sono per l&rsquo;aborto <br>
<br>
Come concetto oltre che come atto fisico <br>
Io sono per il dolore e per il peccato <br>
Per il dolore che ci fa sentire neonati uomini <br>
(se volete) cristianucci</p>
<p>-----------------</p>
<p>L'immagine è di mhowry da flickr</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				Francesco Gambaro				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-21				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Nunnata</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/56_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Se il monaco si cala il passamontagna				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=54</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Anzitutto. C'è qualcosa di odioso negli eventi tra tibetani e cinesi Han, ed è il carattere etnico e razziale dello scontro. Che questo abbia pure una forte connotazione legata alla collocazione sociale - i cinesi hanno i posti migliori e guadagnano di più nelle fabbriche e nel commercio e nei servizi, ai tibetani sono lasciate le condizioni meno vantaggiose e marginali - complica ulteriormente le cose, incancrenite da tempo. È questa sovrapposizione che lascia senza fiato e sgomenta. <br>
La forzata «ripopolazione» dei territori tibetani, voluta dai cinesi a mezzo degli Han, ricorda i mostruosi spostamenti migratori imposti da Hitler e da Stalin, prima contemporaneamente, poi in successione, dall'Ucraina alla Boemia, dai Balcani all'Ungheria, muovendo minoranze tedesche o slave a rafforzare il predominio di questo o quell'impero.<br>
Il Tibet ormai è come le province cinesi più vicine, quelle propriamente «dentro» i confini, Qinghai, Gansu e Sichuan, anche se qui sono i tibetani a essere minoranza.<br>
Prima o poi la situazione sarebbe scoppiata. L'attenzione internazionale crescente per le Olimpiadi di Pechino può essere stata un'occasione - unica - per accendere la miccia.<br>
Il dalai lama non sarà forse quel lupo affamato di sangue sotto l'aria da agnellino come è descritto nei comunicati cinesi, ma probabilmente dice la verità quando afferma di non riuscire più, neanche lui, a controllare la situazione.<br>
Lo scontro non ha il carattere religioso e emblematico a cui ci hanno abituato le proteste dei bonzi fin da quando si bruciavano in piazza a Saigon, contro le giunte militari fantoccio e l'impero americano che le foraggiava intervenendo in Vietnam. O meglio, il sentimento religioso è sicuramente un collante e un meccanismo identitario irriducibile, ma a galla viene un odio profondo, che è sociale e che è nazionale, e che a esempio era totalmente assente dalle proteste recenti in Birmania, dove pure il senso politico è stato dominante, nell'opporsi alla ditattura. Ed è reciproco, il disprezzo: i cinesi considerano i tibetani come degli scansafatiche piantagrane ingrati - dovrebbero mostrare gratitudine per gli ingenti investimenti fatti dai governi comunisti -, i tibetani parlano dei  cinesi come degli sfruttatori e degli oppressori, oltre che dei miscredenti se non nel denaro.<br>
In un'epoca di fondamentalismi religiosi, di religiosità aggressive, che persino gli apostoli della non-violenza dismettano gli incensi e le nenie e si calino il passamontagna e spacchino le vetrine come un qualunque blackblok lascia interdetti.</p>]]>				</description>
				<dc:creator>				lanfranco caminiti				</dc:creator>
				<dc:date>				2008-03-20				</dc:date>
				<image>				<link>http://deriveapprodi.org</link>
				<title>Se il monaco si cala il passamontagna</title>
				<url>http://deriveapprodi.org/admin/articoli/img/articoli/54_A.jpg</url>
				</image>
			</item>
			<item>
				<title>				Dentro e Contro. Punto di vista sportoperaista su Pechino 2008				</title>
				<link>http://deriveapprodi.org/editoriali.php?art=53</link>
				<description>				<![CDATA[<p>Premetto. Fossi uno dei 206 atleti italiani già selezionati per la Cina non ci penserei due volte a partire. Magari, proprio se il cuore batte di sdegno per Lhasa, non scorderei a casa guanti color arancio, scarlatto albicocca o vario arcobaleno. E dannerei l'anima a vincere. <br>
Provengo da una generazione alquanto agitata, un tantinello scapestrata, poco calma e per nulla olimpica. Lo spirito della partecipazione decoubertiana, a quelli del mio giro, è sempre andato di traverso come l'etico spessore della ritirata aventiniana, dell'autoesclusione a saccocce vote, della sconfitta a tavolino per mancata presentazione. Nell'a